La città è fatta dal conflitto, se così non fosse, non sarebbe una città

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Abbiamo intervistato Giuseppe Aricò, ricercatore indipendente, membro del collettivo Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano di Barcellona, uno degli autori ed editori del libro Barrios corsarios. Memoria histórica, luchas urbanas y cambio social en los márgenes de la ciudad neoliberal (Quartieri corsari. Memoria storica, lotte urbane e cambio sociale ai margini della città neoliberale). Con Giuseppe abbiamo parlato della possibile riformulazione del concetto di periferia e di come possiamo agire noi ricercatori, attivisti, abitanti di fronte alle dinamiche neoliberali in atto nelle nostre città, nei nostri quartieri. Barrios corsarios offre un’analisi approfondita di quelle realtà che, parafrasando  Pier Paolo Pasolini, possiamo chiamare “quartieri corsari” e che nel discorso dominante si definiscono spesso quartieri conflittuali.

Il filo conduttore del libro è la considerazione che, specialmente in contesto europeo, le attuali politiche urbane, di natura intrinsecamente neoliberista, utilizzano il concetto di “periferia” in una forma meramente convenzionale ed utilitaristica, modificandone così fortemente il vero significato. Di solito infatti l’utilizzo del termine “periferia” esercita una capacità soltanto descrittiva dello spazio che occupa nel territorio metropolitano, riducendola alla sua ubicazione geografica e/o socialmente subordinata rispetto al centro.

Dal movimiento vecinal (movimento di quartiere) di Barcellona al neo-igienismo a Guadalajara, dalla scomparsa della cultura infantile nelle strade alla dissoluzione di una colonia operaia, l’analisi parte dal racconto di realtà concrete e le attraversa, dipingendo la situazione frustrante causata dai processi di neoliberalismo nelle nostre città. Allo stesso tempo è anche in grado di puntare l’attenzione sulle realtà che resistono a questa logica e le oppongono delle alternative concrete. L’idea di “periferia” acquisisce, in questo senso, un doppio significato: non si tratta semplicemente di un territorio fisicamente distante dal centro, ma anche, e soprattutto, di una sorta di dimensione simbolica conformata da una serie di pratiche quotidiane che si oppongono all’egemonia neoliberale.

Il titolo del vostro libro è Barrios corsarios (quartieri corsari): che significato ha per voi? Qual è il suo obiettivo?

Riformulare il concetto di periferia. Non intendere la periferia soltanto a livello geografico, come qualcosa che sta fuori dal centro, che sta ai margini, e neppure a livello soltanto materiale, ma intendere la periferia anche come una realtà sociale, umana e simbolica. Il sottotitolo del libro infatti parla di “memoria storica, lotte urbane e cambio sociale ai margini della città neoliberale”: questi margini, questa periferia superano le categorie materiali, geografiche e territoriali; ci sono anche quelle, ma sono innanzitutto qualcosa di più simbolico. Quindi può avvenire, per esempio, che un quartiere situato geograficamente all’interno di ciò che si configura come “Centro” sia conformato come una periferia. Magari è un quartiere dove si possono ancora portare avanti attività che nel resto della città sarebbero impensabili, tramite la presenza di diversi posti occupati, o di un teatro… insomma tutto quello che non è accettabile secondo i criteri classici di quella che dovrebbe essere una città coordinata, leggibile.

Questa città che può essere solo al servizio di chi investe soldi. Da qui deriva il concetto di barrios corsarios, dei quartieri corsari, una definizione che strizza l’occhiolino agli Scritti corsari di Pasolini: ci riferiamo a quei quartieri che non sono necessariamente ribelli o resistenti, nel senso che non oppongono una resistenza diretta al sistema dominante, ma che ne stanno al margine, lo prescindono, insomma. È come se dicessero: non me ne frega nulla, riesco ugualmente ad auto-sostenermi in qualche modo e a restare al margine: senza dipendere, senza piegarmi alla standardizzazione dell’ urbanistica neoliberale, dove la vita di quartiere, i vicini non contano nulla, le relazioni tra gli abitanti vengono sottomesse agli interessi privati del capitale e del settore immobiliare. Un quartiere corsaro non significa stare fuori dal sistema. È qualcosa che fa parte del sistema, però al tempo stesso, magari silenziosamente, riesce a sovvertire i meccanismi di dominio e controllo imposti da un’urbanistica di carattere neoliberale.

Anche incoscientemente?

Anche incoscientemente. L’atto di resistere non si esprime soltanto nell’azione di uscire in strada con un cartello e protestare, ma anche nel fatto che una famiglia che vive nella periferia della città, per esempio, riesca a far fronte al modello socio-economico vigente semplicemente alzandosi la mattina per andare a lavorare. Significa anche la capacità di molti abitanti di quartieri abbandonati dallo Stato – come Scampia a Napoli – o di condomini frutto di un’urbanistica del disprezzo – come Bligny 42 a Milano  –  di resistere e, molto spesso, riuscire a sovvertire con orgoglio le visioni profondamente stigmatizzanti della società maggioritaria. Quello che ci interessa quando studiamo queste realtà è vedere come funzionano, come riescono ad articolarsi, non contro un sistema, ma parallelamente ad esso. Come riescono a vivere e sopravvivere ai margini. E alla fine questo sistema ha bisogno di questo tipo di realtà “scomode” e “scandalose” por potersi perpetuare e riprodursi, lo sappiamo benissimo.

Qui a Barcellona il fenomeno è evidente. Barcellona è, come sapete, una città modello, da qui il nome di “modello Barcellona” e l’idea di urbanistica “democratica”… Qui per esempio vai in piazza ed è una piazza pedonale dove non ci sono panchine. Perché si creano piazze senza panchine? Non è casuale, è così perché manca la voglia e l’intenzione di formare una piazza vera. Non puoi usare lo spazio: quello che devi fare è consumare. Tutte queste politiche urbane, poi, non calano dal cielo in maniera misteriosa, c’è una diffusione, un’idea, un modello di città volto a trarre profitto da quello che è lo spazio, o che è la città. Dei cittadini non gliene frega nulla, l’importante è vendere, vendere, vendere.

Parlando dei quartieri corsari, si possono evincere due aspetti. Da un lato ciò che non si conforma a quel concetto di città e di spazio pubblico volto al consumo, alla creazione di profitto. E dall’altro le pratiche quotidiane potenzialmente resistenti che si sviluppano in questi contesti. Quindi, studiando queste realtà resistenti o alternative, come possiamo agire, come ricercatori, ma anche come attivisti e militanti?

È una cosa molto soggettiva, credo. Come ricercatori o come attivisti quello che possiamo fare è imparare da questo tipo di esperienze, in modo tale che sia possibile ipotizzare, pur entro certi limiti che persistono, una forma alternativa di vivere la città. Quando parliamo di urbanistica neoliberale non ci riferiamo semplicemente a qualcosa che si occupa di pianificare la città, le strade, i palazzi, bensì a un’urbanistica che ormai è arrivata a preoccuparsi in maniera ossessiva di tutto ciò che riguarda la vita delle persone – il modo in cui camminiamo, come ci muoviamo nello spazio, come ci vestiamo, quello che desideriamo, come ci relazioniamo con gli altri. Nel momento in cui le mie relazioni sociali vengono pregiudicate all’interno dello spazio pubblico, anche soltanto per il fatto che magari mi togli una panchina e non posso sedermi, tutto ciò ha delle conseguenze drastiche sulla mia vita nel quartiere e con le persone che lo abitano.

Quando ci rendiamo conto di tutto questo, ciò che possiamo fare è fermarci e recuperare un po’ di saggezza. Non soltanto come ricercatori, ma come persone, come individui. Lo spazio urbano – e quando  parlo di “urbano” mi riferisco a noi – è quello che fanno le persone. È sufficiente scendere in strada e uscire dai percorsi istituzionalizzati di una città: immergersi, per esempio, nei piccoli microcosmi dei quartieri dove si possono incontrare realtà diverse, che possono essere una casa occupata, un orto, qualcosa che sta al di fuori del prestabilito e da cui magari si può apprendere come individui. Fuori dall’accademia.

Un’altra cosa che abbiamo l’obbligo di fare, una volta raccolta tutta questa serie di testimonianze, queste realtà sparse sul territorio, è un’analisi che si sottragga alle dipendenze teoriche dominanti in ambito accademico. Perché tutti i nostri discorsi riportati alla gente, nel quotidiano, non hanno risonanza. Non voglio dire che la gente sia ignorante, anzi il contrario. Dobbiamo essere noi, come ricercatori, ad imparare che è possibile utilizzare anche un altro linguaggio. Abbiamo l’obbligo di osare, di andare al di là della teoria e di riportare tutto ciò che possiamo registrare nelle realtà locali, restituirlo ad esse. Un’altra cosa che possiamo fare è dare visibilità a queste realtà e dire: «Questa cosa non sta succedendo solo a Granada, solo a Barcellona, ma anche in questo altro posto». E magari tra loro c’è qualcosa in comune: un processo collettivo, di resistenza.

Parliamo del potenziale di ribellione che attribuiamo a questi spazi. Tuttavia leggendo il vostro libro l’immagine che resta è quella di politiche neoliberali onnipresenti e resistenti, che non lasciano spazio a molta speranza.

Il libro lascia in bocca un retrogusto amaro, ma io sono davvero convinto che esistano delle realtà ancora non del tutto controllate, addomesticate, sterilizzate, omogeneizzate che possano offrire delle alternative valide e propositive. Al tempo stesso sono convinto che la situazione attuale, questa congiuntura socio-politica in cui ci troviamo a vivere oggi, sia realmente preoccupante, nel senso che stanno davvero trasformando tutte le città nello stesso modo, le stanno omologando: le città sono una copia l’una dell’altra. In America Latina è spaventoso vedere tutte le riforme, tutti i processi di rigenerazione urbana che stanno portando avanti sulla base del “modello Barcellona”.

C’è qualcosa che possiamo apprendere da queste realtà corsare e magari introdurre nelle politiche nazionali?

Le amministrazioni di numerose città avrebbero sicuramente molto da imparare da queste realtà che non si limitano alla resistenza fine a se stessa, ma propongono dei programmi, anche politici, e dovrebbero mantenere con loro un dialogo costante.  Non è nulla di nuovo, da millenni lo chiamiamo “sistema democratico”. Il problema è che questo sistema non funziona. Noi possiamo partecipare, ribellarci se vogliamo, ma poi nel fondo sappiamo che chi governa non sono i politici, ma i cosiddetti gruppi di potere, le lobby, ovvero coloro che hanno i soldi e possono influenzare il governo. Eppure in una società “normale”, probabilmente utopica, il governo e la classe dirigente dovrebbero osservare queste realtà, invece di discriminarle e criminalizzarle perché da loro possono imparare tutto. La gente è in grado di proporre realmente delle alternative, delle soluzioni a problemi  di carattere sociale. Non bisogna cercare di risolverli con interventi di tipo urbanistico, non funziona così, questo è il problema che nessuno sembra capire.

Infatti, esistono degli esempi di politiche che abbracciano queste realtà resistenti.

Bisogna stare attenti a non arrivare a una decapitalizzazione dei movimenti sociali.  I movimenti sociali propongono un’alternativa sociale e politica, ma arrivare a governare significa instaurare dinamiche di istituzionalizzazione. Per esempio se esiste una casa occupata dove si portano avanti dei bei progetti , in cui vengono costruiti  il quartiere, le relazioni, delle alternative, ma un giorno il comune arriva e minaccia di sgomberare il posto… magari si arriva a un compromesso perché se si sta facendo qualcosa che va avanti da 10-15 anni e il quartiere lo appoggia e alle istituzioni fa comodo che l’edificio occupato resti, quindi propongono un patto: vi diamo i permessi, allacci ad acqua e luce, si permettono diferenti attività sociali. Ecco, tutto questo può portare all’istituzionalizzazione della lotta, del conflitto e pertanto alla sua dissoluzione. Bisogna stare attenti, perché il passaggio è molto sottile. In questo senso la democrazia funziona anche come sistema di pacificazione, il potere riesce a manipolarci come vuole.

Scendendo a patti con la politica allora corriamo il rischio di perdere il conflitto come processo costruttivo?

Parlare di conflitto è importante proprio per questo, per restituire al termine il suo vero significato, intrinsecamente conflittuale. Come ci insegnavano i vari autori della scuola di Chicago, ad esempio Robert Ezra Park, il conflitto è una componente intrinseca di tutte le città, è inevitabile. Questa tendenza, questa mania, questa ossessione che hanno i governi attuali di voler reprimere a tutti i costi la conflittualità sociale è un paradosso, una fallacia, perché non sarà mai così. La città è costituita dal conflitto, perché se così non fosse non sarebbe una città. Le relazioni sociali nello spazio pubblico sono di per sé conflittuali. La relazione sociale è sinonimo di conflitto, ma se ci sono problemi, fanno subito paura, perché le istituzioni temono che le persone possano organizzarsi nello spazio pubblico. Quindi qualunque cosa che stia al di fuori dei canali di “participazione civica” convenzionali, instituzionalmente aperti dall’urbanistica neoliberale, viene estromesso dalla città, reso invisibile. Invece bisognerebbe ascoltare il conflitto, dar voce alla protesta, tradurlo, senza stigmatizzarlo. Lo stesso accade con tutti i collettivi o gruppi che non sono ben accetti nelle città.

Quindi che fare?

Posso dare una risposta molto personale: il conflitto, la protesta ci sono sempre, devono esserci, devono emergere e farsi sentire. Che fare dunque? A volte vorremmo portare alla luce certe situazioni ma è ovvio che non sempre è possibile. Allora quello che possiamo fare è non smettere di informarci su come stiano veramente le cose, anche mediante pubblicazioni alternative che analizzano le realtà, senza fermarsi in superficie. Non bisogna arrendersi, bisogna continuare la lotta sociale anche se è molto dura. Per esempio, nella quotidianità, se quando usciamo il sabato sera invece di andare a berci una birra nel locale di design andiamo al bar sotto casa che la birra ce la dà a meno di due euro e magari in un bicchiere di plastica, ecco, nel nostro piccolo stiamo lottando per mantenere le realtà che spariscono.


Barrios corsarios. Memoria histórica, luchas urbanas y cambio social en los márgenes de la ciudad neoliberala cura di Giuseppe Aricó , José A. Mansilla , Marco Luca Stanchieri

Giuseppe Aricó, PhD in Antropologia Sociale, è ricercatore indipendente e coordinatore dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano (OACU) di Barcellona. I suoi studi si centrano principalmente sull’ Antropologia Urbana e, in particolare, sui processi di periferizzazione, gentrificazione, esclusione e stigmatizzazione sociale. In precedenza ha pubblicato Mierda de ciudad, in collaborazione con José A. Mansilla e Marco Luca Stanchieri.

OACU, Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano è un collettivo di Barcellona unito  dall’interesse condiviso per lo studio della città, in particolare della cosiddetta conflittualità urbana, vale a dire tutte quelle che sono le lotte, le proteste, le ribellioni, le resistenze, ciò che non si riesce a contenere, che non si riesce ad addomesticare.

Kitti Baracsi: Laureata in comunicazione sociale, teoria dell’arte e pedagogia all’Università di Pécs, in Ungheria. Attualmente dottoranda presso la scuola di dottorato “Educazione e Società” della stessa università. Ha lavorato come educatrice in Ungheria, Italia e Spagna nelle periferie urbane, sopratutto con comunità rom e/o immigrate e ha collaborato in diversi progetti di ricerca su tematiche di housing, trafficking, migrazione e uguaglianza di genere in Ungheria, Portogallo e Spagna. Paul Schweizer: Ha studiato Geografia Umana tra la Goethe-Universität Frankfurt, l'Universidade do Porto e l'Universidade de São Paulo. Ha un Master in Geografie della Globalizzazione – Studi Urbani ed è docente di Formazione Politica. Fa parte del collettivo "orangotango" e ha collaborato in diverse iniziative dedicate a giovani, adulti ed anziani in Europa ed America Latina, realizzando progetti di arte e mappatura collettiva nello spazio pubblico.

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