12 agosto 2014, Erbil, Iraq

di

Stefano Carini si è trasferito in Iraq nel maggio 2014 per lavorare con la prima agenzia fotografica del Paese. Nonostante l’avanzata ISIS, è rimasto sul territorio per altri 18 mesi. L’estratto del libro “La Donna, la Luna, il Serpente” – che oggi vi presentiamo – è il risultato del suo lavoro di documentazione.

Da quanto tempo sto qui? Non lo so, davvero: giorno e notte mando mail, organizzo foto, leggo news, incontro gente. Hawre si trova tra Siria e Iraq insieme ad un giornalista di Der Spiegel: io ho un’ansia che mi divora lo stomaco e non riesco a non pensare che gli ho trovato io questo lavoro, il primo nostro assegnato e che sento una responsabilità infinita e che se dovesse succedergli qualcosa non me lo potrei mai perdonare. Ho parlato a lungo con Christopher, il giornalista, che ha venticinque anni di esperienza in zone di guerra: venticinque anni, solo qualche anno in meno dell’età di Hawre. L’ho pregato di stare lontano dal fronte, di aiutare Hawre ad essere prudente, che conoscendolo avrebbe voluto mettersi alla prova e che per ora non ce n’era bisogno. Lui mi ha rassicurato che il pezzo su cui lavorava non doveva essere pericoloso. Ma quando ieri, a seguito della battaglia tra ISIS e Peshmerga, sono partiti verso Makhmour a quaranta km da Erbil, ho avuto un groppo in gola tutto il giorno e mi sono riuscito a rilassare un po’ solo quando mi hanno chiamato la sera, per dirmi che tutto era andato bene e che anzi era stato noioso. Ora sono in viaggio verso la montagna di Sinjar e io ho paura che succeda qualcosa, ho il terrore che mi chiami qualcuno per darmi la notizia. L’unico modo per calmarmi è staccare e chiudere il computer per un paio di ore – di più è impossibile dato che ogni mezz’ora riceviamo richieste dai giornali che finalmente sembra si siano accorti di noi.

Esco nel caldo soffocante, mi porto la borsa con le macchine fotografiche e cammino per le strade di Ainkawa che nonostante i quarantotto gradi brulicano di vita. Le migliaia di persone che sono arrivate negli ultimi giorni stanno ancora per strada, campi sorgono autonomi nelle aiuole, nei giardini, negli edifici in costruzione. Piccoli mercati apparsi qua e là vendono frutta, verdura, vestiti, carica batteria, merendine, sigarette, semi di girasole. Cammino, saluto con un gesto chi mi guarda, osservo, ma non parlo con nessuno: cerco solo di capire l’atmosfera, che è strana, pregna di incertezza, diffidenza. Fa caldo, si suda continuamente; mi fermo a prendere una tazza di the. Il ragazzino che me lo prepara indossa una maglietta di Messi come il cinquanta per cento dei bambini: l’altra metà di solito indossa quella di Cristiano Ronaldo. Sorride, ed è incuriosito da me che però non parlo che poche parole di arabo e kurdo: lui è uno dei tanti sfollati, e la sua storia probabilmente è uguale a quella di tanti altri. Sono tutti scappati all’improvviso, senza avere avuto il tempo di prendere nulla, tanto meno di capire cosa stesse succedendo: d’altra parte facciamo tutti ancora fatica a capire cosa stia succedendo pur non cercando di fare altro tutto il giorno. Saluto, gli auguro buona fortuna e continuo.

C’è una chiesa sulla sinistra, la chiesa di San Giuseppe, la più grande qui a Ainkawa: è fatta tutta di cemento e ha un tetto fatto a merletti, con la croce in cima. Appena dopo l’ingresso c’è un giardino di rose, quasi tutte secche, solo qualcuna ancora in fiore. C’è acqua dappertutto, la pompa è aperta, gettata per terra: un uomo la raccoglie svogliatamente, con passo lento si avvicina alle rose e bagna la terra secca.  All’interno, nei cortili circondati da palme e piccoli ulivi, hanno trovato rifugio più di duemila persone. Stanno accampate qua e là, in aiuole divise da piccole siepi. Sono tutti stanchi, sono stremati, hanno paura. Sono prevalentemente donne, bambini, anziani e malati. C’è chi ha una tenda, chi si ripara come può tirando un lenzuolo colorato tra una famiglia e l’altra, per terra un tappeto, delle coperte. Le donne si danno sempre da fare, rassettano, puliscono, cercando di rendere vivibile il pezzetto di terra o prato a loro assegnato. Continuano sempre a lavorare, orgogliose e forti. I bambini corrono e giocano: sono loro che trasudano speranza e che fanno intravedere la possibilità per un futuro migliore. Gli anziani e i malati cercano semplicemente di sopravvivere e di non diventare un peso ancora più gravoso. Mancano gli uomini. Tanti sono morti, altri sono in giro a cercare di fare del mercato, per continuare a essere uomini.

Mi aggiro silenziosamente per i giardini e i porticati della chiesa fatti di pietra bianca: è strano pensare che queste persone, tutte, fino a qualche giorno fa avessero una vita normale, come la mia e la vostra, fatta di sogni, progetti, lavoro, scuola, amore. Incontri al bar con gli amici, serate in giro, cene fuori, litigi, partite di calcio, il sabato a fare shopping, il venerdì sera a fare festa. Medici, insegnanti, meccanici, studenti, avvocati, ingegneri, contadini, pastori, panettieri, impiegati: sono tutti qui, in questa melma di umanità umiliata, terrorizzata, sradicata.

È pieno di fotografi, giornalisti e televisioni e io vorrei evitare di unirmi a questa massa grigia. Mi defilo, cammino lentamente, cerco gli sguardi della gente. Dietro la chiesa c’è un altro giardino di rose, e poi una statua della Madonna, un’edicola votiva fatta di pietre: la gente accende ceri alla Madonna e si inginocchia al suo cospetto pregandola di ascoltare le loro pene. Un ragazzo giovane si avvicina, mi saluta, mi da la mano. Parliamo un po’, io uso le tre parole di arabo che so, lui le tre che conosce in inglese. Ci capiamo, basta poco: basta guardarsi negli occhi. Mi regala un piccolo rosario da portare al polso. Poi, mentre mi avvicino all’ingresso per andare via, un gruppo di ragazzini mi si fa vicino sorridendo e scherzando tra loro. «Hello» mi dice uno di loro «what is your name?» mi chiede in perfetto inglese «Hello, my name is Stefano» gli rispondo. A lui s’illuminano gli occhi e sempre in inglese mi dice che il mio è davvero un bellissimo nome. Mi travolge con grande forza questa sua sensibilità, questa inaspettata delicatezza. Ci sediamo tutti sul prato, in un semicerchio. Sono quattro ragazzi di Qaraqosh, hanno 16-17 anni e sono amici dalla scuola. Sorridono, scherzano, mi guardano. Qaraqosh ha resistito tutta l’estate gli attacchi di ISIS; poi qualche giorno fa le milizie Kurde che rimanevano a protezione della città sono fuggite, lasciando la città, ormai quasi vuota, alla merce dei cani del califfo. La maggior parte della popolazione era già fuggita, ma tanti erano rimasti, e di loro non si sa bene cosa sia stato.

Naseem, il ragazzo che mi ha fermato e che parla un inglese perfetto, fa da interprete e traduce agli altri ciò che dico io e a me le loro domande. Sono curiosi di sapere la storia di un Italiano che è venuto fin qui, e che ha con se delle macchine fotografiche. Mi chiedono del mio paese, del mio lavoro, della mia vita. Racconto parte della mia storia, dico loro che sono qua a dirigere un’agenzia di fotografi iracheni, che non sono arrivato da molto e che non so quanto mi fermerò. Loro ascoltano, ridono, e per qualche istante la guerra, l’odio e la cieca violenza spariscono, e tutto intorno si fa quieto come per darci una tregua, una tregua per conoscersi e per entrare in un contatto umano.

Non parliamo della loro città, di ciò che è successo: nessuno ha voglia di parlarne qui, adesso. Parliamo di calcio, di musica, di religione, di sogni e desideri. Come se non fosse successo nulla, come se fosse tutto normale. Chiedo loro di scrivere sul mio diario, di lasciarmi i loro nomi, il loro cantante preferito, di scrivermi cosa vogliono fare da grandi. Atheer vuole fare il dottore, Matti il maestro, Yousef l’ingegnere: sono ambiziosi com’è giusto che siano. Sono vestiti con jeans e t-shirt colorate, come i ragazzi della loro età in qualsiasi parte del mondo. Scherzano davanti alle mie macchine fotografiche, fanno smorfie, si atteggiano a duri, tirando i muscoli e allargando il petto. Sono ragazzi, ed è bello anzi stupendo vedere che lo sono rimasti, che riescono insieme, aiutandosi così naturalmente, a rimanere sedicenni e continuare a scherzare, a prendersi in giro e a mettersi in gioco, ma soprattutto a continuare a sognare, e non dover per forza crescere all’improvviso come invece succede a tanti altri qui. Poi, purtroppo il mio cellulare suona, e il lavoro chiama. È Beseran ma non capisco bene all’inizio, poi la sua voce si fa più chiara e più calma e forse mi pare di capire: Zmnako, un fotografo di Sulaiymaniyah sta tornando dalle montagne di Sinjar e vuole incontrarmi per vedere insieme le sue foto. Non mi ha chiamato lui perché non parla Inglese, ma è quasi a Erbil, e io devo assolutamente incontrarlo.

Chiedo ai ragazzi di scrivere un’ultima frase nel mio diario: chiedo loro di scrivere un messaggio a chi dovesse mai leggere questo diario, magari dopo aver visto le foto che ho appena scattato. E così uno ad uno scrivono le loro frasi, e sono tutti messaggi di pace e richieste di aiuto per il popolo Cristiano d’Iraq. Saluto i ragazzi, li ringrazio per avermi regalato il pomeriggio più bello che io potessi desiderare, e prometto di tornare presto, e magari di giocare a calcio insieme.

Incontro Zmnako in un bar davanti all’ambasciata americana di Erbil, poco dopo aver ricevuto la chiamata. L’ho già incontrato qualche altra volta e non mi è piaciuto molto: lo trovo un tizio arrogante, egoista, permaloso e maleducato. Ma è anche ambizioso coraggioso e determinato, e sta tornando da un’impresa incredibile che deve essere raccontata. Quando lo incontro è ancora tutto coperto di polvere, assetato, affamato, e palesemente scosso. Ordiniamo da mangiare e sono curioso di sentire la sua storia di cui non ho ancora capito granché. Sono anche molto curioso di scoprire come faremo a capirci, con lui che parla Inglese come io parlo Kurdo ovvero male, davvero male. Lo osservo mentre aspettiamo da mangiare. Ha un non so che di vanitoso nel modo in cui continua a lisciarsi e rilegarsi i lunghi capelli ondulati. Si tocca la barba tenuta corta, sorride nervosamente, si guarda in giro, non sta mai fermo. Ha negli occhi scuri un velo di angoscia, come se fosse appena stato all’inferno e fosse riuscito a tornare per raccontarlo. Gli chiedo con calma di dirmi esattamente cosa è successo, e lui ci prova, un po’ in Inglese, un po’ in Kurdo, un po’ a gesti: è incredibile quanto i gesti siano fondamentali quando non si parla la stessa lingua ma ci si vuole comunque far capire.

Poco alla volta il racconto prende forma e diventa vivo, eccezionale, incredibile. Ne capisco solo delle parti, Zmnako parla veloce, si agita, mischia le lingue senza imbarazzo, e gli chiedo più volte di ripetere. Mi dice di essere partito da Erbil l’11 mattina, prima che il sole sorgesse e di aver raggiunto Zhako, al confine tra Syria e Iraq intorno alle 9.30. Da lì ha attraversato il fiume Tigri, sullo stesso ponte che ormai da giorni è teatro di un esodo biblico con migliaia di Yazidi che rientrano in Iraq dopo essere scampati alla morte, alla montagna, a ISIS, al caldo, alla fame, alla sete, al deserto. Lui ci è passato in direzione contraria, e ha dovuto corrompere un ufficiale delle milizie Siriane del YPG (l’Unita di Protezione Popolare) perché lo lasciasse entrare senza permessi. Insieme alle milizie ha raggiunto il campo profughi di Al Malykia, in Siria dove ha trascorso la notte. Alle 8 di mattina del giorno dopo Zmnako è saltato su un pick-up con i miliziani ed è partito verso la montagna su una di tre piste nel deserto aperte dai militari Kurdi Siriani per salvare le persone che erano rimaste isolate sulla montagna per più di una settimana. Lungo tutto il percorso c’era gente a piedi che camminava da ore, in mezzo alla polvere, per raggiungere il confine e quindi, la salvezza. Zmnako mi parla di un caldo sovraumano, di gente che moriva di fame e di sete, donne, bambini, anziani, infermi: si ferma di scatto, arrivano l’hamburger e le patatine fritte. Prende il panino e stacca un morso enorme, e poi subito un altro. Butta giù un sorso di coca cola e continua concitato: mi racconta la disperazione della gente, gruppi di ragazzi da soli, gli improvvisi colpi di mortaio, la paura feroce in faccia a tutti e poi questa donna, con il suo bambino morto in braccio, straziante. Si ferma di nuovo, questa volta la voce gli si rompe in gola e gli occhi gli si riempiono di lacrime.

Quello che Zmnako ha appena fatto è qualcosa di unico, ed è davvero importantissimo. Dopo essere arrivato in montagna, mi dice che ha trascorso un paio d’ore a fotografare, filmare e raccogliere testimonianze, prima di saltare su uno dei camion insieme agli altri e di tornare verso il campo di Al Malykia, per poi rientrare in Iraq.

Non gli do il tempo di riposare perché è già tardi, e abbiamo un sacco di lavoro da fare. Il mondo intero parla di questa catastrofe ormai da giorni; BBC, CNN, MSNBC, Channel 4, Aljazeera: tutte le televisioni del mondo mostrano le scene apocalittiche senza sosta, sorvolando la montagna con l’elicottero, e poi l’attraversamento del Tigri di migliaia di persone, scene bibliche con commenti struggenti. La riva del fiume è da giorni invasa da fotografi e giornalisti di tutto il mondo, che aspettano. Zmnako invece che aspettare, ha attraversato il fiume contro corrente ed è andato fin dentro il cuore della tragedia. Per questo io lo rispetto, stimo il suo impegno, ammiro il suo coraggio. Per questo so che il suo lavoro merita tutta l’attenzione del mondo, e che forse non ci sarà un’altra occasione come questa per lui, per noi, e per chi sta nelle sue immagini. Ma le sue migliaia di foto e le sue ore di filmato, sono inutili se rimangono nelle sue schede e nel suo computer. Quindi corriamo a casa e insieme a Rawsht, che è venuto a trovarmi in attesa di un lavoro e che adesso traduce per me parola per parola, iniziamo a scaricare le foto e i filmati, e ne abbiamo per delle ore. Guardiamo tutto, una foto alla volta, selezioniamo, marchiamo, commentiamo. Ci fermiamo spesso perché è tutto molto pesante, emotivamente straziante. Ma dobbiamo fare in fretta, perché queste foto devono andare fuori il prima possibile, domani mattina devono essere pronte e devono fare il giro del mondo. Lavoriamo, scriviamo descrizioni, ritocchiamo le foto velocemente con Photoshop: stanotte non dormiamo, è tutto troppo forte, e abbiamo una grande responsabilità che si sente pesantissima sulle nostre spalle.

Insieme ricostruiamo il viaggio di Zmnako scatto dopo scatto. Dalle immagini sul ponte con queste persone distrutte che attraversano, agli aiuti umanitari nel campo di Al Malykia, in Siria dove in tempo record è sorto un campo profughi che attende gli Yazidi; poi arrivano i primi sguardi pieni di polvere e di paura, come quello di Saydo Haji, ultrasettantenne appena arrivato al campo dopo una lunga camminata nella polvere; poi il deserto e le immagini mai viste di questa grande fuga, ognuno come può, chi a piedi, chi in macchina, con trattori, autobus, camion come fossero delle scene tratte dal cartone animato “Le corse pazze” (wacky races). È tutto pazzo: gli sguardi della gente, questo fotografo che li insegue e va nella direzione opposta, verso le montagne, il caldo che si vede nelle foto, nelle crepe in faccia alla gente, nello stremo dei soldati e dei bambini, sono tutti bambini cazzo! C’è un pozzo d’acqua nelle immagini: la gente si ferma, corre in tutte le direzioni, cerca di abbeverarsi, di sciacquarsi questa polvere di dosso, chissà se riusciranno mai a togliersela di dosso. Si riparte, la gente scappa in una direzione, Zmnako va in quella opposta. Compaiono le prime montagne, si vedono in lontananza, poi sempre più vicine. Sul sentiero c’è una donna seduta che allatta il suo bambino: latte non ne aveva più, ma continuava ad allattare il neonato stremato per farlo smettere di piangere, per darle un minimo di conforto; ora siamo in mezzo alle montagne, e c’è una macchina, che è diventata una tenda, e una famiglia che ci ha vissuto dentro una settimana, sotto il sole cocente: tutti guardano in camera e sembrano chiedere al fotografo aiutaci, per favore, aiutaci! E poi ad un certo punto senza preavvisi, tra le foto c’è questa ragazzina con un fucile a tracolla sulle spalle, che guarda dritto in camera con aria di sfida: sfida noi e il mondo intero a guardarla negli occhi, a provare a distogliere lo sguardo, obbligandoci a vedere, obbligandoci a fermarci senza poter girare pagina.

Mai più.

Se vuoi sostenere i costi di produzione del libro, acquistarlo, o avere più informazioni sul progetto editoriale e fotografico, continua a leggere su Produzioni dal Basso© Stefano Carini / DARST Projects.

Nato a Torino nel 1985, Carini è fotografo, curatore, editore, educatore, scrittore, project manager, e artista visivo indipendente. L’obiettivo principale è per Carini quello di far parte ed inspirare una rivoluzione culturale nel modo in cui produciamo, consumiamo e processiamo le immagini e i documenti visivi. Dopo gli studi in fotografia e fotogiornalismo, Carini ha lavorato come foto editor a NOOR Images ad Amsterdam. A Maggio 2014 si è trasferito in Iraq, dove è stato direttore di Metrography, la prima agenzia di fotografi Irachena. Carini ha preparato fotografi e storytellers in Europa e in Iraq, ha condotto lezioni e presentazioni a diverse istituzioni, ha curato mostre individuali e collettive, prodotto e pubblicato libri di fotografia e di testo. Carini vive tra Scicli, in provincia di Ragusa e Torino ed è co-fondatore e direttore di DARST, un laboratorio ibrido per la ricerca e la produzione di progetti documentari.

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