Orbán contro tutti

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Soddisfazione. È questa la parola più inquietante pronunciata dal primo ministro ungherese Viktor Orbán nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche di domani 8 aprile. «Chiederò soddisfazione a chi è contro di me» ha detto letteralmente. Che in un ungherese di un altro secolo può voler dire «avrò la mia rivalsa» o un ben più minaccioso «faremo i conti». Era il discorso di chiusura dei festeggiamenti per il 15 marzo, festa nazionale in ricordo dei moti antiaustriaci del 1848, in piazza Kossuth, sotto la grande cupola del parlamento ungherese. Pochi giorni dopo annuncerà di essere in possesso di una lista coi nomi di circa duemila oppositori politici.

La dichiarazione del primo ministro non ha lasciato la piazza indifferente, racconta Lajos, 35 anni, blogger: «In quel momento ho sentito una voce alta e minacciosa: “Signore, non vedo la sua coccarda. È questo il Suo rispetto verso il primo ministro?». Era un tipo vestito di nero, con addosso la giubba degli ussari … ho provato a rispondergli, poi me la sono filata». Mentre mi racconta questo aneddoto Lajos dà una scrollata di spalle: «Da anni non porto la coccarda tricolore alla manifestazione del 15 marzo, perchè è diventata un simbolo nazionalista … non è un obbligo, non siamo mica più sotto il regime comunista!».

In un’Ungheria con il PIL in costante crescita, la disoccupazione al di sotto del 4% e gli stipendi in aumento, Orbán non punta sui successi del suo governo, ma parla solo di nemici da sconfiggere, muri da innalzare e migranti da fermare. Sempre dal palco di piazza Kossuth il primo ministro ha anche affermato: «Ci sono due Ungherie: noi e loro». Noi, quelli che, come buoni padri di famiglia, vi proteggono dai pericoli, dai milioni di migranti che vogliono entrare nel nostro paese per distruggere la nostra cultura e la nostra religione; e Loro, quelli che vogliono che tutto questo accada: l’Unione Europea, le Nazioni Unite e l’Occidente, e ovviamente il grande capitalismo internazionale rappresentato dal faccione del finanziere statunitense di origine ungherese George Soros. Il suo ghigno cattivo affiancato dalla scritta «non facciamolo ridere per ultimo» o «non gli permettiamo di abbattere il muro al confine» compare da mesi nelle strade dell’Ungheria tappezzate da cartelloni governativi.

«Alla vigilia del voto stiamo assistendo solo all’ultimo atto di una lunghissima campagna mediatica – aggressiva e piena d’odio – che dura ormai da tre anni, e che ha lasciato sbigottiti non pochi ungheresi», mi confida Bandi, artista figurativo trentenne, seduto al bancone di un bar col suo cappellino da baseball: «Sono ungherese, ma nato e cresciuto in Serbia, vicino al confine. Ho vissuto la mia infanzia in un Paese famoso per il nazionalismo e l’uso senza scrupoli che ne hanno fatto i politici, ma non si era mai arrivati a questo punto, a queste parole. Prima tutto finiva lì, negli interessi privati di ciascuno. Ora, se stravince Orbán, io forse me ne torno in Serbia».

«La creazione del nemico come tecnica per generare consenso non è una novità, ed è particolarmente efficace con chi ha poche fonti di informazione o scarse capacità critiche», mi spiega ai margini di una conferenza Heszna al Ghoui, famosa inviata guerra ungherese di padre siriano. «È una tecnica che si usa da sempre nella comunicazione, per la politica come per un detersivo o uno yogurt che vuoi vendere. Prima trovi o crei un pericolo, meglio se mortale ovviamente. Poi indichi la tua soluzione, utilizzando neologismi o parole straniere – come migrante o bifidus – a cui attribuire per primi un significato specifico. La differenza rispetto al passato è che i social media e il controllo dei media mainstream da parte del governo hanno reso quest’arma molto più potente».

La campagna d’odio di Orbán è stata concepita in primis per convincere l’Ungheria profonda, quella provincia del Paese che guarda solo i canali di stato, e poi quella fascia di popolazione che ha meno possibilità di informarsi e sviluppare una capacità critica, tra cui il 26% di ungheresi che vivono al di sotto della soglia di povertà: lavoratori socialmente utili o piccoli impiegati che guadagnano meno di 300 euro al mese. Miklós, un senzatetto che vive in una tenda rinforzata di polistirolo sulle colline di Buda non ha dubbi su domenica: «Chi altri votare? Orbán è sempre il migliore!».

In tanti la pensano come lui. E Orbán sa che può contare su un elettorato fedele di almeno due milioni di voti composto da persone che seguono poco le schermaglie politiche e che lo vedono da decenni come un grande leader difensore dei valori cattolici e conservatori. E poi c’è quella classe borghese medio-alta che gli riconosce il consolidamento del proprio benessere e che si ricorda bene come già nel 2011, durante il suo primo mandato, Orbán aveva introdotto la flat tax al 15% per le persone fisiche e al 9% per le imprese. Questa politica economica ha reso l’Ungheria un paradiso per le aziende estere che hanno cominciato a investire nel Paese: cinesi, coreane, ma in gran parte tedesche. Insomma, al di lá della retorica sovranista ad uso interno, sono proprio questi influenti gruppi finanziari e industriali che faranno valere tutto il proprio peso per far sì che l’era Orbán prosegua senza intoppi.

«Solo con un unico candidato anti-Fidesz [Federazione dei Giovani Democratici, il partito fondato da Orbán e i suoi amici di università, alla caduta del comunismo, nda.] possiamo vincere! Se invece i partiti di opposizione andranno alle elezioni divisi, non c’è alcuna speranza: la gente non andrà neanche a votare». A parlare è Péter Marki-Zay, che poche settimane fa, da candidato indipendente proveniente dalla destra è riuscito a sorpresa a strappare il comune di Hódmezővasárhely, feudo storico di Fidesz, al partito del primo ministro, proprio raccogliendo tutti i voti anti-Orbán.

La recente perdita di Hódmezővasárhely ha intaccato le certezze di Fidesz e ha dimostrato le possibilità di vittoria di un’opposizione storicamente molto frammentata che va dalla coalizione socialista guidata dal leader con la faccia da bravo ragazzo Karacsony Gergő ai democratici dell’ex premier Gyurcsány; dai liberali alla destra di Jobbik, fino ai giovani di Momentum, un movimento nato sulla spinta della campagna referendaria contro la candidatura dell’Ungheria alle Olimpiadi del 2024.

Seguendo l’esempio di Marki-Zay, in vista delle politiche i partiti di opposizione hanno attivato un complesso schema di desistenze e ritiri incrociati dei propri candidati a favore di quelli con maggiori possibilità di vittoria contro l’esponente di Fidesz. Il neosindaco ha addirittura aperto un sito con le indicazioni su chi votare in ogni circoscrizione: orbannakmenniekell.huorban-se-ne-deve-andare. Alla fine, è stato lo stesso Orbán con la sua logica populista e manichea a spingere i suoi oppositori verso questa strategia. Nell’Ungheria di Orbán svaniscono così le divisioni ideologiche e gli elettori di sinistra voteranno senza problemi i candidati di Jobbik.

Contro Orban voterá l’altra anima dell’Ungheria: quella progressista che gridava “Europa Europa!” ai cortei dell’anno scorso e quella esclusa dalla spartizione del potere e dei posti di lavoro degli uomini di Orbán (Orbánèk è un’altra parola coniata dai suoi oppositori); l’Ungheria che si indigna per i tanti scandali di corruzione e nepotismo, e quella dei giovani, per i quali Orbán non è più il ragazzo di campagna acuto e intelligente che ha sconfitto i comunisti, ma solo un uomo di mezza età con la camicia a quadretti sotto la giacca, legato a un modo di pensare del passato; e infine voterá contro Orbán quell’Ungheria che ha visto i suoi figli emigrare in massa in cerca di stipendi migliori: almeno 500.000 persone, su un paese di 10 milioni di abitanti.

Gli ultimi sondaggi danno Fidesz appena al di sotto del 50% nel proporzionale, che col sistema elettorale in vigore si può tradurre in un’altra maggioranza qualificata. Ma alla fine sará l’affluenza alle urne che farà pesare o meno il nocciolo duro di Fidesz. Vedremo se l’Orbán primo ministro uscente si riconfermerà come nel 2014 con i due terzi dei seggi del parlamento o pagherà l’errore giá commesso nel 2002, al suo primo mandato, quando l’alzata di toni e la voglia di stravincere gli si ritorse contro come un boomerang. Per la cronaca, si prevede una bella giornata di sole.

Master in Relazioni con i paesi dell'Est Europa, Risiede da 11 anni a Budapest dove ha collaborato con l'ambasciata italiana occupandosi di energie alternative, biocarburanti, nucleare nell'europa centro-orientale. Blogger, cura il suo blog "Live in Budapest", che parla di politica e società ungherese. Ha scritto per L'avvenire e Il Riformista, collaborato come autore per TG2 dossier, Qcode magazine e OSME, osservatorio sociale mitteleuropeo. Si interessa di Est Europa, migranti, politiche ambientali.

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