In Georgia la Chiesa ruba le piazze al movimento LGBTQI+

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In oltre 130 paesi, la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia, l’Intersessismo e la Transfobia (IDAHOBIT) è un punto di riferimento annuale per denunciare la discriminazione e la repressione che le persone non conformi alle norme di genere socialmente imposte vivono in tutto il mondo. Si celebra il 17 maggio di ogni anno, per commemorare il giorno in cui l’omosessualità venne depatologizzata, essendo rimossa dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV). Era il 1990.

Qualche decennio più tardi, nella Georgia del 2014, la Chiesa Ortodossa ha deciso di sottrarre le celebrazioni del 17 di maggio alla comunità LGBTQI+ locale. Da allora, con il benestare del governo, la Chiesa ha proclamato la Giornata per la Santità della Famiglia che si propone di “purificare” la famiglia attraverso la caccia alle persone LGBTQI+. Quest’anno, però, non tutto è andato come previsto.

Il business politico dell’omofobia

Non possiamo raccontare questa storia senza prima affrontare il pesante retaggio dell’epoca sovietica. Quando nel 1991 la Georgia proclamò l’indipendenza, il Paese non ereditò solamente le leggi sovietiche che criminalizzavano le relazioni omosessuali (abrogate nel 2000) ma anche la convinzione popolare che l’omosessualità fosse «un dannoso prodotto dell’occidente», oltre a una Chiesa Ortodossa sorvegliata dal KGB e l’intero apparato mediatico piegato agli interessi del governo. Insieme all’indipendenza la Georgia ottenne in eredità un terreno fertile per la diffusione dell’omofobia.

Successivamente, invece di sostenere le promesse di indipendenza e promuovere i valori che ne avevano accompagnato il processo, il paese scelse un percorso diverso. Un percorso che fino ad oggi ha continuato ad alimentare un discorso religioso ferocemente reazionario che ha penetrato ogni settore di governo, il sistema giudiziario e il senso comune di gran parte della popolazione. Da allora, il governo georgiano, la Chiesa ortodossa e gli organi di informazione continuano instancabilmente a seguire la strada tracciata dall’Unione Sovietica e, ancora oggi, descrivono la popolazione LGBTQI+ come «la faccia del male».

Ogni organizzazione ha una agenda politica propria, ma tutte traggono gli stessi benefici da questa strana “cooperazione”. I governi che si susseguono hanno bisogno di demonizzare ed emarginare politicamente la comunità LGBTQI+ per poter affermare che essa – e non il governo – è la causa principale di ogni malessere e insuccesso del Paese. Nel mantenere la diffusione di questa ideologia, dal 2002 i governi hanno dato sempre maggior potere alla Chiesa Ortodossa, principalmente attraverso la concessione di sostanziosi finanziamenti pubblici. Un rapporto pubblicato dal Tolerance and Democracy Institutee dal Human Rights Education and Monitoring Centremostra che, tra il 2002 e il 2017, la Chiesa ha ricevuto circa 90 milioni di euro dal bilancio dello Stato. Inoltre l’istituzione religiosa ha ottenuto a titolo di favore la concessione di beni immobili: 48 unità immobiliari nel solo biennio 2014-15, per una superficie complessiva di quasi un milione di metri quadrati. A tutto questo si aggiunge ovviamente l’esenzione dal pagamento delle imposte.

Complessivamente, questi privilegi hanno portato la Chiesa ortodossa georgiana a diventare la più ricca e potente organizzazione imprenditoriale del Paese, che gestisce più di 44 organizzazioni commerciali e 105 non commerciali, incluse strutture per il gioco d’azzardo e negozi di alcolici. Grazie ai suoi poteri finanziari, la Chiesa ha acquisito anche una crescente influenza sulla popolazione georgiana. Un recente sondaggio ha mostrato che l’88% delle persone interpellate ha un’estrema fiducia nell’istituzione religiosa.

Dal canto suo, la Chiesa ottiene un duplice vantaggio a demonizzare le persone LGBTQI+: acquisisce privilegi finanziari e materiali dal governo, e allo stesso tempo rafforza la sua capacità di influenzare l’opinione pubblica e lo stesso governo. Il potere della Chiesa è cresciuto così tanto negli ultimi anni che il governo è diventato esso stesso dipendente dalla retorica anti-LGBTQI+ promossa dalla Chiesa, mantenendo un silenzio accondiscendente verso ogni sua azione.

L’ideologia della Chiesa georgiana non si basa esclusivamente sulla promozione dell’omofobia ma anche e soprattutto sulla diffusione di atteggiamenti ed opinioni negative nei confronti degli Stati Uniti e del progetto politico europeo, che mira a rappresentare la Russia come l’unico alleato possibile del Paese. L’identificazione della la questione LGBTQI+ come un “prodotto occidentale” è un tassello di una strategia geopolitica più ampia.

Lapidati sulla pubblica piazza

Quando l’organizzazione più ricca e influente del Paese, con il sostegno del governo, promuove l’omofobia per anni, ottiene ovviamente i risultati attesi. In Georgia l’avversione nei confronti delle persone LGBTIQ+ è ampiamente diffusa. Il 17 maggio 2012, per la prima volta nella storia, la comunità queer georgiana decide di manifestarsi e di manifestare, organizzando un piccolo corteo pacifico con striscioni e slogan come «Sono gay», «Mi piace il mio amico gay», ecc. Ma il corteo viene presto e violentemente interrotto da una contro-manifestazione convocata dalla Chiesa. Invece di arrestare i responsabili dell’aggressione, la polizia arresta i manifestanti.

Nonostante questo episodio, per il 17 maggio dell’anno successivo la comunità LGBTQI+ georgiana decide di pianificare un altro evento, questa volta in stretta coordinazione con il Ministero degli Interni, eletto nel nuovo governo: l’obiettivo è garantire l’incolumità dei partecipanti. Gli attivisti e le attiviste ricevono il permesso di realizzare un flash-mob della durata di circa 20 minuti nel centro della capitale Tbilisi di fronte all’antico edificio del Parlamento georgiano.

La Chiesa Ortodossa non rimane a guardare. Sacerdoti e seguaci s’affannano per mobilitare fedeli provenienti da tutto il Paese per opporsi alla cosiddetta “propaganda gay” e non permettere agli attivisti e alle attiviste LGBTQI+ di realizzare il flash-mob, che nel frattempo è già stato autorizzato dal governo. Alla fine, la Chiesa è stata in grado di mobilitare circa 20.000 seguaci contro circa 40-60 attivisti ed attiviste LGBTQI+ che quel giorno diventarono vittime di un’efferata violenza omofoba. Nessuno dei membri della comunità LGBTIQ+ e dei loro amici e alleati che parteciparono all’evento dimenticheranno mai quello che è successo nel centro di Tbilisi il 17 maggio 2013.

Sono passati già 5 anni da allora ma i ricordi sono ancora vividi. È ancora difficile parlare, descrivere e raccontare a chi non era presente cosa significa provare la paura e l’orrore di essere linciati, di essere lapidati pubblicamente per il solo motivo di amare qualcuno. Quel giorno 20 attivisti e attiviste furono circondati da centinaia di persone piene di odio, crudeltà e disumanità. La polizia cercò di evacuare i manifestanti, senza riuscirci. I credenti ortodossi avrebbero voluto vedere scorrere molto sangue, ma fortunatamente nessuno è morto. Pensavamo che queste cose potessero accadere solo nei film, e non nella realtà.

Su quei fatti i media ebbero un’importante responsabilità: per attirare l’attenzione di quanti più telespettatori e lettori possibile, notiziari e giornali decisero di alimentare lo scandalo. Il flash-mobsilenzioso di 20 minuti venne interpretato come un tentativo di realizzare un Gay Pride. Quest’affermazione venne diffusa sui media mainstream prima e dopo il 17 maggio, insieme a notizie che chiamavano la nazione a schierarsi contro gli USA e «la sporca propaganda gay degli Stati Uniti».

Non contento, il capo della Chiesa ortodossa Georgiana decise che la violenza non era una punizione sufficiente per l’amoralità delle persone LGBTQI+ e qualche mese più tardi annunciò che il 17 maggio sarebbe diventato il giorno destinato alle celebrazioni della Santità della Famiglia. Da allora, la Chiesa celebra il 17 maggio nelle strade di Tbilisi, per promuovere “la pace” all’interno delle famiglie e sostenere l’eteronormatività come unico modo di vivere legittimo. Maggio si è trasformato nel  “periodo di caccia” alle persone LGBTQI+.

L’espressione della violenza omofobica in maggio raggiunge i suoi livelli più alti, ma la repressione è costante e quotidiana: ogni anno vengono diffuse decine di reports sulla violenza e il bullismo contro le persone LGBTQI+, sull’assassinio di persone transgender, sul fatto che molte di loro vengano respinte dalle proprie famiglie e cacciate di casa. Solo nel 2017, la Procura ha esaminato 86 presunti reati di odio, 12 dei quali basati sull’orientamento sessuale e 37 sull’identità di genere.

Giornata della Santità della Famiglia. 17 maggio 2018. Foto: Keti Machavariani/Netgazeti

Demonizzare l’altro per polarizzare la società

Ogni anno le questioni LGBTQI+ vengono utilizzate come il tassello fondamentale degli equilibri di potere . Prima delle elezioni parlamentari del 2016 una delle promesse dei membri dell’attuale governo fu quella di emendare la Costituzione con l’obiettivo di trasformare la descrizione del matrimonio da «unione tra gli sposi» alla formulazione meno ambigua «unione tra l’uomo e la donna». Modificare la Costituzione è stata l’unica promessa a cui hanno adempiuto. Il Comitato Parlamentare Georgiano per i Diritti Umani, anziché promuovere i diritti umani, ha votato senza alcuna remora la modifica della Costituzione. Successivamente, la comunità LGBTQI+ georgiana ha confidato in un parere negativo della Commissione di Venezia [organo consultivo del Consiglio d’Europa che ha il compito di fornire consulenza legale sulle bozze delle proposte di legge degli stati membri, nda.], ma il fatto che questa non abbia respinto la legge di modifica costituzionale ha consentito al governo georgiano di dichiarare l’emendamento rispettoso dei diritti umani e di chiudere la questione una volta per tutte. .

Oggi la Georgia è un Paese crudele nei confronti delle persone LGBTQI+. I membri del Parlamento si scusano sui social per aver votato un membro del consiglio di amministrazione dell’emittente pubblica che critica pubblicamente la Chiesa. I membri del Comitato Parlamentare per i Diritti Umani rilasciano dichiarazioni discriminatorie nei confronti delle persone LGBTQI+. I giudici hanno addirittura condannato un’azienda di preservativi per una campagna pubblicitaria ritenuta offensiva nei confronti delle «convinzioni nazionali e religiose»: secondo la corte il disegno di due dita dentro un preservativo che appare sulla confezione richiamerebbe in modo palese il segno usato dai sacerdoti ortodossi per fare il segno della croce.

Nel complesso, le narrazioni e le aggressioni xenofobe, sessiste e omofobiche della Chiesa sono cresciute di pari passo alla diffusione di gruppi di estrema destra e neonazisti, all’aumento dei sentimenti nazionalisti e anti-immigrazione e alla polarizzazione complessiva della società georgiana che ha raggiunto una scala senza precedenti proprio nel 2018.

Numerosi eventi verificatisi nel maggio di quest’anno sono la cartina di tornasole del fallimento del sistema politico georgiano contemporanee: la brutalità della polizia, la mancanza di indagini per alcuni casi di omicidio, l’assenza di adeguati diritti del lavoro che hanno portato alla morte di diversi minatori e a intensi scioperi del personale della metropolitana dimostrano che, nonostante il fantasma della «propaganda gay», lo Stato continua a deludere i suoi cittadini su diversi fronti. Quest’anno, in un contesto di forte polarizzazione sociale, la comunità LGBTQI+ ha subito un contraccolpo senza precedenti.

Se sparisce il nemico, crolla il castello di carte

I preparativi per la celebrazione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia, l’Intersessismo e la Transfobia del 2018 sono iniziati con molti mesi di anticipo. Tuttavia, poche ore prima della manifestazione, l’evento è stato cancellato dagli stessi attivisti e attiviste LGBTIQ+. Questa decisione è stata assunta per prendere le distanze dalle manipolazioni politiche che in questi anni hanno contribuito a destabilizzare la società civile georgiana, ed anche per evitare lo spargimento di sangue annunciato e preparato dai gruppi neonazisti insieme alla Chiesa.

Ironia della sorte, nessuno tra tutti gli attori coinvolti nella demonizzazione delle persone LGBTQI+ è sembrato felice di questa decisione: i partiti di opposizione sono rimasti senza elementi per criticare il governo in carica; l’attuale governo liberal-conservatore non ha potuto dimostrare all’Occidente la solidità della democrazia georgiana; ai gruppi neonazisti hanno tolto il sangue; la Chiesa ortodossa è rimasta senza “la faccia del male”.

Cancellare la celebrazione più importante dell’anno è stata una decisione sofferta sia per gli attivisti e  le attiviste LGBTQI+, sia per i membri della più ampia comunità queer georgiana. Un cospicuo numero di essi ha trovato altri modi (anche se su scala molto ridotta) per celebrare l’IDAHOBIT. Nonostante il numero ristretto di partecipanti, l’organizzazione di un un piccolo presidio dimostrativo davanti agli edifici chiave dei Ministeri a Tbilisi è stato un modo altrettanto importante per celebrare la Giornata, e denunciare l’ingiustizia e la discriminazione che la comunità LGBTQI+ georgiana affronta quotidianamente a casa, a scuola, sul posto di lavoro e nelle istituzioni pubbliche.

Ancora una volta, la più ampia comunità LGBTQI+ del Paese è rimasta senza la possibilità di celebrare il 17 maggio nelle strade, di sventolare le bandiere arcobaleno, di marciare sul viale principale e rendersi visibile, vedersi riconosciuto almeno il diritto di manifestare. Ma c’è di più. Quest’anno la repressione degli apparati statali e religiosi si è spinta oltre, fino a travolgere gli spazi di attivismo online. Il Gruppo Indipendente Femminista, un collettivo che da anni è alleato della comunità queer, ha deciso di celebrare l’IDAHOBIT con una campagna online, che avrebbe permesso alle persone di fare un “check-in” su Facebook nello spazio che era stato negato offline, ovvero la piazza davanti al Palazzo del Parlamento. La campagna ha riscosso una popolarità senza precedenti, essendostata annunciata da importanti riviste online e raggiungendo 15.000 persone in sole 6 ore. Tuttavia, 5 minuti prima dell’orario previsto prima della celebrazione di questa manifestazione virtuale, l’evento ha subito un attacco informatico attraverso l’hacking degli account degli organizzatori e la disattivazione della pagina principale della campagna. Ancora una volta, l’ipotesi che i diritti della comunità queer in Georgia siano protetti dal nuovo governo è si dimostrato essere solo qualcosa a metà tra il mito e la falsa speranza.

Sono passati 7 anni da quando la comunità LGBTQI+ ha deciso di uscire allo scoperto, occupare le strade e rivendicare gli spazi che fino ad allora gli erano stati preclusi.  Ogni anno questa comunità deve affrontare sfide diverse per organizzarsi, incontrarsi e riuscire a manifestare insieme, ma le azioni contro di loro intraprese dal governo e dalla Chiesa stanno diventando sempre più aggressive. È evidente che le forze politiche e religiose lavorano intenzionalmente per indebolire la comunità LGBTQI+, anche provocando  conflitti interni con l’obiettivo di destabilizzare l’intero movimento. È difficile e quasi impossibile definire una strategia specifica per combattere la violenza istituzionale e di una retorica che definisce le persone queer come “il male assoluto”. Ci sentiamo abbandonati e abbandonate, sentiamo le nostre vite spezzate e le nostre realtà come escluse dalla società. Sembra non ci sia nulla per noi in Georgia e che nemmeno ci sarà mai.

Foto di copertina: presidio dimostrativo davanti agli edifici chiave dei Ministeri a Tbilisi. 17 maggio 2018. Foto: Michael Meparishvili/Netgazeti

Ketevan Khomeriki è un avvocatessa per i diritti umani e attivista per i diritti LGBTQI di Poti, in Georgia. Ha studiato giurisprudenza presso l'Università statale di Tbilisi e attualmente frequenta un master di diritto internazionale e diritti umani all'Università di Tartu, in Estonia. Dal 2015 difende i diritti delle persone con disabilità in Georgia. Oltre a sostenere cause legali, Ketevan organizza corsi di formazione e workshop sui diritti umani e la disabilità rivolte alle donne con disabilità e le loro famiglie che vivono in aree rurali della Georgia, ma anche ad avvocati e autorità governative locali. Inoltre ha svolto corsi di formazione sulla sicurezza digitale per donne e attivisti per i diritti umani LGBTQI. Ekaterine Gejadze è una difenditrice dei diritti umani e un’attivista femminista queer di Tbilisi, in Georgia. Ha conseguito un Master in studi di genere presso la Central European University di Budapest. In passato, Ekaterine ha partecipato attivamente a iniziative locali e internazionali per i diritti delle donne e delle persone omosessuali in Georgia, contribuendo a movimenti femministi, ambientalisti e per la sicurezza digitale. Insieme alle sue colleghe, ha organizzato il primo Festival femminista e il primo programma radiofonico femminista in Georgia. Col passare del tempo è diventata la conduttrice di riferimento sulle questioni relative ai diritti LGBTQI e alla violenza, discriminazione e giustizia di genere. Ekaterine collabora con gruppi e sponsor per i diritti delle donne, a livello locale e internazionale: Independent Group of Feminist, Astraea – Lesbian Foundation for Justice, FRIDA – Young Feminist Fund, Global LBQ Conference.

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