Per chi vuole sparare: in un film la Torino di Porta Palazzo

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Nel film Per chi vuole sparare di Pierluca Ditano il mondo di Porta Palazzo, a Torino, porta con sé i colori e gli umori delle primissime ore del mattino: è in quel momento che Peppino e i suoi amici si spostano, operosi, con i loro carretti per la piazza. Spetta a loro, infatti, trasportare la struttura per montare le bancarelle che apriranno poche ore dopo. La telecamera segue come un’ombra  questi personaggi che si muovono dietro le quinte di un mondo precario, dove per essere pagati  bisogna fare più volte il giro del mercato, pregando di rispettare il prezzo pattuito con una stretta di mano. In questo microcosmo che si regge su regole non scritte, la camera si insinua, osservando sotterfugi, promesse, scommesse. Peppino, il protagonista del film, napoletano d’origine e padre di tre figli, è abituato a cercare i modi più disparati per sbarcare il lunario. Con il Capodanno alle porte, fiuta un affare che potrebbe permettergli di saldare in tutta velocità un debito pendente. A parte qualche malinconica “traversata” dal centro alla periferia e viceversa, lo scenario principale della storia resta il mercato con i suoi movimenti frenetici che si spengono solo quando arriva la sera, per poi ricominciare, in un ciclo eterno, con le prime luci dell’alba.

La settimana scorsa il film, dopo il suo debut al Festival Visions du Réel, è stato presentato per la prima volta a Torino. E sarà riproposto martedì, 12 dicembre, presso Il Piccolo Cinema. Abbiamo approfittato dell’occasione, per scambiare quattro chiacchiere con il regista.

Come nasce l’idea di realizzare questo documentario?

Per due anni ho vissuto a Torino, accanto a Piazza della Repubblica e precisamente nel palazzo le cui fondamenta sono state a lungo il deposito dei  carretti utilizzati per trasportare le bancarelle del mercato. Lo considero un posto assurdo e affascinante. Nei tempi passati era un’antica ghiacciaia romana di cinque livelli sotterranei. A partire dal secondo dopoguerra, tutti i giorni si scendeva e risaliva da questa vecchia, enorme cantina per recuperare i carretti che lì venivano parcheggiati. Lo definirei come una specie di “Purgatorio”, animato da un costante movimento di persone che circolavano negli orari più improbabili: durante la notte, la mattina presto o dopo pranzo, cioè nei “tempi morti” dell’attività del mercato. Dal mio balcone, o per strada, tornando dall’università, li guardavo trascinare, in un’interminabile processione, questi trabiccoli muniti di targa. C’era questo portone gigante che si apriva su un  tunnel che andava nel “mondo di sotto” e la curiosità di capire cosa mai ci fosse al di là di quell’oscurità mi ha spinto a informarmi. Poi, dopo due anni di assenza, sono tornato a Torino per girare il mio film di diploma. Avevo deciso che da lì sarebbe partita la mia ricerca per il corto. All’inizio pensavo di fare un film più “fotografico” che avesse come protagonista questo  luogo.  Il deposito è stato chiuso quasi subito dopo il mio arrivo, lasciato alla mercé della più totale disorganizzazione, in balìa di mille padroni che non si occupavano della sua gestione. Nel frattempo sono comunque entrato in contatto con alcuni dei carrettieri e a partire da lì ho deciso che il film avrebbe avuto come protagonista uno di loro, Peppe.

Potresti parlarmi del tipo relazione che hai costruito con il tuo protagonista nelle fasi di lavorazione del film?

Avevo conosciuto prima Gianni, che lavora insieme a Peppe con i carretti al mercato. Sono gli unici due italiani a fare questo lavoro, il resto è una Babele di persone, provenienti dai posti più disparati. Con Peppe si è creato fin da subito un legame davvero speciale: camminavamo di notte, per la città, ci fermavamo a mangiare un pezzo di pizza, a conversare sulle panchine, ad aspettare il bus che lo avrebbero portato nella periferia nord di Torino, dove vive con la sua famiglia.

Si può dire che Peppe ti abbia dato la possibilità di conoscere un’altra Torino…

Una Torino completamente diversa, senza dubbio. Una Torino che non conoscevo e che molto probabilmente sfugge agli stessi torinesi. È una città che non ha la macchina, ma che viaggia in bus. Nel caso di Peppe, si tratta del 18 e del 57, due linee che attraversano tutta la città. Ci sono stato spesso con lui – senza pagare il biglietto ovviamente! [sorride]. Così mi ritrovavo in questi quartieri, estremamente periferici, collocati prima della cintura, a cento metri dalla fine del comune. Potevi vedere questi grandi palazzoni che si affacciavano su strade a quattro corsie che portavano fuori dalla città. L’altro giorno abbiamo accompagnato suo figlio all’allenamento di calcio e ho potuto visitare questo campo sportivo costruito sotto la collina, accanto a un torrente artificiale, molto umido, pieno di nebbia. Eravamo seduti sulla panchina degli spettatori, mentre suo figlio con i compagni facevano riscaldamento per prepararsi alla partita. Era un paesaggio spettrale però anche molto suggestivo. Ecco, Peppe ti porta in questa Torino “decadente” che non conosceresti mai se non attraverso le vite di chi la abita. Questa prospettiva sulla città è sicuramente legata al vissuto delle seconde generazioni di immigrati interni. Peppe è proprio figlio di quel fenomeno: il padre è venuto a Torino dal Sud per lavorare a Porta Palazzo, e lui è rimasto lì, in quella stessa piazza dove lavorava il padre.

Peppe ha quindi ereditato il lavoro e l’attaccamento a questo luogo dal padre?

Possiamo dire che, in un certo senso, la sua condizione sia peggiorata rispetto a quella di suo padre. Una delle cose che ripeteva spesso durante le riprese del film era il fatto che il padre abbia vissuto meglio di lui. Innanzitutto, a differenza sua, lui era un “mercataro”, cioè il proprietario di un banco, mentre Peppe è un carrettiere, anche se preferisce più volentieri presentarsi come ambulante. Inoltre, con il passare del tempo, anche il luogo ha subito una trasformazione. Basandosi sui racconti del padre, mi ha raccontato che il mercato prima era un luogo di intensa condivisione: le persone si sedevano a mangiare un pasto insieme, come succede in una grande famiglia. In realtà, mi ha confessato che la sua personale rovina sia stata di essersi allontanato per due anni da quella piazza, per fare il vicedirettore di una sala slot: lì ha cominciato a giocare, e quindi a perdere. Per lui ritornare a fare il mercato ha rappresentato la salvezza: Porta Palazzo è il suo  “porto sicuro”.

Una specie di ecosistema dove si sente tranquillo, nonostante sia difficile sbarcare il lunario?

Sì, esatto. Una delle domande che gli ho fatto tante volte è: «Come fai a gestire l’ansia di un lavoro così precario?» e lui mi ha sempre risposto: «Non so cosa sia l’ansia!». E poi ci teneva sempre a dire che quella vita è una scelta. A lui piace il mondo dove è cresciuto, sente di appartenergli. La sua vita a Porta Palazzo, sempre diversa e imprevedibile, è ciò che lo rende felice. È una delle cose che più mi piace di lui: riesce a vivere il suo presente e il suo mestiere con orgoglio. In effetti, quello del carrettiere è un mestiere che sta scomparendo. Quanti ce ne saranno ancora in giro in Italia? Molto pochi.

In cosa consiste esattamente questo mestiere?

Peppe mi risponde che il suo mestiere consiste nel lavorare poco! [ride]. Si alza molto presto, alle tre del mattino. Altre volte deve fare i turni di notte, perché bisogna vigilare i carretti che restano parcheggiati in piazza. Il suo lavoro consiste fondamentalmente nell’offrire una serie di servizi a chi possiede un banco: innanzitutto, trasportare la struttura con i suoi pezzi fondamentali, come l’ombrellone e il bancale, e poi la merce. Il mercato di Porta Palazzo è un mercato mobile, nel senso che ogni giorno le bancarelle vengono montate e smontate. C’è una parte fissa, quella del settore alimentare, ma per il resto – dalla frutta all’abbigliamento – si tratta di un mondo in continua evoluzione, che segue sempre la stessa routine. I carrettieri inaugurano la giornata trasportando tutto il necessario, affinché i mercatari possano cominciare la giornata di lavoro. Ogni servizio accessorio viene pagato a parte: se si vuole aprire l’ombrellone, c’è un costo; lo stesso dicasi per il montaggio della struttura, e così via. Si tratta di mettersi d’accordo su cifre che vengono pattuite con una stretta di mano, un listino che cambia a seconda degli umori e delle stagioni. Litigano sempre sui soldi, si nota anche nel film. Si tratta di un sistema intricatissimo: la quota è grossomodo 50 euro a settimana per ogni carretto, poi però il prezzo cambia sempre perché cambia anche il modo di lavorare. La contrattazione va sempre avanti.

Il mercato è cambiato anche  per le diverse provenienze geografiche che lo compongono…

Sì, anche le provenienze sono decisamente cambiate. I pochi italiani rimasti si confondono con gli egiziani, cinesi, bengalesi, indiani. Anche se esiste uno “zoccolo duro”, rappresentato dalle generazioni degli immigrati italiani interni. Tanti amici di Peppe sono siciliani, napoletani, calabresi. C’è senza dubbio un incontro tra i vecchi ed i nuovi immigrati . Ed è  un incontro pazzesco perché il quartiere di Borgo Dora, dove si trova il mercato di Porta Palazzo, è sempre stato un luogo di accoglienza. E stiamo parlando del centro, dove praticamente da sempre stili di vita molto diversi si incontrano. C’è una scena nel film che esplicita bene tutto questo: è sabato sera, c’è Gianni, collega di Peppe, che va a recuperare il carretto in piazza. Lui è piegato e mentre la camera si ferma sulla scena, si vedono un po’ di ristoranti sullo sfondo. Quindi, mentre sulla piazza si assiste al delirio della grande pulizia del mercato, dall’altra parte del palazzo comincia la movida di piazza Emanuele Filiberto.

Ritornando al film e al suo titolo “Per chi vuole sparare”, mi spieghi meglio il significato di questa scelta?

Il titolo si ricollega al tentativo dei protagonisti di “fare il botto” con un affare che non bisogna proprio farsi scappare dalle mani: comprare un carico di fuochi artificiali da vendere in occasione delle feste imminenti di Capodanno. Quindi, oltre a rappresentare la quotidianità del lavoro nel mercato, la storia della vendita dei fuochi è il fil rouge da seguire per lo spettatore per scoprire cosa succederà alla fine della storia.

Sembrerebbe quasi che tu stia raccontando la storia di un piccolo grande Sisifo alle prese con i guai quotidiani dell’esistenza. Solo che invece di una montagna da scalare, si ritrova a gironzolare freneticamente per un mercato.

Qualcosa del genere. Diciamo che il tentativo di “fare il botto” per Peppe e i suoi amici è uno sforzo quotidiano. Loro cercano sempre di svoltare. La vita che vivono è fatta di scommesse perpetue. Mi piace definirla come una vita “orgogliosamente all’arrembaggio”, e sin dall’inizio ho voluto che il film portasse alla luce questo aspetto,  questa scelta: si tratta di persone che non si compatiscono mai, il loro atteggiamento  denota una pervicace dignità.

Per il tuo film hai scelto un finale aperto: Peppe si ritrova a guardare verso l’orizzonte e la risposta sulla riuscita dell’impresa resta in sospeso. Qual è il motivo di questa scelta?

Avevo varie opzioni per il finale: una l’ho scartata perché avrebbe condannato il protagonista a una vita senza uscita, una sorte di ineluttabilità che non si può scavalcare né sconfiggere. Ho preferito lasciare uno spazio – fisico e d’interpretazione – aperto. C’è la piazza, lo sguardo perso di Peppe che si fuma la prima sigaretta del mattino. Non sappiamo cosa sia successo, ma la musica punk finale suggerisce che un’altra giornata frenetica sta cominciando, con tutto il carico di avventura e imprevedibilità che potrà portare con sé. Il film è solo un minuscolo pezzo del puzzle che compone la vita di quest’uomo. Un grande insegnamento della regista Valentina Pedicini, che ho fatto mio, è che «il documentario si fa sulle ombre delle persone». Ed effettivamente è vero: non puoi dire che un film sia sulla vita di qualcuno: il film è la traccia, la coda, la scia che il protagonista ti ha lasciato e ti ha voluto far vedere.

Pierluca Ditano, classe 1991, è cresciuto in provincia di Brindisi. Dopo la laurea in Scienze Politiche all’Università di Torino con una tesi tra teatro sociale e documentario, si è diplomato in regia e sviluppo progetto alla ZeLIG School for Documentary di Bolzano. “Per chi vuole sparare”, il suo film di diploma, è stato presentato al 48° Visions du Réel.

Laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università Sapienza di Roma. Ha un master in Teoria e pratica del documentario creativo ottenuto presso l’Università Autonoma di Barcellona. È una delle fondatrici di Aedo Social Films, piccola casa di produzione di documentari con sede a Barcellona, tra gli ultimi lavori come regista e sceneggiatrice “In [email protected]” (2011) e “Ho portes a la sang” (2012), realizzati in coproduzione con TV3 e “Black Future” (2016), web documentario sulla condizione dei minatori in Asturia.

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