Cromatismi: dialoghi sulle periferie

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Massafra è un paese della provincia di Taranto, all’ombra dell’ILVA e degli alberi di agrumi, i cui abitanti più giovani crescono con il pensiero di andar via, un giorno, da gravine e magazzini. Sono pochi i giovani a rimanere qui, a decidere di tornarci in pianta stabile o a prediligere i percorsi circolari dei transmigranti. Oltre le superfici speculative e promozionali costruite negli anni dalla Regione Puglia, le politiche giovanili dimostrano di essere poco generative, e centri come Massafra ne rappresentano un emblema.

Proprio per divenire un luogo temporaneo di riflessione e dibattito su questi temi, a Massafra ha preso corpo il progetto culturale Cromatismi, dialoghi sulle periferie. Come una cartina di tornasole, esso ha scelto di sovrapporsi al territorio ed impregnarsi dei suoi elementi costitutivi, con l’obiettivo ultimo di guidare i cittadini massafresi verso un laboratorio urbano permanente.

Il centro storico della città viene considerato un punto periferico, conteso tra chi lo plasma a propria convenienza e chi lo intende preservare mediante un’offerta culturale poco partecipata. In particolare, piazza Santi Medici si veste di bianco e di indifferenza civica, apparendo come un oggetto di promesse politiche non contemporanee o non mantenute. Al pari di adulti e di anziani, i giovani la vivono poco o niente, pur contemplando la sua bellezza tra un mozzicone di sigaretta e l’altro, molti dei quali sono buttati a terra. Anche il castello, arroccato sulla roccia dalla parte opposta della piazza, si disperde tra vicoli variopinti con antagonismo, per poi ricongiungersi con il tessuto urbano attraverso una biblioteca poco fruibile.

Rispetto ad altri contesti urbani, quello massafrese non presenta un profondo legame affettivo tra luoghi e persone. In generale, le risposte a domande del tipo «Chi siamo?» oppure «A quale luogo sentiamo di appartenere?» vengono di gran lunga influenzate da fattori come l’identità sessuale, la razza, l’etnia o la classe sociale, ma anche dalla cosiddetta “coscienza del luogo”, quella capacità di considerare il posto in cui si abita come un valore, costruendoci una serie di relazioni tra gli individui, la società locale e la produzione di ricchezza, mediante un percorso sia individuale sia collettivo. Secondo il geografo Yi-Fu Tuan (1974), uno spazio indistinto diventa un luogo nel momento in cui iniziamo a conoscerlo meglio e gli diamo un valore. In questo modo i luoghi acquisiscono un significato profondo attraverso l’aumento costante del sentimento e dell’esperienza.

Se è vero che l’identità e i valori delle persone dipendono dai luoghi che per loro sono più significativi, allora questo legame ha un impatto sul modo in cui le persone reagiscono agli avvenimenti che vi accadono. Di fatto, le relazioni socio-politiche vengono spesso espresse in termini spaziali, mostrandosi capaci di influenzare la rivendicazione del diritto alla città, così prezioso e così negletto secondo il geografo ed antropologo David Harvey (2008).

A Massafra come altrove, bisognerebbe avvicinarsi alle periferie invece di mantenersi a distanza, verso nuove destinazioni di viaggio o laboratori urbani contemporanei. Non periferie pasoliniane, tagliate in lotti tutti uguali, assorbite dal sole troppo caldo, tra cave abbandonate, rotti argini, tuguri e fabbrichette, ma una ibridazione tra vissuti che è ricchezza, cultura, futuro (Appadurai, 2016). Parafrasando Gustave Flaubert, le periferie sono tremende nelle rivoluzioni.

Realizzato da NeXt – Nuova economia per tutti, Are_lab e Il Serraglio lo scorso agosto, Cromatismi si è inserito nella dodicesima edizione di  Vicoli Corti, la rassegna cinematografica in cui ogni anno diversi ragazzi volontari esplorano tanti linguaggi dell’arte, il cinema in primis, per rendere piazza Santi Medici un luogo di cultura e non di abbandono, arte figurativa in movimento per uno spettatore immobile prima, mobile poi.

Il primo incontro della serie ha coinvolto gli stessi organizzatori, che hanno esposto ai cittadini presenti i loro progetti sia individuali sia comuni. Secondo l’architetto Antonio Ippolito, le periferie possono divenire i casi-pilota di un nuovo modo di concepire lo spazio urbano secondo il “paradigma delle tre R”, riuso-riciclo-riduco, o quello della “città natura”, per cui il territorio va rinaturalizzato, ricucito e riconnesso. Il pianificatore Roberto La Gioia ha poi precisato che, insieme, si crede in un futuro che parli partendo dal presente, secondo una politica di riuso degli immobili che, se ri-attivati con la comunità, possono rappresentare nuove e reali opportunità per tutta la città. In seguito, l’architetto siciliano Enrico Anello e la sottoscritta, Maristella Cacciapaglia di NeXt, hanno relazionato su alcune delle loro esperienze internazionali. Il primo ha spiegato come a Shenzhen si rivelino esempi di periferie che non sono più gli estremi segmenti di una circonferenza, sebbene non cambi la ricerca di una riconosciuta identità all’interno del grande sogno metropolitano da parte dei loro abitanti. La seconda, invece, ha spiegato come la città americana di Pittsburgh sia considerata da diversi studiosi ed attivisti solo una ennesima fairytale del neo-liberismo, non una best practice di sviluppo post-industriale, in cui gli afro-americani vengono nuovamente esclusi dalla politica urbana, questa volta attraverso dinamiche di gentrification.

Nel corso del secondo appuntamento di Cromatismi, dedicato allo spazio pubblico e al colore bianco, sono intervenute le professoresse Chiara Rizzi ed Ina Macaione dell’Università degli Studi di Matera e del gruppo Nature_City Lab. A detta di Chiara Rizzi, dopo decenni di crescita ipertrofica della materia costruita, l’esperienza del vuoto torna a essere centrale nel processo di riappropriazione dello spazio in cui viviamo, per cui è possibile strutturare un palinsesto per il paesaggio, per la città e per l’architettura, verso una azione di riciclo dell’esistente e di generazione di nuovo valore. Ciò che quasi sempre manca alle periferie delle città, prosegue la professoressa Ina Macaione, sono le strade di storie e di intrecci, di diverse itineranze narrative. In queste zone non sono necessari solo i i processi di rigenerazione urbana, ma anche nuovi patti tra cittadini, necessari a loro volta agli stessi processi. Gli abitanti devono poter esprimere le loro esigenze e partecipare alla politica urbana, le professionalità del territorio fornire soluzioni, l’amministrazione recepire le istanze e portare avanti i processi di trasformazione.

Diversamente dal secondo, il terzo appuntamento di Cromatismi ha scelto il colore verde per le sue conversazioni inerenti le pratiche di greening per gli spazi periferici e contaminati. Sempre da Matera, Mimì Coviello ha esposto le ragioni di Agrinetural, una piattaforma digitale che permette agli stessi cittadini di prendere attivamente parte al processo di mappatura, classificazione ed adozione delle aree verdi abbandonate, pubbliche o private, affinché possano essere trasformate in orti, giardini e aree di relazione. A seguire, un punto di vista differente sugli orti urbani è stato esposto da Gianni Svaldi, direttore di Radici Future Magazine. A Detroit, senza una offerta di cibo fresco e genuino in quel che viene definito un food desert, gli abitanti hanno deciso di coltivare da sé il loro cibo salutare, proprio attraverso i community gardens. In Puglia, invece, accade ben altro con un “mercato nero” di frutta e verdura che si espande in maniera progressiva, come la forbice sociale in Italia e all’estero. Nelle città, i banchetti agli angoli delle strade permettono alle famiglie povere e monoreddito di portare a tavola del cibo sano, senza etichetta bio o norme igienico-sanitarie, ma quasi certamente a chilometro zero.

Tra i relatori di Cromatismi – Spazio verde anche Vincenzo Fornaro, l’allevatore tarantino che è stato costretto a riconvertire la sua masseria dopo aver subito, nel 2008, l’abbattimento di 600 ovini contaminati dalla diossina dell’Ilva. La sua riconversione passa attraverso la canapa, per una azione di bonifica dei terreni contaminati e di superamento della monocultura dell’acciaio in un territorio path-dependent come quello tarantino, non compreso tra le aree colpite dal cosiddetto “razzismo ambientale”.

Nell’ultima serata di Cromatismi, dal colore rosso, Miriam Tripaldi della University of Chicago ha scelto come caso-studio il famigerato quartiere Southside della sua città d’adozione, dove si tenta di rimarginare alcune fratture formate da gravi episodi di criminalità attraverso la musica. Ad esempio, certi del fatto che l’eccellenza può vivere ovunque. la Chicago Symphony Orchestra si rivolge ai ceti sociali meno abbienti superando la propria natura elitaria. Nel suo significato più ampio, di fatto, l’arte permette di riaffermare un altro diritto universale, quello alla bellezza. In particolare, l’ingegnere ed artista Antonio Vestita, nonché un altro relatore di Cromatismi, il materiale della ceramica permette di riflettere sull’importanza di riappropriarci del futuro guardando al passato e alla tradizione, ricreando e rivisitando il bello di un tempo. Infine, a chiudere l’intero ciclo di dialoghi sulla periferia, Carmine Elefante del collettivo Reset, impegnato nei processi di rigenerazione urbana per le marine dell’arco ionico. Distanti solo pochi chilometri dal polo industriale di Taranto ma ancora capaci di conservare una alta valenza naturalistica, queste marine intendono configurarsi come laboratori di sperimentazione per l’incontro tra valore potenziale del patrimonio ambientale e la società locale.

Immagine di copertina: Massafra, 1970, di Paolo Monti.

Dopo una laurea in “International, Management and Economics” presso l’Università Bocconi di Milano e vari viaggi tra India e Svezia, torna in Puglia per specializzarsi in “Relazioni Internazionali” presso la Università degli Studi di Bari. Coordinatrice regionale per NeXt-Nuova Economia, al momento studia i processi di sviluppo sostenibile nelle società post-industriali.

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