«Erano ragazzi come tanti altri, come i miei figli»

di

Voglio spiegare delle cose che non troverete scritte sui giornali e che non saranno trasmesse in televisione. Ho bisogno di gridarlo ai quattro venti perché ho il cuore pieno di tanta tristezza, tanta.

Non avevo mai provato un sentimento così forte perché non è razionale, non proviene da qualcosa che aspetti che succeda o che fa parte del ciclo della vita. Proviene da un altro posto che non sono nemmeno capace di descrivere.

Erano ragazzi come tanti altri. Come i miei figli, erano ragazzi di Ripoll.

Come quello che puoi vedere giocare in piazza, o come quello che vedi camminare con uno zaino carico di libri sulle spalle, quello che ti saluta e ti lascia passare avanti, in fila al supermercato, o quello che si agita quando una ragazza gli sorride.

Mi feriscono i toni che incendiano le pagine dei giornali, dei social, che si insinuano per le strade del paese dove vivo. È lì che si mostrano l’ignoranza, il rancore, l’indifferenza, la mancanza di rispetto per il prossimo, gli stereotipi, le frontiere, le teste girate dall’altra parte, l’incapacità di mettersi nella pelle dell’altro.

E tutto ciò si ripete secolo dopo secolo, anno dopo anno. Cosa stiamo sbagliando? Dobbiamo fermare tutto questo. Dobbiamo fare qualcosa. Io pensavo di star facendo bene, di aver contribuito con il mio granello di sabbia…

Una cosa è sicura: non mi era mai successo di vivere una cosa del genere in prima persona e tutto ciò mi ha portato a cambiare punto di vista. Ora sono dall’altra parte e mi sento distrutta.

Le cose che succedono in televisione o dall’altra parte del mondo sono cose che si tende a sminuire o dimenticare, e non si capisce mai dove sia la verità dei fatti, cosa sia reale. E alla fine vince sempre l’ira, la rabbia, si reclama «l’occhio per occhio, dente per dente» per punire queste azioni.

Adesso provo una sensazione che mi sfugge…

Mi ferisce vedere il mosaico di Miró sporco di sangue. Mi fa male vedere che si tratti della mia città. Mi fa male pensare che lì avrebbero potuto esserci famigliari e conoscenti, su quella Rambla dove ci ho rimesso più di un paio di suole a forza di camminarci sopra.

Mi fa male che siano stati loro

Non posso contenere le lacrime. C’è di più: non ho potuto smettere di piangere dal primo giorno e so che non potrò più smettere di farlo. Mi sento distrutta, spezzata dentro.

So che in questi giorni la bilancia e il supporto pendono dalla parte delle vittime, dei figli perduti, delle famiglie distrutte, della città in lutto.

Però dovete permettermi di spiegarvi e mostrarvi l’altra faccia della medaglia, quella che non viene pubblicata sui giornali, quella che non piange pubblicamente, quella che, in silenzio, si asciuga le lacrime perché sembra che sia mal visto piangere per loro.

Dovete permettermi di mostrarvi come erano loro o, per lo meno, come erano i ragazzi che io ho conosciuto. I miei preadolescenti del Lokal.

Mi costa tanto.

Ho lavorato quasi tutta la mia vita – ora ho 41 anni – nel sociale, sulla strada, in trincea, come diciamo noi. Appena sono arrivata a Ripoll, ho cominciato a lavorare con un gruppo di giovani, ma c’erano ragazzi di tutte le età, e gli uni si prendevano cura degli altri.

Il più piccolo aveva otto anni e veniva sempre accompagnato per mano da suo fratello. Un fratello educato, timido, amabile, un bravo studente, tranquillo. A scuola non si metteva mai nei guai. Un ragazzo che mi offriva sempre buste di salatini o caramelle che comprava con i pochi soldi che aveva.

C’erano due fratelli che si azzuffavano sempre. Il maggiore diventava tutto rosso quando arrivava quella ragazza che gli piaceva anche se non è mai stato capace di dirle niente. Non mancava mai al Lokal quando c’era lei.

Dopo un po’ di tempo sono arrivati altri ragazzi di Nador, molti di loro hanno cominciato a imparare le loro prime parole in catalano e, perché no, i loro primi insulti tra colpi di ping pong. Anche io ne ho imparato alcuni nella loro lingua.

E dopo sono arrivati i fratelli, le nuove generazioni. Gli smaliziati dagli occhi vivi e il sorriso sulla bocca.

Tutti stavano crescendo e superando le varie tappe dell’adolescenza, tra brufoli, testosterone e sogni da realizzare.

Ricordo ancora le lunghe chiacchierate in ufficio: «Raquel, ho bisogno di parlarti»…e lì si discuteva, parlando del futuro. C’era chi voleva fare il pilota, chi il maestro, medico, collaboratore di una Ong.

Come è possibile che tutto questo sia andato in fumo? Che vi è successo? In che momento è successo? Cosa stiamo facendo perché queste cose succedano! Eravate così giovani, così pieni di vita, avevate tutta la vita davanti…e mille sogni da realizzare.

Non potrò più dirvi: «Come siete belli», o chiedervi «Hai già trovato una ragazza?». Oppure: «Mamma mia, come sei cresciuto». Non potrò vedere i vostri figli, come faccio con gli altri. Non potrò abbracciarvi.

Mi fa tanto male. Non posso ancora crederci.

Tutto questo non può essere ricordato solo come l’ennesima storia da archiviare: dobbiamo imparare, dobbiamo creare un mondo migliore. Praticando con l’esempio, educando alla non violenza, trasmettendo la pace, l’uguaglianza. Educando nelle scuole, negli spazi aperti, nelle famiglie, rivolgendoci ai nostri figli…

Mi restano molte cose da dire e molte istantanee che non dimenticherò mai.

Said, Moha, Moussa, Youssef, Omar… Younes… e adesso Houssa… (è un incubo, ogni volta la lista è sempre più lunga).

Com’è possibile, Younes…? Mi tremano le dita, non ho mai conosciuto qualcuno così responsabile come te.

Gli atti che avete commesso non hanno senso e non sono leciti…la guerra, l’ira, l’odio non portano da nessuna parte.

Mai in nome di qualcuno. Né per nessuno. Né dio, né bandiere, né religione…

Posso solo dire che ho il cuore a pezzi.

Raquel Rull è educatrice sociale a Ripoll e ha lavorato con alcuni membri della cellula terroristica di Barcellona. Questa è la sua lettera, tradotta da Manuela Antonucci.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Articoli

Torna SU