Tunisia: donne, taxi e rivoluzione

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«Se fossi davvero una prostituta starei a casa durante il giorno e lavorerei la sera, e non come tassista. Quando qualcuno insulta qualcun altro in realtà sta parlando di se stesso… si, mi dicono pute, ma io mi ripeto che la puttana non sono io: è lui, sua mamma, sua sorella». Così mi racconta Amel quando salgo sul suo taxi. Quarant’anni, di cui venticinque come tassista a Tunisi.

«Prima della rivoluzione non era così, perché la gente aveva paura di dire quello che pensava. Ma ora soffro di più. L’altra volta uno mi ha sputato in faccia. Era durante il giorno. Mi ha sputato due volte sul viso e mi ha detto: “Sei una puttana”. Sono scesa dalla macchina e volevo picchiarlo. Era un vecchio, “tu andrai all’inferno” gli ho detto. E gli uomini che guardavano adoravano vedere la scena». C’è qualcuno che non paga? «Si, di solito i giovani scappano senza pagare. Ma loro non mi insultano. Scappano soltanto. L’ultima volta erano quattro ragazzini e sono partiti correndo. Cosa posso fare? Non potevo corrergli dietro. Ma prima non era per niente così, ora tutto è cambiato. Siamo in una società maschilista. Bisogna ancora combattere».

Parole che pesano, in un momento storico in cui «manca un vero programma politico, una visione di trasformazione politica e sociale», come ha dichiarato l’ex direttore di Le Monde Diplomatique Alain Gresh in un’intervista a Nawaat, nell’ottobre 2017. La crisi economica, la durezza della vita quotidiana e la degradazione delle infrastrutture e dei servizi pubblici (sistema sanitario, istruzione, trasporti, etc.) pesano, soprattutto negli ambienti popolari e rafforzano la nostalgia dell’epoca di Zine El-Abidine Ben Ali, il dittatore deposto durante la Rivoluzione dei Gelsomini nel gennaio 2011.

Come hanno dimostrato le accese proteste di inizio anno, negli ultimi mesi la delusione per le aspettative tradite dalla rivoluzione ha creato un’ondata nostalgica per l’epoca del dittatore deposto. Una nostalgia che sembra sentirsi un po’ ovunque: al sud che chiede con rabbia il cambiamento anelato ma non ancora ottenuto; tra i giovani che hanno ricominciato a partire cercando altrove le promesse della rivoluzione; nella classe media che si lamenta dei prezzi sempre in aumento e della moneta in caduta libera; tra gli intellettuali, gli studenti, ed i militanti del movimento Mannich Msamah (Io Non Perdono) che fanno sempre più fatica a identificarsi in un governo di “larghe intese” in cui vengono approvate amnistie finanziarie che sembrano avere l’unico intento di non scalfire i privilegi benalisti.

Le rivendicazioni portate avanti in nome di Pane, libertà e dignità, restano ancora lontane all’orizzonte. Tra queste, l’uguaglianza di genere è una delle promesse del cambiamento e della nuova costituzione emanata nel gennaio 2014. Così, la Legge per la lotta contro la violenza di genere approvata dal parlamento tunisino nell’agosto del 2017 è stata salutata con grande ammirazione, soprattutto in Occidente. Il provvedimento promulgato un paio di settimane fa (11 febbraio 2018) intende lottare contro le tutte le forme di violenze contro le donne: fisica, psicologica, sessuale ed economica.

La legge prevede l’annullamento di quella disposizione del codice penale che permetteva al violentatore di garantirsi l’impunità sposando la vittima, ma anche misure di assistenza per le donne vittime di violenza e campagne di prevenzione e informazione negli spazi pubblici, come la campagna di sensibilizzazione “Faddina,  lanciata nel novembre 2017 dal  Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) proprio in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Così, proprio mentre il movimento #metoo cominciavano ad avere un’eco mondiale, le strade di Tunisi e delle principali città del Paese si riempivano di manifesti per denunciare i luoghi comuni della società tunisina che riguardano la donna.

La quotidianità delle donne tunisine, infatti, è ancora ardua. Alla fine del 2017 il CREDIF, un centro di ricerca specializzato sulla condizione della donna in Tunisia, ha pubblicato uno studio sulla violenza subita dalle donne tunisine sui trasporti, negli spazi pubblici e in ambito lavorativo, ed i risultati presentano cifre incredibili: più del 53% delle donne intervistate sono state vittime di violenze e abusi nel corso della loro vita, indipendentemente dalla loro classe sociale.

La sensazione è che la lotta per l’uguaglianza delle donne tunisine non finirà certamente con la promulgazione di questa legge. La loro battaglia è cominciata quando, dopo la Primavera del 2011, il partito islamico Ennhada, attualmente al governo, provò a riportare il paese indietro nel tempo e ad includere nella nuova costituzione la “complementarietà” della donna rispetto all’uomo – e non la loro uguaglianza. Così, il 13 agosto del 2012, nel pieno sbocciare dei gelsomini della rivoluzione, le associazioni femminili più progressiste si riversarono nelle strade della capitale per opporsi al tentativo di rinegoziare le storiche acquisizioni relative ai diritti delle donne tunisine. Infatti, già nel 1956, anno di approvazione del Codice dello Statuto personale, le donne in Tunisia avevano ottenuto il diritto di voto, allo studio e – vent’anni prima che succedesse in Italia – anche all’aborto.

Ma accanto alle luci, ci sono le ombre: “In quanto ai vostri figli, Dio vi ordina di attribuire al maschio una parte uguale a quella di due figlie femmine” (Sura IV, versetto 12, Corano). Nella nuova legge, non è ancora prevista uguaglianza tra uomo e donna nell’eredità, le cui regole seguono ancora i dettami della sharia e alle donne viene assegnata una quota dimezzata rispetto a quella degli eredi maschi. «Eppure [con l’approvazione della legge, ndr.] una breccia nella cittadella patriarcale è stata scavata», dichiara in un’intervista a Jeune Afrique Monica Ben Jemia, presidentessa dell’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche (AFTURD).

Oggi, l’uguaglianza di genere promessa della rivoluzione e della nuova costituzione può capitare che si infranga un giorno qualunque di questo inverno tunisino, prendendo un taxi nel centro della capitale guidato da una delle pochissime tassiste donne. Amel, che in arabo significa speranza.

Ha studiato Scienze Politiche con specializzazione in Nord Africa e Medio Oriente presso l’Università L’Orientale di Napoli. Si é specializzata presso la SOAS di Londra con un Master in Violence, Conflict and Development. Ha lavorato con ONG internazionali in Africa dell’Ovest, Medio Oriente e Sud Est Asiatico. Attualmente vive in Tunisia dove si occupa di protezione dell'infanzia e politiche di genere nella cooperazione allo sviluppo.

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