Tag archive

Donne

Becky è morta

di

«Riposa in pace, Becky. Sarai sempre nel mio cuore», diceva una pagina Facebook un paio di mesi fa. Mi capita spesso di ricevere messaggi, SMS e chiamate da parte delle donne migranti che ho intervistato come antropologa durante la mia ricerca sulla migrazione e sul traffico di esseri umani dalla Nigeria e dalla Thailandia verso l’Europa. Ricevo un po’ di tutto da loro: dagli itinerari di viaggio alle domande sulle rotte migliori per raggiungere l’Europa, selfies con visi che mandano baci o con occhiali da sole, foto di neonati, immagini di cibo, fino a brevi messaggi in cui mi chiedono se possono prendere in prestito del denaro da me. Di tanto in tanto, ci sono anche gli annunci funebri. Un fratello è morto nel deserto del Sahara sulla strada per l’Europa, una donna thailandese è stata accoltellata da un cliente in un bordello danese, un’altra uccisa in un incidente stradale in Thailandia. È stato un amico di Becky a notificare la sua morte.

Non avevo sue notizie da qualche mese. Niente di insolito. In passato le era successo di aver dovuto consegnare il suo cellulare a rapinatori armati, ha avuto innumerevoli nuovi numeri di telefono, spesso non aveva soldi da spendere per internet oppure non c’era copertura nel suo villaggio o nel Sahara. L’ultima volta che abbiamo parlato, Becky stava per attraversare il confine tra la Nigeria e il Niger. Questo era il suo terzo tentativo di raggiungere l’Italia attraverso il Niger e poi la Libia, e stavo aspettando sue notizie. Poi è arrivato questo triste messaggio: RIP, Riposa In Pace. Ho contattato il suo amico via Facebook chiedendogli cosa fosse successo. Ho pensato che fosse morta cercando di raggiungere l’Europa – nel deserto o in mare. Ma non è così che ha perso la vita.

L’Europa è vera

Conoscevo Becky ormai da cinque anni. Quando è morta ne aveva 28. Stava ridendo la prima volta che l’ho incontrata, quando entrò nel soggiorno dalle pareti dipinte di rosso, piccolo e troppo caldo, di una casa della periferia di Benin City nella Nigeria meridionale. Una città da cui inizia il suo viaggio la maggior parte di quelle donne nigeriane che vediamo prostituirsi per le strade europee. Nel soggiorno stavo intervistando Faith e sua madre. Faith era appena stata deportata dall’Italia dopo essersi prostituita in strada per sei anni. Lei conosceva tante altre donne che erano state rimpatriate forzatamente nel loro Paese ma anche altre che, come Becky, sognavano di andarci.

Dopo il primo incontro con Becky, io e lei abbiamo trascorso molto tempo insieme. Becky era una ragazza determinata e con la bocca cucita, una donna che, come mi ha spiegato lei stessa, non dice niente di niente a nessuno, perché questo è il modo migliore per proteggersi in Nigeria. Nonostante questo non ha mai avuto problemi a raccontare della sua vita e dei suoi viaggi verso l’Europa in modo vivido e con dovizia di dettagli a un’antropologa innocua come me.

Abbiamo finito per mettere insieme il film documentario Becky’s journey con una piccola troupe cinematografica nigeriana. Perché Becky aveva un sogno, quello di diventare qualcuno, di essere famosa: il sogno di essere vista e ascoltata. Era impavida e sensibile. E aveva molte ragioni, anche contrastanti, per sognare l’Europa. La povertà era solo una di queste. Un giorno Becky ha svuotato il frigorifero mangiando tutto il cioccolato che avevo portato dalla Danimarca e che conservavo per quando avrei dovuto scrivere gli ultimi appunti della mia ricerca sul campo. «Sì, l’ho mangiato tutto», ha ammesso senza mezzi termini. «Adoro il vostro cioccolato. È vero. Tutto in Nigeria è falso. Amo anche le scarpe che mi ha mandato la zia che sta in Italia. Sono vere. Ecco perché mi piace l’Europa. L’Europa è vera».

La migrazione delle donne nigeriane

Il viaggio di Becky è iniziato nello stato di Edo, nel sud della Nigeria. Il numero di nigeriani richiedenti asilo che arrivano in Europa è triplicato negli ultimi otto anni, e nonostante le loro probabilità di ottenere asilo siano minime, i numeri continuano a crescere. Ciò che è insolito rispetto ad altri gruppi di migranti e rifugiati è che più del 50 per cento dei migranti nigeriani sono donne. Lo stato di Edo è uno tra i pochi posti del Sud del mondo da dove sono in maggioranza le donne a viaggiare verso Nord per unirsi in matrimonio, per finire nell’industria del sesso o per essere coinvolte nel traffico di esseri umani. Da qui la maggior parte di loro attraversa i cosiddetti “percorsi migratori intimi” (intimate migrations), il cui viaggio è determinato dal contatto con un uomo o con degli uomini, clienti o mariti che siano.

I flussi di migrazioni intime sono in rapida crescita su scala globale. Il progetto di ricerca di cui sono responsabile, Donne, sesso e confini. Osservando la migrazione, l’industria del sesso e il traffico di esseri umani dal Sud del mondo, guarda a questo fenomeno attraverso la ricerca sul campo in due luoghi: lo stato di Edo in Nigeria e la regione dell’Isaan nella Thailandia nord-orientale. In queste aree la migrazione femminile è una condizione quotidiana, una strategia, e uno stato emotivo. Ai bambini mancano le loro madri che sono all’estero, i genitori ormai anziani dipendono dal denaro che viene mandato a casa, e tutti conoscono qualcuno con una figlia che vive in Europa.

Qui le informazioni sulle nuove leggi migratorie si vengono a sapere per telefono dalle persone che hanno già lasciato il Paese, si leggono su Facebook o passano di bocca in bocca attraverso i pettegolezzi del villaggio. In queste aree depresse, le famiglie, come lo sviluppo generale, dipendono dal denaro inviato dai migranti. Ma la situazione si è fatta sempre più difficile da quando il controllo ferreo dei flussi migratori sta bloccando le solite rotte verso l’Europa. Becky non è la prima migrante con cui ho lavorato la cui morte è la conseguenza, diretta o indiretta, della migrazione e/o del controllo delle frontiere.

Finché l’uomo paga

Becky non voleva andare in Europa solo perché era povera o voleva cose “vere”. Lei voleva anche essere libera: voleva liberarsi dalle catene impostale dalla sua famiglia e dalla Nigeria. Quando cercò di raggiungere l’Europa per la prima volta, Becky si è convertita dall’Islam al Cristianesimo. Era cresciuta in una famiglia musulmana nell’entroterra dello stato di Adamawa, dove adesso imperversa Boko Haram. Ma siccome, come mi spiegó lei stessa, «le donne musulmane non viaggiano in Europa e non fanno quello che voglio fare io», ha raggiunto la Nigeria del sud ed è diventata cristiana. Voleva essere lei a decidere chi frequentare. La sua famiglia invece non voleva nemmeno incontrare il suo ragazzo non-musulmano. «Io voglio vivere come una donna bianca, voglio decidere per me stessa».

La prima volta che ha tentato di raggiungere l’Europa, Becky ha usato i soldi che il padre le aveva dato per la scuola per pagare i suoi documenti di viaggio contraffatti. Ma è stata fermata all’aeroporto. Gli ufficiali responsabili per il controllo delle frontiere nigeriane vengono addestrati dalla polizia europea a riconoscere i documenti contraffatti e a fermare le donne sospettate di viaggiare attraverso una rete di traffico di esseri umani. Essere fermate prima di salire in aereo è causa di una grande frustrazione poiché costa loro un biglietto e la possibilità di raggiungere l’Europa. In Nigeria la polizia europea è spesso dislocata in centri anti-tratta ed è pagata con donazioni fatte dai paesi europei nel tentativo di ridurre i flussi migratori facendo sì che le persone coinvolte abbandonino il loro sogni d’Europa.

Questo non ha fermato Becky. Per lei il fallimento di questo primo tentativo significava semplicemente che sarebbe partita per un viaggio più lungo, più pericoloso e costoso attraverso il deserto del Sahara. Becky sapeva che in Europa avrebbe avuto rapporti sessuali in cambio di denaro. «Se non vuoi prostituirti allora stai lontano dall’Europa». Una donna che lavorava come prostituta in Italia le aveva detto: «Facciamo l’amore ovunque, finché c’è un uomo che paga per farlo».

Becky credeva che migrare e prostituirsi fossero la migliore possibilità che aveva per cambiare la sua vita. «Le persone che ho incontrato e che avevano avuto rapporti sessuali in cambio di denaro sembravano tutte essere bellissime quando tornavano in Nigeria». Così, nel 2011, Becky ha provato a emigrare di nuovo. Questa volta è stata una madam che era già in Italia a pagare per lei le spese di viaggio.

Ha viaggiato attraverso il deserto del Sahara, fino alla Libia, con altri 36 migranti. Dalla Libia avrebbero dovuto attraversare il Mediterraneo fino ad arrivare in Italia, ma dopo dieci giorni nel deserto non c’erano più cibo né acqua. Un giovane uomo che sedeva proprio accanto a Becky sul retro del camion non ce l’ha fatta ed è morto. Quando finalmente sono arrivati in Libia, hanno trovato un Paese in cui si era scatenata la guerra civile e da cui non era più possibile attraversare il mare. Così, dopo essersi nascosta in Libia per due mesi, è dovuta tornare in Nigeria. Sulla via del ritorno una sua amica è morta: era incinta di nove mesi del bambino di un cliente libico che aveva incontrato durante l’attesa per attraversare il Mediterraneo. Mentre percorrevano il deserto in direzione opposta le si erano rotte le acque, ma durante il parto la placenta era rimasta bloccata. Una compagna di viaggio sosteneva che la placenta sarebbe uscita se la donna avesse morso con forza un cucchiaio. Il piccolo gruppo di uomini e donne ha assistito, impotente, mentre lei moriva.

Ora Becky aveva un’amica morta e un neonato in braccio. Arrivata a Benin City ha consegnato il bambino alla nonna con il messaggio che sua figlia l’avrebbe chiamata presto. Da allora il film su Becky ha avuto un buon successo, e talvolta è persino stato possibile avere un ricavato dalle proiezioni organizzate in tutto il mondo. Abbiamo mandato il poco denaro delle proiezioni a Becky: sapevamo che i due tentativi falliti alle spalle nulla avrebbero potuto contro il suo sogno d’Europa. Verso la fine del 2015 Becky è partita di nuovo.

Le donne come contrabbandieri

Anche il terzo tentativo di Becky prevedeva di attraversare il deserto. Prima di partire mi aveva chiesto se in Italia continuassero ad arrivare i barconi dalla Libia. «Sì che arrivano – ho detto – peró, Becky, è molto pericoloso. Non seguire quella rotta. Non hai sentito parlare di tutte le imbarcazioni che affondano nel Mediterraneo?». «Sì, certo che lo so – rispose lei – io guardo tutti i giorni la CNN. Ma non ho paura: se muoio non mi interessa, se avrò la possibilità di attraversare il mare, lo farò. Non mi fermerò prima di raggiungere l’Italia. Lo farò per me e per la mia famiglia … ma spero che la mia madam mi possa metter su un aereo per l’Italia». La madam ha voluto 60.000 euro per far arrivare Becky in Italia via mare. Ma poi Becky è riuscita negoziare il prezzo facendolo scendere della metá. In cambio avrebbe dovuto trovare altre cinque donne di Edo da portare con sé. Becky è così diventata lei stessa un’agente e una contrabbandiera.

Tipicamente, le immagini di tratta o traffico che vediamo sono dominate dalla tragedia, lo sfruttamento e la morte – condizioni tutte perpetuate dagli uomini. Vediamo le immagini del trafficante – un uomo in manette – e quelli che sorgono in noi sono pensieri legati al criminale, all’uomo deviante che viene dal Sud del mondo. Le donne, d’altra parte, sono ritratte come vittime che vengono trasportate passivamente, e – come ho scritto in precedenza – spesso annegano. Ma le donne non sono solo passive in questo processo. Le donne non saranno i capitani di nessuna imbarcazione ma numerose ricerche dimostrano che queste ultime prendono parte a diverse fasi “dell’industria migratoria”. Le donne reclutano, negoziano i prezzi e le rateizzazioni, raccolgono i bonifici, puliscono gli alloggi temporanei dove i migranti dormono prima che possano essere fatti partire, cucinano e in alcuni casi fanno anche da autista.

Gli studi sul traffico di esseri umani e contrabbando dimostrano che ci sono tre metodi tipici per il primo contatto nel mondo del contrabbando: attraverso le reti sociali ovvero “l’imprenditorialità di coincidenza”; chi vuole partire va in cerca o si trova nel luogo in cui esiste una domanda per il traffico di esseri umani ; l’atto stesso del contrabbando è parte del personale percorso migratorio della donna, come è stato nel caso di Becky.

Una delle ultime foto che mi ha mandato è un selfie di lei con altre quattro donne – tutte vestite e truccate. Erano donne che avevano deciso di partire con lei per l’Europa. Bevevano birra sedute su sedie di plastica in un bar a Benin City, per festeggiare il loro viaggio verso l’Europa che sarebbe iniziato il giorno successivo. Una festa di addio.

Becky contro il mondo

La vita di Becky è un ritratto della realtà politica ed economica, una sorta di microcosmo della situazione mondiale. La sua vita ci offre uno spaccato importante sulle molte possibili condizioni e motivazioni che determinano le traiettorie dei migranti, di vite umane vissute e sognate che si trovano ad affrontare difficoltà e complicazioni rese impossibili da situazioni difficilmente controllabili. Le traiettorie di Becky si intrecciano con tutto quello che l’Islam rappresenta (motivo per cui si è convertita al Cristianesimo), con Boko Haram (che ad oggi ha ucciso sei dei membri della sua famiglia), con la caduta di Gheddafi in Libia (che ha bloccato il suo secondo tentativo di raggiungere l’Europa), con i controlli migratori dell’Unione europea (che l’hanno costretta a indebitarsi per raggiungere l’Italia), e con la corruzione in Nigeria (un Paese ricco in cui la ricchezza non è distribuita equamente).

Becky mi ha chiesto: «Sine, cosa devo dire quando arrivo in Italia se la polizia mi prende? Devo dire che sono una vittima della tratta, o che sono scappata da Boko Haram?». La differenza tra migranti e rifugiati non è sempre chiara. Molti sono entrambe le cose al tempo stesso. Il suo terzo tentativo di raggiungere l’Europa non è riuscito perché ha dovuto cambiare direzione ed è stata fermata in Niger. Sulla via del ritorno era rimasta incinta. Il bambino è morto nel suo grembo e lei con lui perché il tentativo di un medico di estrarre il feto in una clinica improvvisata è fallito. Becky è morta di una cosa comune come la gravidanza. Proprio come la sua amica nel deserto.

Articolo apparso in inglese su Open Democracy. Traduzione di Laura Ceglia. “Becky’s journey” è stato proiettato al festival Visual narratives of migration in contemporary Europe organizzato da alcuni membri di WOTS Magazine.

Donne e indigeni nel processo di pace in Colombia

di

Lo scorso mese di settembre la Federazione Democratica Internazionale delle Donne ha tenuto a Bogotà il suo XVI Congresso Internazionale. Il motto dell’incontro era “Donne Unite per la pace e contro l’imperialismo”. Erano presenti le delegate delle associazioni affiliate dei cinque continenti, tra cui AWMR Italia – Donne del Mediterraneo, insieme alle invitate di altre organizzazioni internazionali. Il congresso è stato curato dalla FDIM Colombia e dalla segreteria internazionale della Federazione. Durante i cinque giorni dell’incontro le tesi discusse sono state le seguenti: guerre imperialiste e sfide per la pace (con particolare attenzione alla regione araba); crisi del capitalismo e impatto sulle donne; cambiamenti climatici e sicurezza alimentare; parità di genere nel mondo del lavoro; donne e diversità etniche e culturali. Un’ulteriore discussione sulle conquiste delle donne africane è stata proposta dall’Organizzazione delle Donne Angolane.

Il congresso si è tenuto a Bogotà, quindi il dibattito non poteva prescindere dalla realtà politica e sociale colombiana e dalla condizione femminile nel paese. La Colombia è stata al centro delle cronache negli ultimi mesi per via del referendum del 2 ottobre scorso, con il quale il 50,24% dei votanti ha respinto l’accordo di pace, firmato dopo quattro anni di complicate trattative, tra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC).  Prima del voto, tutte le partecipanti al congresso avevano sostenuto che un eventuale accordo avrebbe migliorato sensibilmente la condizione femminile nel paese.

Le donne e gli indigeni colombiani nel conflitto

Durante il dibattito sul tema Donne e diversità etniche e culturali, le rappresentanti di diverse comunità indigene hanno evidenziato come l’enorme diversità etnica e culturale della Colombia sia tutelata dalla Costituzione, che non solo riconosce a tutti i cittadini pari opportunità, ma anche l’obbligo dello stato di promuovere le condizioni per garantire tale uguaglianza. Nonostante il loro riconoscimento legale, i gruppi etnici in Colombia sono continuo bersaglio di violenze: il conflitto armato rappresenta la maggiore minaccia alla loro autonomia, ai loro diritti territoriali e culturali. Il censimento del 2005 indica che la popolazione indigena ammonta a circa 1.393.000 individui che vivono in 87 diverse località. Si tratta di 102 gruppi indigeni differenti cha parlano 64 lingue raggruppate in 13 famiglie linguistiche. Il 78% di loro vive in zone rurali un po’ ovunque sul territorio nazionale e si differenziano per cultura, storia, organizzazione sociale e politica, struttura economica e produttiva, visione del mondo, spiritualità e la relazione con l’ambiente.  

La violenza e i trasferimenti forzati che hanno accompagnato gli ultimi cinquant’anni di conflitto hanno progressivamente peggiorato la situazione dei diritti umani delle popolazioni indigene colombiane. Diverse organizzazioni hanno denunciato il rischio della loro estinzione fisica e culturale, come è già successo ad altri popoli nativi del continente: discriminazione razziale, povertà, privatizzazione dei servizi basici, espropriazione delle terre e delle risorse naturali da parte dei paramilitari o delle multinazionali straniere … Nel disperato tentativo di arginare questo fenomeno, nel 2010 l’Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia (ONIC) lanciò una campagna internazionale per la sopravvivenza dei gruppi a rischio di estinzione.

Carlos Villalón (2016). La isla y la selva.
Carlos Villalón (2016). La isla y la selva.

La situazione delle donne non si discosta molto da questo scenario. La Colombia continua a essere un paese dove le donne subiscono la violenza di un sistema patriarcale e, come in molti altri, si trovano in una posizione di svantaggio sotto diversi punti di vista. Un esempio è la marcata tendenza a una definizione idiosincratica dei ruoli maschili e femminili. Ma anche la situazione socio-economica si contraddistingue per elevati livelli di discriminazione (molestie e abusi sul posto di lavoro) che aumentano le possibilità di esclusione sociale e povertà. Questa condizione di disuguaglianza, poi, si intreccia al conflitto armato ed è strettamente vincolata alla persistenza della violenza di genere. Per le donne indigene e afro-colombiane che vivono nelle aree rurali, quelle principalmente interessate dal conflitto, la situazione è particolarmente grave: aborti forzati, femminicidio, tratta e riduzione in schiavitù sono solo alcune delle forme in cui si esprime la violenza in quei territori. Per non parlare della persecuzione e delle minacce che subiscono le donne affiliate a collettivi o associazioni non governative che lottano per l’uguaglianza di genere.

Il corpo femminile come campo di battaglia

Fin dalla nascita delle FARC nel 1964, lo stato ha autorizzato la costituzione di cosiddetti “gruppi di auto-difesa” che avrebbero dovuto «contribuire alla restaurazione della normalità». Questi gruppi paramilitari emersero tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta, diventando protagonisti di gravi azioni di violenza e rafforzando considerevolmente i loro legami con i settori economici e politici reazionari in varie parti del paese, incluso trafficanti di droga e membri delle forze armate. In questo contesto si è sviluppato un sistema di controllo sociale nei confronti della popolazione civile che è particolarmente forte nei casi in cui i membri delle comunità sono percepiti come simpatizzanti di gruppi avversari.

en-la-selva-100-1444887414-size_1000
Carlos Villalón (2016). La isla y la selva.

La Colombia è un un paese fragile, tormentato da para-militari, esercito, narcotrafficanti e gruppi di insorti. A causa di questa situazione storica, la violenza di genere si presenta con delle caratteristiche proprie. Da una parte abbiamo le FARC e le comunità contadine che reclutano le donne nei loro ranghi, istruendole e addestrandole militarmente. Dall’altra parte i gruppi paramilitari che torturano, stuprano e uccidono le donne accusate di appartenere allo schieramento opposto. Per questo motivo si è creata una polarizzazione ideologica per quanto riguarda i ruoli di genere, che vede le FARC protagoniste di una visione moderna ed “emancipazionista” della donna, mentre i paramilitari ne promuovono una visione retrograda, sostenuta peraltro da gruppi cattolici fondamentalisti: per loro la donna è solo fattrice, moglie devota e sottomessa o, al contrario, una prostituta da rinchiudere in un bordello (non peraltro i paramilitari infatti controllano anche la tratta di donne da avviare alla prostituzione).

Infine, ma non per ordine di importanza, una delle più gravi conseguenze del conflitto è stato lo spostamento forzato di migliaia di donne dalle aree rurali alle città. Questi trasferimenti le hanno obbligate ad assumersi la responsabilità di assicurare la sopravvivenza a se stesse e alle loro famiglie in nuovi ambienti sociali e culturali, senza sostegno statale e senza le competenze necessarie per l’accesso al mercato del lavoro. La violenza che pensavano di essersi lasciata alle spalle continua a esercitare un ruolo importante nelle loro vite, e ancora oggi sono obiettivo di ricatti, molestie, stupri o prostituzione forzata. Ora che l’accordo di pace è stato rifiutato, cosa succederà?

Torna SU