Colf, badanti e il femminismo che non ti immagini

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La mobilitazione delle donne ha raggiunto un picco nel 2017. Il movimento #metoo ha rivelato le storture di un sistema patriarcale ancora profondamente radicato in tutto il mondo occidentale. Allo stesso tempo, i dati statistici del #genderpaygap hanno mostrato la persistenza di importanti disuguaglianze tra uomini e donne nel mercato del lavoro. La risposta del discorso liberale dominante a queste disuguaglianze è di presentare la partecipazione paritaria delle donne nel mondo del lavoro, nei partiti politici e nei consigli di amministrazione come la strada verso la piena emancipazione. Questa narrazione omette però un aspetto della storia fondamentale: chi svolge attività di cura nelle società occidentali, con il suo lavoro mette in discussione il femminismo dominante che è stato cooptato dai governi liberali. Un femminismo di questo tipo, facilmente compatibile con le politiche economiche esistenti, è infatti inadatto ad affrontare le disuguaglianze più ampie, che sono riprodotte da un discorso sull’emancipazione femminile che non tiene affatto conto del lavoro di cura, nonostante esso sia fondamentale per la riproduzione della società stessa.

Non c’è dubbio che negli ultimi decenni molte donne abbiano raggiunto una maggiore autonomia grazie al lavoro retribuito, ma quello che spesso viene tralasciato in questo racconto di emancipazione è che questi cambiamenti sociali sono stati resi possibili grazie al lavoro di altre badanti, babysitter, donne delle pulizie. E si tratta invariabilmente di donne, non di uomini, delle pulizie. I ruoli di genere sono cambiati solo apparentemente, come ripetutamente evidenziato da indagini sull’uso del tempo e distribuzione del lavoro domestico nella coppia, sullo sfondo della crescente partecipazione delle donne nel mercato del lavoro formale. La famiglia in cui entrambi lavorano è ormai diventata la norma, ma il lavoro di cura è invece rimasto ai margini della discussione politica e continua ad essere dato per scontato. Certamente, la questione viene spesso discussa nei media (invecchiamento della popolazione, mancanza di asili nido, turni lavorativi delle madri impiegate) ma rimane comunque lontano da un dibattito serio sul ruolo che il lavoro di cura ricopre nelle nostre società.

In questo articolo, attraverso una riflessione sull’assistenza agli anziani in varie capitali europee, vorrei sottolineare la necessità di una conversazione politica su questo tema: se questo lavoro non venisse già realizzato dalle attività di cura, che lavoro sarebbe? Perché continuiamo a classificare alcune attività come produttive e altre come non produttive o addirittura riproduttiveAd oggi, “prendersi cura” dei minori e degli anziani, cucinare e pulire, è ancora considerato un lavoro “improduttivo” che rimane in gran parte escluso dal mondo del lavoro remunerato o, in alternativa, occupa la soglia più bassa del lavoro più precario e peggio pagato.  

La contraddizione tra il capitale e la cura su cui ha scritto Nancy Fraser può essere articolato fondamentalmente in tre punti: primo, il lavoro di cura è reso invisibile in una società che funziona come se fossimo tutti/e in condizione di lavorare a tempo pieno; secondo, a causa delle disuguaglianze globali il deficit di assistenza nel Nord globale è sostenuto da lavoratrici migranti o appartenenti a minoranze discriminate; e terzo, ascoltare le esperienze di queste donne rivela quali siano le condizioni di lavoro nel settore dell’assistenza, uno spazio dove lo status di lavoratrici migranti si somma alla precarietà del lavoro di cura. In un contesto caratterizzato dalla invisibilizzazione, esternalizzazione e precarizzazione dell’assistenza domestica, le voci di queste lavoratrici sollevano la questione di quale posto occupa il “prendersi cura” nelle società contemporanee, mettendo in evidenza un aspetto ignorato dal femminismo liberale mainstream.

Un hardware dato per scontato

Esiste una vasta letteratura sul lavoro di cura che mostra quanto occuparsi di persone anziane sia duro, da un punto di vista sia fisico sia emotivo. Le condizioni di lavoro sono dure, i termini di impiego sono precari, i salari molto bassi. Per quale motivo? Perché il lavoro di cura non è un’attività stimata e riconosciuta nelle nostre società?

Innanzitutto, questa attività è strettamente e tradizionalmente legata al genere di chi lo svolge: le donne. Che sia pagato o meno, il lavoro di cura rimane associato al mondo femminile ed alla sfera privata, ed in genere viene considerato una “questione di cuore”. Con la crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro retribuito, e quindi una diminuzione delle risorse del lavoro di cura gratuito, le prestazioni di assistenza hanno iniziato ad inserirsi al margine del mercato del lavoro, attraverso la sua mercificazione e commercializzazione.

La cura come settore di occupazione è  diventata una sezione segmentata del mercato del lavoro, marcata da condizioni di lavoro poco attraenti e scarse prospettive professionali. In gran parte, queste condizioni di lavoro sono il prodotto di un “patrimonio di genere” secondo cui la cura è vista come un elemento soggettivo, contingente e improduttivo, tutte caratteristiche che non vengono valorizzate nell’economia politica patriarcale che domina le nostre società.

La norma dell’occupazione a tempo pieno e del successo professionale a cui questo è associato vengono misurati attraverso salari sempre più individualizzati, e lasciano poco margine sia per riconoscere, sia per dibattere collettivamente sulla necessità del lavoro di cura. Questo sistema di fatto premia le soluzioni “private” che concepiscono queste attività come un “extra”, riproducendo allo stesso tempo le disuguaglianze di genere.

Non c’è quindi da stupirsi che le esigenze di assistenza delle società occidentali – in particolare nei grandi centri urbani, dove queste tensioni sono particolarmente marcate – siano soddisfatte da donne (e occasionalmente da uomini) migranti e di colore. Le protagoniste del mio film sono donne provenienti da Costa d’Avorio, Ecuador, Portogallo, Camerun e del dipartimento francese della Guadalupa.

Il ruolo non riconosciuto delle lavoratrici migranti nelle cure per gli anziani

Quando ho visitato le case di cura di Parigi, Londra e Madrid, ho notato che la gran maggioranza delle lavoratrici erano migranti o appartenenti a minoranze. Al di là della mio studio, che è di tipo qualitativo, ricerche statistiche confermano che il settore dell’assistenza dipende strutturalmente da lavoratori migranti. Tuttavia, questa domanda di lavoro rimane ignorata dalle attuali politiche migratorie – salvo misure eccezionali come la regolarizzazione delle colf approvata dal governo italiano nel 2009 – e non esistono vie legali per migrare verso l’UE al fine di lavorare nel settore dell’assistenza, dal momento che questa professione è considerata non qualificata. Di conseguenza, il settore fa affidamento su un “pool di lavoratrici” composta da studenti e studentesse, richiedenti asilo, persone che si sono ricongiunte con le loro famiglie e, soprattutto, lavoratrici migranti.

Va da sé che le lavoratrici migranti hanno meno potere contrattuale con i datori di lavoro, in quanto i loro permessi di soggiorno sono spesso temporanei e dipendenti dalla situazione lavorativa, promuovendo una forte dipendenza dal datore di lavoro. È importante sottolineare che molte delle lavoratrici migranti impiegate nel settore dell’assistenza sono dequalificate, in quanto i loro titoli di studio e la loro esperienza professionale acquisita nei Paesi di origine non viene riconosciuta. Ad esempio Claire, che ho intervistato nel mio documentario, racconta:  

In Camerun lavoravo in una banca. Avevo ottenuto una qualifica professionale nel settore e lavoravo con i travellers’ checks. Sono arrivata qui [in Francia], ho cercato un lavoro in una banca ma non era … ora la qualifica richiesta dalle banche è il diploma, ma prima non era così. Ho provato, ma volevano quelle che da me chiamiamo le “matite lunghe”. Una “matita lunga” è qualcuno con una laurea, un master. Non avendo trovato lavoro nel mio campo, ho pensato: ora sono qui in Francia, cosa farò?

Viste le circostanze che pesano sulle loro prospettive future, le lavoratrici migranti tendono a rimanere intrappolate nel settore dell’assistenza, senza poter accedere alle professioni per le quali si sono formate o in cui hanno lavorato in precedenza. La canalizzazione delle lavoratrici migranti nel settore dell’assistenza agli anziani è quindi un sintomo di invisibilizzazione del lavoro di cura. Questa marginalizzazione delle attività di cura è alla base di condizioni di lavoro precarie che si traduce in una precarietà quotidiana.

Condizioni difficili, pochi diritti

La precarietà delle lavoratrici migranti supplisce alle contraddizioni dell’attuale organizzazione dell’assistenza nella società. Nonostante il loro ruolo sociale sia fondamentale, i racconti delle lavoratrici migranti mettono in evidenza le implicazioni dannose dell’attività di cura, sia per le operatrici dell’assistenza che per i destinatari delle cure. Isabel, che è immigrata in Spagna dall’Ecuador, avverte:

C’è un pericolo: la sindrome della badante. Cioè, si può soffrire di burn out. Puoi assumerti tutte le responsabilità al punto che dai tutta te stessa. Non dormi, non mangi, sei lì 24 ore al giorno. E quando chiedi un aumento di stipendio, quando chiedi un po’ di riconoscimento, siccome ci sono altre 100 persone in attesa per lo stesso lavoro, ti dicono «arrivederci e grazie». Quindi sei bruciata perché hai dato tutto ciò che avevi, e tutto a un tratto ti dicono «grazie, arrivederci e non venire domani».

Tutte le donne del mio documentario raccontando le loro esperienze, rivelano le difficoltà di prendersi cura delle persone anziane. Le loro testimonianze fanno riflettere sull’offerta del lavoro di assistenza, e su quali siano le nostre responsabilità collettive. Da un punto di vista critico, la marginalizzazione delle attività assistenziali è sorprendente. Le lavoratrici migranti affrontano su base quotidiana responsabilità fisiche e emotive particolarmente difficili, ma allo stesso tempo appartengono a quella categoria di persone che ha meno accesso alla protezione sociale. In un altro estratto dell’intervista, Isabel racconta come non sia riuscita a ottenere che un incidente sul lavoro fosse riconosciuto come tale, e quindi non è stata in grado di ricevere cure adeguate: si tratta di un’esperienza che è sfortunatamente comune a molte operatrici migranti che hanno poco potere contrattuale.

Oltre il femminismo bianco e liberale  

Alla fine delle interviste, di solito chiedevo quali fossero le aspirazioni della persona intervistata. Michelle, che è venuta in Francia dalla Costa d’Avorio, ha risposto:

Cosa sogno? Sogno … Non voglio finire come badante, non so se riuscirò a sopportarlo così a lungo perché alcuni giorni sono davvero estenuanti, quindi sogno qualcosa di meglio. Se non posso sognare di essere in una posizione più elevata, sogno che la nostra professione di operatrici sanitarie venga riconosciuta per il suo vero valore, sarebbe davvero un sollievo per noi.

Riconoscere il “lavoro di cura” come una professione qualificata – al pari di un operatore sanitario – significa anche riconoscere che si tratta di un’attività fondamentale per il funzionamento delle nostre società, e rappresenta il primo passo verso una nuova prospettiva sul tema. La mia tesi è che il mantra liberale dell’uguaglianza di genere da raggiungere attraverso le “quote rosa” (sic!) per i consigli di amministrazione e per i partiti politici, di fatto elude una questione fondamentale: quella della distinzione (basata sul genere) tra ruoli produttivi e improduttivi.

Nel migliore dei casi, i tentativi di portare in primo piano la discussione politica sul lavoro di cura tendono a essere liquidati per il timore che possano rafforzarne l’interpretazione come attività “femminile”. Tuttavia, è proprio la carenza di una discussione democratica sulle responsabilità assistenziali e l’accettazione del modello dominante dell’individuo produttivo disponibile a impegnarsi in un lavoro retribuito a tempo pieno che è alla base delle disuguaglianze di genere, che si innestano su quelle di razza ed etnia. Una società più giusta e sostenibile richiede un ripensamento della posizione che il lavoro di cura occupa nelle nostre società proprio mentre l’attuale economia politica la spinge in secondo piano.

Le voci delle operatrici assistenziali razzializzate che ho intervistato per il mio documentario parlano di ciò che viene generalmente omesso dal femminismo liberale mainstream: l’uguaglianza di genere a livello globale non può essere raggiunta senza prima risolvere le disuguaglianze globali. Potremmo promuovere un’emancipazione femminile più promettente se queste interdipendenze fossero prese in considerazione da un punto di vista economico, legale e sociale.

Ascoltare le storie di vita di quante si trovano in prima linea nel lavoro di cura nelle nostre società ci insegna che, per riconoscere l’importanza delle attività di cura, bisognerebbe: (a) garantire alle operatrici migranti uno status amministrativo e permessi di soggiorno più stabili, invece di quella “tolleranza” che di fatto promuove un’occupazione precaria; (b) professionalizzare l’assistenza domestica, riconoscendo la dimensione professionale del “lavoro emotivo”; (c) garantire migliori condizioni di lavoro, tenendo conto delle specificità dell’assistenza, al di là della sua riduzione a un’attività redditizia all’interno del mercato del lavoro; e infine (d) promuovere un dibattito pubblico sulla distribuzione delle responsabilità assistenziali (per approfondire la questione, si veda il libro di Joan Tronto, Caring Democracy) in modo che i ruoli di genere possano essere ripensati in modo più profondo e sostenibile.

Questo articolo si basa su una ricerca di dottorato condotta con lavoratrici migranti e appartenenti a minoranze a Londra, Parigi e Madrid, con le quali ho un debito di gratitudine per la loro disponibilità nel condividere le loro storie. Il documentario ritrae cinque delle lavoratrici che ho conosciuto in queste città, dove lavoravano a domicilio o in centri residenziali per anziani.

Traduzione di Stefano Piemontese e Tina Magazzini. 

 

Attualmente è ricercatrice associata presso lo European University Institute di Firenze nell'ambito del progetto "EU Border Care". Durante la sua ricerca per il dottorato presso la London Metropolitan University, Nina ha condotto un'analisi di genere sulle esperienze delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro di cura a Londra, Parigi e Madrid. La sua ricerca è stata sostenuta da una borsa Marie Skłodowska-Curie. In precedenza Nina ha condotto ricerche su diaspora e identità, sulla mobilitazioni politiche transnazionali e sul nesso tra migrazione e sviluppo in particolare in relazione al caso marocchino.

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