Quando l’amore è violento: il racconto di una sopravvissuta all’abuso domestico

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Dopo aver subito un trattamento ingiusto per 5 anni e poi averci riflettuto per più di un anno e mezzo, soltanto ora sono riuscita a raccogliere tutto il coraggio di raccontare al mondo la mia storia. Capisco che rimanendo in silenzio non solo sto accettando l’ingiustizia che mi è accaduta ma sto anche consentendo che tale ingiustizia accada ad altre. Vado dritta al punto. Sono una sopravvissuta all’abuso domestico, un abuso fisico e mentale durato oltre 5 anni, finché ho messo fine alla relazione abusiva. Quella di dare voce o meno alle mie esperienze di vita è una lotta di vecchia data tra me e me.

Scrivere questo racconto mi riporta indietro al museo degli orrori. Tremo ancora al pensiero delle violenze che ho subito. Ma per quanto sia difficile, voglio farmi avanti e parlare. La ragione per cui scrivo questo racconto è che voglio guardare in faccia i miei demoni. Voglio dare un senso alle cose che mi sono accadute. Ma non solo per me stessa. Voglio che la gente sappia, soprattutto le ragazze e le donne che sono condizionate a sopportare la violenza e che stanno combattendo l’abuso silenziosamente. Voglio che sappiano che non sono sole in questa lotta. Alla società che finge che questa sia una questione privata, voglio dire chiaro e tondo che l’abuso esiste. Esiste più spesso di quanto vorremmo credere. Avviene in ogni casta, classe, religione e razza. Il livello d’istruzione dell’abusatore o dell’abusata non ha grande rilevanza né su quanto siano violente le botte né su quanto tempo si mantenga la relazione prima di uscirne, sempre che ci si riesca. Il trauma fisico e mentale ha indubbiamente un impatto di lunga durata. Come sopravvissute, possiamo sentirci deboli e fragili. Ma non dovremmo colpevolizzarci e dovremmo invece dare coraggiosamente voce all’ingiustizia. Voglio anche dimostrare che per quanto grande sia l’impatto che la violenza, sempre pervasiva, ha sulla mia vita, questa violenza non mi definisce. La persona che mi ha abusata è solo uno dei tanti aggressori senza volto in giro per il mondo con gli stessi comportamenti violenti, manipolativi e mirati a farti sentire colpevole. Molte ragazze e donne con un alto livello d’istruzione nella nostra comunità temono e si vergognano di dichiararsi donne maltrattate. Voglio invocare tutte quelle coraggiose donne là fuori: non lasciate che le vostre storie personali rimangano inascoltate, non restate invisibili, intrappolate nelle statistiche sulla violenza domestica. Fate sì che le sagome nebulose abbiano dei volti, parlate. Venite avanti con le vostre storie come atto di solidarietà verso quelle belle anime che stanno ancora lottando per prendere delle decisioni. Non combattete in silenzio.

Tornando alla mia storia, sono stata in una relazione con un uomo che conoscevo da tanti anni, che rispettavo e di cui mi fidavo come amico e confidente. Gli raccontavo della mia vita, dei miei sentimenti, delle mie preoccupazioni e dei miei dubbi. Con il passare degli anni, ho iniziato a realizzare che usava quelle parti della mia vita per manipolarmi, umiliarmi e isolarmi. Me l’ero sempre immaginata come una persona socialmente cosciente e sensibile, che credeva nei diritti umani e nei valori. Ogni volta che mi faceva del male, guardavo a quell’episodio di abuso come a un’eccezione, aggrappandomi all’immagine che avevo di lui, finché l’eccezione diventò la norma.

Ad ogni critica o domanda che gli facevo, ero sicura di prenderle. Spesso facevo l’impossibile per essere certa di non scontentarlo. Ho iniziato una gara con me stessa per provargli che stavo diventando ciò che lui voleva che fossi. Nonostante con il passare degli anni l’irrazionalità delle botte e delle giustificazioni fosse sempre più evidente, io continuavo semplicemente a compiere con le sue aspettative per mantenere la pace. Naturalmente c’erano delle volte durante quei 5 anni in cui lo mettevo in discussione, ma mai pienamente. Davo ragione ai suoi discorsi. Credevo che fosse colpa mia se mi picchiava. Mi scusavo per gli “errori” commessi. Una volta mi picchiò in piena luce del sole in mezzo ad una strada piena di gente per essere entrata nella carrozza generale del treno e non nello “scompartimento femminile”. Mi disse che mi picchiava come punizione, per essere certo che me ne sarei ricordata la volta successiva. Sono stata picchiata a sangue con una cintura per essere andata ad un picnic scolastico al quale erano presenti anche degli uomini. Disse che non si fidava di nessun uomo oltre a mio padre e i miei fratelli perché voleva proteggermi. Mi disse che ero un’ignorante, che non sapevo come girasse il mondo e che per questo avevo bisogno della sua protezione.

Quando ero adolescente mi capitava di infrangere il coprifuoco a casa mia. Eppure, nel pieno dei miei 20 anni, in quella relazione, mi sentivo in trappola. Abbreviavo le riunioni di famiglia e cancellavo le uscite. Una chiamata rabbiosa da parte sua e abbandonai freneticamente la cerimonia della curcuma di un amico. Gli giurai che non avevo ballato a quella cerimonia. Mi disse che se gli avessi spiegato esattamente le mie ragioni per partecipare a certi eventi, mi avrebbe dato il permesso. Ma le mie spiegazioni non gli bastavano mai. Mi diceva che non ero consapevole del mio corpo. Mi picchiava per punizione affinché ricordassi di indossare sempre una dupatta (un foulard che viene indossato sopra gli abiti come copertura ulteriore del torso). Una volta mi picchiò per avergli portato del chapati “bruciato” e del “sugo avanzato”. Mi disse: “Questo dimostra quanta poca importanza io abbia nella tua vita. Sei distratta perché non mi dai nessun valore”. Mi picchiò di nuovo perché mi ero incupita e non volevo mangiare.

Sono stata picchiata in così tante occasioni. In casa, ma anche in spazi pubblici, a Mumbai e durante il nostro soggiorno in Europa, in una metropolitana piena di persone, alle fermate degli autobus e mentre camminavamo per strade trafficate. Non capivo perché la gente non gli dicesse niente e non lo fermasse. Durante il mio corso in Studi di Genere in una prestigiosa Università europea, sono stata picchiata al punto da finire in ospedale. Il lato dell’occhio dove mi aveva dato un pugno sanguinava. Il mio occhio rimase nero e gonfio per giorni e anche il mio corpo. Ripresi le lezioni una settimana dopo e sostenni la mia presentazione indossando un paio di occhiali da sole. Dissi alle/ai mie/miei compagne/i che ero caduta da una scala mobile. Quando l’anno scorso ho rivelato a una di loro quale fosse la verità, mi ha detto che non ne era sorpresa. A quel tempo non aveva voluto affrontarmi o farmi troppe domande, ma sapeva che qualcosa non andava. E ha aggiunto che altre ragazze in classe ne parlavano. Mi ha sorpresa molto che ci fosse un simile silenzio rispetto alla violenza domestica, anche tra quelle “future-femministe”. A quel tempo non cercavo aiuto. Avevo paura di conseguenze negative se l’avessi fatto, soprattutto per lui in un Paese straniero.

Mi picchiava con più aggressività ogni volta che chiedevo aiuto. Quando gli dissi che avrei raccontato ai nostri genitori come mi trattava, mi rispose “Non abbiamo consultato i nostri genitori quando abbiamo deciso di stare insieme. Quindi risolveremo i nostri problemi da soli anche questa volta”. Ogni qualvolta gli dicevo che volevo rompere la relazione, mi rispondeva “Non puoi prendere questa decisione da sola”. Quando lo minacciavo che avrei fatto un esposto contro di lui, mi diceva: “Ma anche tu mi hai picchiato, siamo pari”, facendo riferimento alle pochissime volte che l’avevo colpito nel tentativo di difendermi. Oppure: “In una società patriarcale come la nostra, il mio orgoglio è molto più ferito di te perché sono stato picchiato da una donna”. Quando gli parlavo di diritti e di uguaglianza, mi diceva: “Non farti influenzare dal discorso “il personale è politico” delle femministe. Non provare a diventare femminista perché ti rovinerai”. Diceva: “Guardati attorno. Quale femminista ha una famiglia normale? Hanno distrutto tutto”.

Mi prendeva per la gola e mi sbatteva contro il muro. Dandomi un pugno in testa, mi disse che era la mia testardaggine a tirargli fuori quel demonio. Io mi paralizzavo, perdevo conoscenza… Il mio cervello smetteva letteralmente di funzionare. Tacevo e questo lo faceva infuriare ancora di più. Diceva che “mi picchiava solo il necessario per farmi parlare”. Suonava come una tattica da interrogatorio poliziesco. Un giorno mi disse: “Adesso capisco perché gli uomini uccidono le loro donne per frustrazione”.

Avevo letto come funzionano i cicli dell’abuso. Quali fossero gli schemi che tutti gli abusatori seguono. Eppure avevo bisogno di altro tempo. Il momento in cui finalmente ruppi il silenzio, oltre un anno fa, parlandone con amiche/amici e famiglia, fu come se un fiume di parole stesse straripando dalla mia bocca. Non volevo più stare in silenzio. Più parlavo, più mi rendevo conto di come sistematicamente la violenza subita fosse stata normalizzata. Fino a quel momento me ne vergognavo, mi sentivo confusa, incredula e negavo di essere vittima di violenza domestica.

Come potevo credere di essere una vittima? Avevo un passato umile, una ragazza Dalit cresciuta in uno slum di Mumbai. Avevo raggiunto cose che non riuscivo nemmeno ad immaginare. La mia famiglia e la mia comunità mi rispettavano. Le mie opinioni contavano. La gente mi vedeva come una ragazza sicura di sé, indipendente. Ma proprio tutto questo mi impediva di rivelarmi. Temevo che tutto quello che avevo raggiunto sarebbe stato invalidato se avessi ammesso di essere vittima di violenza domestica. Come se fosse stato un mio fallimento. Pensavo alla disgrazia che avrei portato alla mia famiglia. Avevo paura che lui mi avrebbe inseguita e che avrebbe creato un parapiglia di fronte a loro. D’altra parte l’aveva minacciato in molte occasioni.

Le storie di violenza sono infinite ma l’obiettivo era sempre lo stesso. Controllarmi e scoraggiarmi dal prendere le mie decisioni da sola. Arrivare a Ginevra per il mio dottorato nel settembre del 2014, mi ha finalmente concesso lo spazio mentale per capire e processare le cose. Per esempio, camminavo per le strade di Ginevra e sentivo ancora i suoi occhi indagatori che mi sorvegliavano. Questo mi ha fatto realizzare il terrore continuo in cui stavo vivendo. Per 5 anni avevo pensato che fosse impossibile porre fine alla relazione. Anche a Ginevra, quando ero sola, c’è voluto del tempo per convincermi che potevo davvero chiuderla. Finalmente ho preso tutto il mio coraggio e l’ho fatto. Non è stato facile, mi ha manipolata perché mi sentissi in colpa ad ogni passo. Anche allora non mi voleva lasciare andare e continuava a plagiarmi. Mi parlò della moralità e dei valori che avrei rinnegato lasciandolo. Mi parlò di tradimento. Mi disse che lo stavo tradendo senza nessuna ragione e che per questo mi appellavo a un racconto di abusi. Mi disse che poteva giustificare qualsiasi atto di violenza nei miei confronti, poiché tutti derivavano dal grande amore e dalla benevolenza che provava per me. Mi ripeteva che mi stavo concentrando troppo sulle cose negative e che invece mi dimenticavo per convenienza tutte le cose buone che aveva fatto per me. Mi disse che stavo prendendo la strada facile e che se l’avessi amato davvero avrei resistito per migliorare la relazione.

Quando le sue manipolazioni per trattenermi non ebbero alcun risultato, iniziò a chiedermi perdono. Mi promise che sarebbe cambiato, come mi aveva già promesso in precedenza dopo ogni abuso. Mi domandò perché d’improvviso avessi preso una simile decisione. Avevo incontrato qualcun altro? Poi iniziò con le negoziazioni. Mi disse che se lui avesse accettato la mia decisione, allora io avrei dovuto accettare le sue condizioni, ovvero sarei rimasta single per tutta la vita e non mi sarei più innamorata di nessuno. Dovevo anche stare ad aspettare che lui cambiasse e pretendeva che continuassimo a portare avanti le attività dell’Organizzazione per i Diritti delle Donne Dalit che avevamo fondato insieme.

Era pura ironia che, durante la nostra relazione, nelle occasioni sociali andassimo insieme per parlare come colleghi/e dei diritti delle donne Dalit e che in privato i miei diritti venissero violati tutti i giorni. Avevamo entrambi delle vite piuttosto contrastanti. Nel mondo esterno io ero una ragazza sicura di sé, schietta, e lui un introverso ma comunque diligente promotore dei diritti delle donne Dalit. Nella mia vita personale io ero oppressa e lui era l’oppressore. Chi l’avrebbe mai creduto? Per esempio, la gente rimase scioccata che lui fosse capace di alzare le mani su chiunque. Allo stesso tempo mi dicevano di dimenticare. La maggior parte delle persone con cui parlavo mi davano consigli con buone intenzioni. Dicevano: ne sei uscita ed è questo che conta. Ti aspetta una vita migliore e lui non merita le tue attenzioni. Vedevo che per quanto la gente si sentisse rattristata, scioccata dall’abuso, pensava che fosse normale. Qualcosa che andava dimenticato e che la vita doveva continuare.

Alcuni/e amici/amiche comuni non ruppero il silenzio su questo argomento. Pensavano che non spettasse loro prendere posizione e me lo dissero. Alcuni/e si sentirono in dovere di moralizzare. Altri/e non riuscivano a capire perché non l’avessi lasciato prima. Alcuni/e mi chiesero: ma perché adesso, dopo 5 anni? Cosa ti ha fatto prendere questa decisione improvvisa? Come se, per il fatto essere rimasta 5 anni in quella relazione, avessi perso la legittimità di metterla in discussione e uscirne. Alcuni/e ritenevano che la mia fosse una decisione improvvisa e cha avrei dovuto pensarci su. Altri/e ne fecero una questione di orgoglio perché non avevo chiesto aiuto prima a loro. Alcuni/e affermarono che lui era loro amico ed erano preoccupati/e delle conseguenze che la rottura avrebbe avuto su di lui.

Dopo la fine di questa relazione abusiva, la mia vita ha avuto una svolta teatrale. Forse perfino magica, se così si può dire. Ho scoperto una connessione splendida con un vecchio amico belga con il quale sentivo di poter condividere tutti i miei pensieri. Un anno dopo abbiamo deciso di sposarci. Dal momento in cui la notizia del mio matrimonio con un “uomo bianco” è esplosa nel dicembre del 2015, ci sono state ondate di shock. Giravano voci che avessi tradito “un brav’uomo della nostra comunità” per “uno straniero bianco”. Dicevano che avessi scelto “l’opzione migliore”. Eppure molti/e mi hanno contattata per farmi le congratulazioni. Li/le ringrazio per il supporto. Oggi vivo una relazione di uguaglianza e reciproco rispetto piena d’amore e fiducia. Il mio compagno, amici/amiche e famiglie da entrambe le parti del mondo (India e Belgio) ci supportano con tutto il cuore. Il loro supporto è stato cruciale per me per restare forte.

Alla fine di questo racconto, voglio rispondere a chi vuole sapere perché non me ne sono andata in quei 5 anni. Anche se non vi devo spiegazioni, ripeterò le ragioni comuni nelle situazioni di abuso domestico. Vorrei aiutare le donne che vivono relazioni abusive a riconoscere gli schemi dell’abuso che stanno vivendo.

Non me ne sono andata innanzitutto perché non potevo credere che mi stessero abusando. Ero una donna che aveva studiato, indipendente, che si batteva per i diritti delle donne emarginate. Come poteva succedere a me? Inoltre, il pensiero comune è che l’abuso domestico capiti a donne analfabete e non indipendenti, da parte di uomini alcolisti. Poiché lui era un attivista per i diritti umani, non aveva il profilo dell’abusatore. Nessuno dei due aveva il profilo dell’abusata e dell’abusatore. Voglio dire alla gente: è un mito! Gli abusatori non hanno un profilo specifico. Prego le donne di non vergognarsi perché sono state abusate. La violenza domestica non rappresenta chi siete come persone.

Non me ne sono andata perché cercavo di razionalizzare le sue ragioni. Ho iniziato a pensare che, siccome non poteva arrabbiarsi con me senza motivo, forse stavo facendo qualcosa per farlo arrabbiare. Sono stata condizionata gradualmente affinché mi incolpassi. Pensavo di poter migliorare le cose e che il tempo avrebbe rafforzato la fiducia tra noi. Le ricerche dimostrano che la maggior parte degli abusatori ha un problema di aggressività e che la loro rabbia non ha sempre una ragione sensata. Gli abusatori usano strategie sistematiche per raggirare e manipolare. Credere che sia colpa tua ti trascinerà ancora più a fondo in questo ciclo di abusi.

Non me ne sono andata perché credevo che avrei potuto aiutarlo. Spesso diceva che aveva bisogno di me perché lo rendessi una persona migliore. Che solo io potevo aiutarlo. Ho iniziato a leggere articoli sulla vita con una persona instabile. La mia preghiera alle donne è: non cercate di salvare qualcuno mettendo a rischio la vostra vita. Non aspettate che cambi. Perché se anche ci fosse una possibilità che cambi, avrebbe probabilmente bisogno di un aiuto esterno da parte di un/una esperto/a. Tu come vittima di violenza dovresti prima di tutto distanziarti dalla relazione abusiva per la tua incolumità.

Non me ne sono andata perché continuavo a spostare il limite da raggiungere prima di andarmene. Prima gli dicevo che l’avrei lasciato se mi avesse picchiata e umiliata in pubblico. Ma quando questo avvenne, iniziai a dirgli che l’avrei lasciato se mi avesse picchiata davanti alle nostre famiglie. E quando anche quello avvenne, spostai ulteriormente il limite. Gli dissi: “In futuro, quando ci sposeremo e avremo una famiglia, ti lascerò se mi picchierai di fronte ai/alle nostri/e figli/e”. Una volta mi disse, dopo avermi picchiata di fronte a sua sorella: “Ora che mi hai spinto a picchiarti di fronte a mia sorella, non avrò più nessuna inibizione davanti a nessun altro/a”. Mi disse: “Ti sei appena messa nella peggiore situazione possibile”. Prego tutte le donne di avere tolleranza zero di fronte a qualsiasi forma d’abuso. Non lasciate compromettere il vostro rispetto e la vostra dignità per nessuno motivo.

Non me ne sono andata perché non sapevo come. Senza rendermene conto, mi stavo imponendo delle regole per mantenere la pace, per renderlo felice. E questo mi aveva portata ad allontanarmi da amici/amiche e famiglia. L’isolamento mi aveva reso più difficile trovare una spiegazione ragionevole alla situazione. Care donne coraggiose, non chiudetevi. Parlate con la famiglia e con le/gli amiche/amici. Tenete in considerazione le loro opinioni. Ma, ancora più importante, prendete le vostre decisioni. Dobbiamo vivere e imparare mentre viviamo. Tutte/i possiamo sentirci vulnerabili. Io a volte mi sento vulnerabile e mi sorprende ancora oggi pensare a quanto la violenza abbia avuto impatto su di me. Mi considero una donna forte e ora la mia vulnerabilità è diventata parte di quella forza.

Prima di concludere, voglio rispondere alle persone che conoscono chi mi ha abusata. Dopo aver letto tutto questo, alcuni/e di voi potrebbero arrabbiarsi e magari anche prendere le distanze da lui. Non penso che questa sia una soluzione. Ci sono troppi casi di abuso domestico per incolpare e punire solo una persona. Dobbiamo riflettere come società su come stiamo affrontando questi problemi di violenza. Nominiamo e incolpiamo le vittime/sopravvissute all’abuso domestico. Ogni volta che una donna decide di allontanarsi da una relazione sbagliata, la sua innocenza è messa sotto esame. Denunciamo invece la violenza domestica. Appoggiamo coloro che denunciano la violenza che stanno soffrendo. Ci dovrebbe anche essere coscienza e apertura nella società nel riconoscere la rabbia e l’aggressività come disordini psicologici. Le persone con problemi di rabbia e aggressività dovrebbero cercare aiuto. Con i bambini, le donne sono le vittime principali dei problemi di aggressività dei propri compagni.

Sono arrivata alla fine del mio racconto. Vi chiederete perché scrivo su un argomento così personale. Ho già spiegato le ragioni all’inizio di questo testo. In conclusione, voglio però ribadirle. Voglio costruire una rete di solidarietà con le sopravvissute alla violenza domestica e continuare il dialogo. Mentre insegniamo alle nostre ragazze e donne lezioni di empowerment, dobbiamo anche insegnare all’intera società, e specialmente agli uomini, ad essere emancipati e a supportare l’uguaglianza di genere nel suo senso più profondo. L’uguaglianza, non come un valore “là fuori”, ma come un’abitudine integrata nella nostra vita quotidiana. La società dovrebbe educare le sue ragazze e donne a pensare indipendentemente. Invece di enfatizzare la virtù del sacrificio, dovrebbero essere incoraggiate a mettersi al primo posto. Dovremmo insegnare loro che pretendere i loro diritti è importante e normale. La società dovrebbe allo stesso tempo comprendere che è normale per donne che vivono relazioni violente essere vulnerabili e sentirsi deboli. Le ragazze e le donne dovrebbero sapere che è solo quando ci prendiamo cura di noi stesse e diamo valore a noi stesse che riusciamo a trovarci e a trovare la forza di accettare quello che siamo. Jai Bhim!

Se ti riconosci anche parzialmente in questo racconto, se pensi di essere vittima di violenza nelle relazioni di intimitá, in italia esiste la rete di centri antiviolenza Rete D.i.Re che ti può aiutare nel percorso di uscita da questa condizione.

La versione originale di questo articolo è consultabile in lingua inglese sulla pagina di Savari, un collettivo di donne adivasi, bahujan e dalit. L’articolo è stato tradotto da Marta Ruffa all’interno del progetto TuTela – Feminist Learning Network, una rete transnazionale dedicata alla diffusione di conoscenza alternativa e critica nell’ambito del lavoro sociale e dell’educazione attraverso le esperienze concrete di attiviste/i, educatrici/educatori, operatrici/operatori sociali.

Attivista per i diritti delle donne Dalit, Swati è attualmente candidata al Dottorato in Socio-Economia presso l’Università di Ginevra sulle disuguaglianze di casta e di genere nei processi politici in India.

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