Free floating: verso una nuova cultura della cosa pubblica?

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Come successo in alcune città d’Italia, anche a Torino è sbarcato il free floating, le biciclette a noleggio che possono essere lasciate ovunque si voglia. Ne venni a conoscenza attraverso Facebook: un breve conto alla rovescia di pochi giorni, ed ecco apparire le verdi biciclette di GoBee come la novità del momento, un progetto sperimentale che aveva scelto proprio il capoluogo piemontese come base di lancio. Fermo restando che già da qualche tempo il mercato di Milano era stato colonizzato dalle rosse Mobike, per i torinesi è stata una novità assoluta, ed il linguaggio usato nella campagna di marketing ha avuto il suo effetto rivoluzionario.

Allo stesso tempo hanno iniziato subito a circolare sui social i primi moniti d’avvertimento: a Milano biciclette abbandonate ovunque e addirittura ripescate dai Navigli. Vantando di possedere nel nostro territorio urbano ben tre fiumi, gli occhi di tutti gli appassionati della lamentela sui social erano puntati su come la cittadinanza torinese si sarebbe comportata con le suddette biciclette, se ci sarebbero stati gesti di vandalismo, oppure se Torino avrebbe dimostrato di essere una città degna del servizio offertole.

Come funziona il Free floating?

Tramite una app, si possono localizzare e raggiungere le bici sparse per la città, si scannerizza un codice QR presente sul mezzo e il lucchetto viene aperto, permettendo all’utente di poter muovere la bicicletta. L’altezza della sella è facilmente regolabile e si è pronti per partire. Finito l’utilizzo, il lucchetto viene di nuovo chiuso manualmente e la bicicletta è pronta per essere usata da qualcun altro, senza la necessità di dover cercare per forza una rastrelliera come nei servizi di bike sharing classici. Giù il cavalletto, e via senza mai voltarsi. Per chi come il sottoscritto è praticamente cresciuto in sella ad una bicicletta, l’esperienza viene vissuta come una specie di “Tinder ciclistico”, senza legami, senza responsabilità, e con il cuore leggero.

Il fatto di poter abbandonare la bici in qualunque posto è senz’altro un vantaggio incredibile per chi è cresciuto con la preoccupazione di dover legare, lucchettare, sbarrare e impedire nei modi più strategici e creativi il furto non solo della bici, ma anche delle singole parti: ruote, selle, fari, pedali e quanto si voglia. Inoltre, a differenza del classico bike sharing, il free floating è pensato per permettere un processo di sottoscrizione completamente autonomo: basta uno smartphone, un numero di carta di credito o un account Paypal, l’accesso ad internet, ed il gioco è fatto.

Le bici non mancano, infatti proprio lo stesso giorno in cui GoBee ha fatto la sua prima apparizione, la città si era già riempita di biciclette della concorrenza, le arancioni e grigie Obike, praticamente uguali se non per il colore. Un meccanismo di rivalità che vede la presenza di un competitor come chiave per il miglioramento del servizio, la creazione del modello dicotomico che alimenta l’illusione della scelta e dinamizza il consumo. Se questo non bastasse, nel giro di una settimana anche le rosse Mobike hanno cominciato a diffondersi per le strade del capoluogo piemontese.

Nuotando controcorrente

Premettendo che non ho avuto modo di provare né Obike né Mobike, GoBee nello specifico è una bicicletta tanto bella quanto scomoda. Dopo i primi due minuti di euforia, si inizia a percepire una sostanziale mancanza di velocità, direttamente proporzionale a un frenetico ritmo di pedalata. Le biciclette non hanno marce, quello che sembrava la leva del cambio ha dimostrato essere uno scomodo, seppur funzionale, campanello. Quando si ha fretta, si deve pedalare ad un ritmo ossessivo ma, al contrario di una classica Graziella, la velocità di queste bici non supera una determinata soglia, soglia peraltro ben difficile da raggiungere. Biciclette pensate per essere da passeggio, probabilmente, non da corsa, ma che scoraggiano ad essere usate nella fretta quotidiana di un percorso casa-impiego, anzi, ci si stanca solo a pensarlo. Per di più, nonostante Torino sia principalmente piatta, la fatica e la frustrazione aumentano esponenzialmente anche in caso di lievi pendenze.

Per chi passa dal centro, l’insidia principale sono le strade lastricate, i dossi e le buche. Avendo una ruota priva di camera d’aria, ogni scossone si sente direttamente sulla colonna vertebrale e sulle mani; le bici sono totalmente prive di qualsiasi sistema di sospensione e le vibrazioni vengono trasmesse direttamente al corpo, aumentando la frustrazione già accumulata per la fatica di spostarsi. Se a questo aggiungiamo il fatto che non sempre una bici raggiunta con l’app si sblocca alla prima intenzione – e a volte nemmeno alla seconda o alla terza – molto spesso quello che dovrebbe essere un “libero galleggiare” si trasforma di più in una nuotata controcorrente e contro l’orologio.

Nonostante questi spiacevoli difetti, la curiosità delle prime esperienze di utilizzo è ben appagata dal senso di futuro che questo servizio infonde. Il distacco dall’oggetto di proprietà consente di liberare alcuni canali saturi di stress quotidiano, come il poter alternare i mezzi di trasporto in base all’umore o alla situazione meteorologica. Da questo punto di vista, la sensazione di libertà è alta e appagante. Inoltre, il non dover pensare a dove si ha lasciato la bici, a come sia stata incatenata, o il non doversi caricare il mezzo per tre piani di scale ogni notte, permette davvero un riposo dallo stress della possessione. E per quanto riguarda i comportamenti scorretti, questi non sono mancati e le bici sono finite per davvero, anche a Torino, dentro al fiume. Ma questo dovrebbe essere pensato come un rischio calcolato, e non come molti lo definiscono sulle reti sociali la prova di una nostra supposta inciviltà. Se così fosse, Melbourne dovrebbe essere considerata all’età della pietra per il numero di biciclette ripescate nel fiume, o sopra gli alberi.

Verso una nuova cultura della cosa pubblica?

La società sta sperimentando ogni giorno di più le conseguenze delle dinamiche economiche che hanno portato alla crisi del sistema del possesso. Mostri sacri come la macchina di proprietà o la casa comprata con il mutuo sono diventati impensabili, irraggiungibili per molti, e il mercato si è adattato di conseguenza. Fenomeni come il car sharing o l’affitto annuale di autoveicoli sono ormai frequenti. Proprio come già si fa con i telefoni, compagnie come Apple e Microsoft pensano di applicare lo stesso sistema (già usato per i software) anche ai computer, con un abbonamento che include assistenza tecnica e aggiornamenti hardware costanti, relegando i nostri dati su un cloud accessibile da qualunque dispositivo. Con il servizio nordamericano LeTote si possono affittare set di vestiti casual mensili personalizzati sui nostri gusti, permettendo così di essere alla moda senza doverci nemmeno pensare, mentre imprese come Arval permettono di affittare una macchina come se fosse un appartamento o una stanza, con comodi pagamenti mensili ed ogni tipo di assistenza completamente a loro carico. Il mondo degli oggetti diventa sempre più pubblico, sempre più condiviso, abbattendo i costi della vita in materia di responsabilità e sacrificio.

A cosa si deve questa tendenza? Appare abbastanza evidente che il modello del possesso è stato inabissato dalla crisi economica dell’ultimo decennio, dalla perdita di potere d’acquisto della popolazione e da una tendenza culturale delle nuove generazioni a vivere uno stile di vita slegato da impegni e responsabilità, non vedendone alcun beneficio. Dal punto di vista della Teoria del Sistemi, il capitalismo sta affrontando un processo evolutivo di adattamento alla crisi, replicando le proprie dinamiche sulla base di un nuovo modello più adatto a sopperire i bisogni di una popolazione più povera. È difficile pensare a come il free floating e il bike sharing in generale possano attecchire in una società ricca, con un potere d’acquisto maggiore, minore criminalità, e migliori infrastrutture. È proprio a causa di questo impoverimento generalizzato che simili iniziative riescono a prendere piede in modo così popolare. Ciò che viene spacciato come una novità figlia di una tecnologia d’avanguardia non è nient’altro che un adattamento evolutivo atto a frenare un’ulteriore scomposizione, come un secchio sotto ad un tetto che sgocciola, una marmitta riparata con il fil di ferro. Di più non si può, ma funziona, e con il tempo smette di essere visto come un problema ed inizia a mostrare i suoi lati più vantaggiosi.

I mercati del digitale e dello smart sharing stimolano così una specie di rinascimento dell’idea della cosa pubblica, un concetto appena sopravvissuto alle pressioni della cultura del privato e della differenziazione sulla base del possesso, che rinasce proprio grazie alla propulsione comunicativa della cultura  “smart” di telefoni intelligenti e start-ups a forte autogestione amministrativa. Un “tutto di tutti” che spinge al pensiero sociale, l’immedesimazione nell’altro sulla base dell’esperienza propria in un contesto altamente interconnesso. La cultura della condivisione rompe le regole del privato proprio nel senso in cui l’oggetto in uso non è di nostra proprietà, ma è di tutti coloro che sono sottoscritti al servizio. Il vecchio dogma consumista del poter trattare come si vuole ciò che si è comprato col sudore della fronte non trova spazio quando ciò che si usa perde il valore aggiunto del possesso totale, ed è potenzialmente di tutti, esercitando quel muscolo della solidarietà mai come ora tanto atrofizzato.

Mi soffermo, ogni tanto, a pensare al futuro del bike sharing come un trionfo dell’utopia sociale, come un po’ già succede nelle capitali scandinave, come a Copenhagen dove per prendere una bici basta una moneta da 20 corone che viene restituita alla fine del viaggio come se fosse un carrello della spesa, ma ancora più in là: la bici come oggetto pubblico gratuito e privo di mediazione economica; biciclette che vengono distribuite in tutto lo spazio urbano di forma tale da rendere ridicolo il pensiero di volerne possedere una come propria. Il free floating ha rappresentato una grande rivoluzione nel colpo d’occhio urbano (piú invadente e preponderante che il normale bike sharing da rastrelliera), ma con il difetto di conformare il tutto, come sempre, nella logica del marchio, nel logo, nella app e naturalmente, nel discorso economico classico del pagare per un servizio.

Un’idea geniale dal punto di vista del business può educare per assurdo al suo esatto opposto: una cultura della condivisione gratuita basata sul rispetto di ciò che è reciproco. Siamo  ancora lontani da tutto questo, e siamo evidentemente ancora lontani da poter associare la parola “pubblico” alla parola “qualità”, ma era senza dubbio un passo necessario da fare, il primo tassello di un puzzle complesso che vede come missione la trasformazione delle dinamiche di condivisione degli strumenti urbani, con non poca malizia ma con interessanti ripercussioni sulla concezione che abbiamo di città, di cittadinanza, di spazio urbano. Un nuovo dogma capitalista, una rivoluzione del modello precedente che trasforma l’individuo in quell’essere sociale creato e pensato nei modelli più utopici: colui che non possiede, colui che appartiene.

Laureato in sociologia alla UNAM del Messico, con tesi sull'analisi della tecnologia della realtà aumentata dal punto di vista della teoria dei Sistemi Sociali di Niklas Luhmann. Dopo una giovinezza passata a Torino in un forte contesto di lotta sociale (Notav, G8), e caratterizzata dallo studio dell'arte, nel 2011 emigra in Messico dove inizia a lavorare in consulenza politica, mentre coltiva la passione per la pittura e il disegno. Successivamente si muove a New York dove lavora come consulente in marketing etnografico. Dal 2017 torna a vivere a Torino, lavorando in ambito digital come consulente e realizzando una residenza d'artista presso la Cavallerizza Reale.

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