Un censimento dei rom ci darebbe più informazioni sul governo che sui rom

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Un paio di settimane fa il Ministro degli Interni e Vicepresidente del Governo Italiano Matteo Salvini ha annunciato la sua intenzione di creare un censimento dei rom e sinti. L’intenzione, non dissimulata, sarebbe quella di espellere dal territorio gran parte di quanti rientrerebbero in questa categoria etnica. «Gli zingari italiani, purtroppo, ce li dovremo tenere», ha aggiunto con spudorata sfacciataggine.

La progressiva incorporazione di partiti di estrema destra nei governi di diversi Paesi europei ci ha gradualmente abituato ad affermazioni che fino a poco tempo fa ci avrebbero scioccato per il parallelismo con gli strumenti di governo usati dal nazismo o del regime dell’apartheid.

Tuttavia, l’introduzione di categorie etniche nei censimenti di popolazione è una questione dibattuta in Europa da tempo. In Francia, a metà degli anni ‘90, alcuni demografi ne proposero l’utilizzo per continuare a differenziare gli immigrati che avevano ottenuto la nazionalità francese ed i loro discendenti, la cosiddetta seconda o terza generazione di immigrati: una denominazione quando meno curiosa, perché applica la categoria del “migrante” a persone che con molta probabilità non si sono mai mosse. L’ipotesi di questi demografi era che queste persone avrebbero un’identità etnica diversa dall’identità etnico-nazionale francese. Un’ipotesi mal formulata, dubbia e in nessun modo corroborata.

Nelle scienze sociali, e in particolare in antropologia, esiste un ampio consenso sul fatto che l’identità etnica sia un fatto relativo, contestuale e fondamentalmente relazionale. Vale a dire, le categorie etniche che siamo soliti utilizzare sono prima di tutto una costruzione sociale attorno alla diversità umana prodotta in situazioni di contatto interculturale. Al pari di una descrizione che avviene in un contesto di costante cambio delle circostanze, i limiti di queste classificazioni non sono mai chiari o precisi. Certamente, le categorie etniche hanno una dimensione strutturale e storica, e si sono formate attraverso secoli di dominio ed esclusione di alcuni gruppi rispetto ad altri, ma non ci sono criteri oggettivi per cui una determinata persona possa essere attribuita a un particolare categoria etnica, e viceversa.

Quali criteri intende utilizzare Salvini per registrare un certo individuo nel suo “censimento degli zingari”? Il colore della pelle? La lingua che parla? Il livello di reddito? La religione che professa? L’uso di certe pratiche culturali? L’opinione delle autoritá preposte alla raccolta dei dati? L’auto-identificazione della persona? Quale che sia il caso, il criterio scelto ci dirà molto di più su chi fa la classificazione rispetto a chi è classificato. Il problema è che l’etnia non è una realtà oggettiva e quantificabile, ed i confini di ciò che chiamiamo “gruppi etnici” sono per definizione porosi e mobili.

Insomma, l’etnia non è un fenomeno che di per sé possa essere contato o enumerato. Tuttavia, contare i membri di un gruppo etnico può essere utile e necessario, purché applichiamo a questa azione il suo senso narratologico. Ciò che deve essere messo in conto sono i modi in cui le categorie etniche vengono costruite, in cui queste riflettono situazioni di dominio ed esclusione, e come influenzano la nostra vita quotidiana e le relazioni con gli altri.

Impegnati a sviluppare strumenti di repressione e controllo burocratico sulla diversità umana, Salvini e quelli che la pensano come lui, non sembrano preoccuparsi delle certezze stabilite dalle scienze sociali e, ancor meno, delle sottigliezze e della mancanza di definizione dei processi di identificazione etnica. Per quelli come lui esistono solamente due categorie umane: “i suoi” e il resto del mondo, gli indesiderabili. Una categoria, quella degli indesiderabili, in cui – in principio – possiamo includere chiunque.

Dottore in antropologia sociale presso l'Università di Granada. Ha lavorato per varie istituzioni (università, società di consulenza, amministrazione pubblica) in progetti riguardanti il patrimonio culturale, la migrazione, la povertà e la segregazione urbana. Attualmente è professore di antropologia sociale all'Università di Cordoba

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