Le periferie nel centro: riflessioni sul mercato di Porta Palazzo

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Ogni giorno, a Torino, viene montato e smontato il mercato all’aperto più grande di Europa. Inizia così il documentario di Pierluca Ditano, dedicato a Porta Palazzo e alle sue genti, quelle di ogni giorno e non di passaggio. Per chi vuole sparare narra la storia di Peppino, carrettiere meridionale all’ombra del mercato e al suo servizio. Lo scorso giovedì, la sua storia è stata presentata presso la residenza Luoghi Comuni di Porta Palazzo, in collaborazione con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema. Vari i temi trattati dal pubblico alla presenza dello stesso autore, di Ilda Curti e di Dario Basile. Periferie al centro.

Con una telecamera impercettibile, Ditano racconta Porta Palazzo nella sua essenza, nel bene e nel male. Il suo è un documentario sulle ombre delle persone, che lì fanno parte di un grande teatro dove la tensione è equilibrio. Un luogo, e non uno spazio, dove la toma è più saporita anche solo per l’interazione umana che ne accompagna l’acquisto, senza mobile-payments o casse automatiche, e dove c’è sempre qualcuno che sta peggio degli altri. Peppino è lì giorno e notte, anche se abita altrove, in una periferia lontana dal centro. Ci arriva con l’autobus, senza sapere come e se guadagnerà la sua giornata. Ditano lo segue tra un banco e l’altro; lo accompagna nei depositi bui e sotterranei; lo osserva in compagnia di altre vite improvvisate, vendute, in quello che a loro sembra essere il “Terzo Mondo”, ma che non lo è. Porta Palazzo così è un prisma dalle mille facce, proprio come Torino, città operaia e sabauda.

«A Porta Palazzo si trova quello che, nei luoghi di mare, si chiama ciurmo, perché per chi non se ne fosse accorto a Torino c’è il mare», afferma Ilda Curti, esperta di rigenerazione urbana per la città di Torino. «Qui, posto dalle tante contraddizioni, dove tutto è vero anche il contrario, e dove ognuno si sente subito a casa». Lei, che a Porta Palazzo ha lavorato per anni, spiega come in questi luoghi ci sia il bisogno di intervenire, perché oltre ai colori del mercato vi è la fatica di tante persone. «Ci sono i montatori e smontatori di mercato che hanno quaranta anni ma ne dimostrano ottanta; che portano carrette alle tre di notte; che vengono pagati cinquanta euro alla settimana; che salgono e scendono cinque piani dentro le ghiacciaie di via delle Orfane; che vivono nelle soffitte con gli scarafaggi». Pezzi di una vita durissima da non poter ignorare, anche al costo di metterci le mani snaturandone il genius loci.

«Nelle periferie c’è tanto lavoro da fare; ciononostante, le risorse non vengono lì indirizzate», incalza Dario Basile, antropologo urbano. «Bisogna, invece, pensare che chi appartiene ai margini non è così tanto diverso dagli altri. Anzi, proprio una percezione del genere fa scaturire diversi meccanismi di difesa e di allontanamento, che portano ai margini determinate persone. Per questo motivo ne siamo tutti responsabili, ciascuno nel proprio ruolo di rigeneratore urbano dal basso e di cittadino attivo». Per Basile, Porta Palazzo è il luogo simbolo dell’immigrazione: come le genti del Sud Italia in passato, oggi gli immigrati si raduno in piazza per gruppi di nazionalità, alimentando Porta Palazzo quale crocevia di lingue, popoli e culture. Per tutti, questo luogo è la terra dell’arrangiarsi ma anche un posto dove potersi incontrare. Una città nella città, con poche regole ma ben definite, quelle del rispetto e del compromesso.

In luoghi come Porta Palazzo, la sfida della rigenerazione urbana è chiara: intervenire cercando di risolvere i problemi di giustizia sociale, non spostandoli altrove, né alternandone la marea. Per questo motivo, il dilemma etico del lavoro politico in questi luoghi può esplicarsi con la seguente domanda: fino a che punto è giusto osservare l’ingiustizia sociale o intervenire? Ilda Curti non ha dubbi a riguardo: «Da un lato è fantastico sedersi con loro alle quattro di mattina e arrostire le castagne; dall’altro ti chiedi se è giusto tutto questo, perché io poi torno a casa mia».

Secondo la sociologa Sharon Zukin, vi è una relazione indissolubile tra l’autenticità di un luogo e il diritto alla città, da avanzare nei processi di rigenerazione urbana: chi vive un luogo con continuità, chi fa uso dei suoi usi e costumi, proprio come Peppino o le altre vite improvvisate, non può che partecipare ai processi di rigenerazione urbana, ovvero non può che pretendere di farlo. Tuttavia, l’autenticità quale leva di potere culturale riguarda spesso quei gruppi che non vivono il luogo ma che ne rivendicano lo spazio, portandolo via dagli altri senza un confronto diretto. Il dilemma della rigenerazione urbana si arricchisce così di un altro interrogativo: «Who benefits from the city’s revitalization? Does anyone have a right to be protected from displacement?», «Chi beneficia della rigenerazione della città? La gente ha il diritto di essere protetta da questo dislocamento?».

Da parte sua, il geografo David Harvey sostiene la tesi per cui l’urbanizzazione ha svolto un ruolo molto importante nell’assorbimento del surplus di produzione ricreato dal capitale per la sua perenne ricerca del profitto. Se il capitalismo si fonda sulla continua ricerca di plusvalore ed eccedenze, allora esso riproduce di continuo il surplus produttivo richiesto dall’urbanizzazione. Vale, però, anche il contrario, poiché il capitalismo necessita di processi urbani per assorbire l’eccedenza di capitale che costantemente produce. Tra lo sviluppo del capitalismo e l’urbanizzazione emerge così un’intima connessione, per cui le curve logistiche di crescita produttiva tendono a coincidere con quelle del tasso di urbanizzazione della popolazione mondiale.
Oggi, però, quello capitalista è un modello in crisi, seppure ancora dominante. La questione dello sviluppo sostenibile crea la necessità di accogliere una pluralità di visioni che spesso proviene dalle zone meno ascoltate della realtà, quelle periferiche per l’appunto.

Secondo l’antropologo Appadurai, infatti, le periferie quali luoghi dove il futuro si vive, si esercita e si pratica, ci indicano un’altra strada: quella del futuro come fatto culturale, per cui ci si ispira a un’etica e la si pratica attraverso una «politica della possibilità» e un «cosmopolitismo dal basso». Fare futuro, dunque, avendo capacità di aspirare, ovvero di nutrire e lasciar nutrire aspirazioni. Non solo individuali, ma comuni. E Porta Palazzo è una periferia, pur essendo nel centro di Torino, a conferma che quello discusso sia un concetto sociale, e non spaziale. Tutte le sue genti costituiscono sia l’ingiustizia sociale da combattere sia l’autenticità da preservare. Una sfida complessa e necessaria, ma non impossibile: la Porta Palazzo di De Amicis e dell’Ottocento, quella del signore in cerca di un pomo d’argento e della sartina lì giunta per umile stoffe non è poi così diversa da quella raccontata da Ditano all’ombra di Peppino, con i suoi tentativi e le sue interazioni, semplici ma reali.

Dopo una laurea in “International, Management and Economics” presso l’Università Bocconi di Milano e vari viaggi tra India e Svezia, torna in Puglia per specializzarsi in “Relazioni Internazionali” presso la Università degli Studi di Bari. Coordinatrice regionale per NeXt-Nuova Economia, al momento studia i processi di sviluppo sostenibile nelle società post-industriali.

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