Turchia: siamo una moltitudine

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Ho scritto e ho pensato molto riguardo agli eventi accaduti in Turchia nel 2016. Sono una delle tante che ha pianto, sperato e desiderato un cambiamento. Tutto è iniziato con Gezi Park nel 2013. Il potere del Presidente della Repubblica venne messo seriamente alla prova durante quelle proteste. Si trattava di un fenomeno con un contenuto e una forma chiari e precisi, difficili da nascondere e sminuire. Non sarebbe sbagliato dire che il Presidente in quell’occasione si spaventò profondamente, e spaventandosi divenne ancora più crudele. Ci furono alcuni giorni in cui fu addirittura impossibilitato a tornare in Turchia. Durante quegli eventi, la tensione era altissima ma le speranze lo erano altrettanto.

Gezi Park fu la prima occasione in cui le persone provarono a organizzarsi e controllare i loro spazi pubblici in opposizione alla meccanica capitalistica delle compagnie di costruzione che si comportavano (e continuano a comportarsi) come se possedessero l’intera Istanbul. Quello a cui puntavano era il denaro ottenuto attraverso ciò che avrebbero costruito in Gezi Park: poco gli interessava che fosse necessario tagliare alberi e rimuovere aree pubbliche destinate ai cittadini. C’è un detto turco che dice «il suolo e le pietre di Istanbul sono fatti d’oro». Continuare a scavare, e scavare, e scavare fino a rovinare la città sembra essere diventata la filosofia di ogni tipo di investitore.

Le proteste di Gezi Park iniziarono con un numero esiguo di persone intenzionate a proteggere il parco, ma diventarono rapidamente un grande movimento simbolo di resistenza, femminismo, diritti delle minoranze, solidarietà, tolleranza e dialogo. Il movimento arrivò a coinvolgere ogni fascia della popolazione, compresi i colletti bianchi degli uffici e i cosiddetti “cittadini apolitici”. Tutti si impegnarono a proteggere quell’area verde. Librerie pubbliche vennero aperte nel parco, ci furono letture di poesie, notti intere passate all’aperto da una miriade di cittadini. Le persone: furono loro a impedire la costruzione di un centro commerciale pianificata dall’amministrazione.

Fu un grande successo da cui nacque una grande speranza che coinvolse tutta la gioventù turca. Fu un momento di reale solidarietà e di speranza per tutto il Paese, anche se alcuni giovani persero la vita negli scontri e la polizia non venne mai imputata come responsabile. Sfortunatamente però, non fu altrettanto possibile evitare la costruzione di una enorme moschea nel centro di piazza Taksim, solo alcuni anni dopo le proteste.

Silenzio e coraggio

Ho sentito di moltissimi giornalisti spaventati all’idea di esprimere il loro pensiero sugli eventi in corso. Il famoso giornalista Can Dündar fu arrestato e minacciato per aver scritto dei camion mandati dal governo turco in aiuto dello Stato Islamico. Successivamente scrisse un libro raccontando come tutto questo fosse accaduto.

Ahmet Şık scrisse riguardo all’organizzazione gülenista Fetö e ai suoi legami con lo Stato turco, e ancora oggi è in prigione. La maggior parte dei giornalisti erano e sono ancora terrorizzati dalla minaccia di finire imprigionati. Anche Aslı Erdoğan, grande scrittrice, e İştar Gözaydın, una accademica che analizza le relazioni tra religione e politica, sono state arrestate. Le persone avevano paura di parlare: un cittadino può essere condannato per una semplice critica al Presidente.

Dopo il 2006, il governo ha deciso di indebolire la parte laica dello Stato e imprigionare moltissimi soldati senza una precisa ragione. Le persone hanno applaudito a questi arresti; dicevano: «Guardate, saremo più forti adesso, noi, le persone, non i militari». I cittadini turchi hanno pensato che l’unico problema del Paese fosse il potere dei militari, tant’è che durante il colpo di Stato del luglio 2016 tutti rimasero sorpresi nel vedere come dietro al complotto si nascondesse Fetö, la stessa organizzazione religiosa che aveva supportato il Presidente per almeno 15 anni, che gli ha dato potere, delle solide basi di consenso e una motivazione ideologica per continuare a conquistare le masse.

Cosa rimanga dell’esercito turco non è chiaro nemmeno nel momento attuale. Nonostante questo l’attitudine verso il sud-est del Paese non è cambiata, il controllo supremo continua, la lotta al PKK non è cessata. La pace non è mai stata un’opzione, nonostante Erdoğan sia salito al potere con una promessa di pace per i curdi.

Siamo stati raggirati, tutti noi. Sapevamo per certo come Erdoğan portasse con sé i tratti del leader populista, nonostante questo alle persone piaceva. Probabilmente è stato amore trasformato in paura.

Petizioni e riflessioni

Perché gli accademici che chiedevano la pace sono stati arrestati e costretti alle dimissioni? Quello che volevano esprimere era la necessità della pace nel sud-est del Paese. Si può essere arrestati per aver chiesto la pace? Il problema è che la guerra è alimentata da armi, profitto e sangue, e ci deve essere un interesse affinché continui.

Non possiamo fermare il conflitto fino a che gli industriali, i militari e il Presidente non decideranno di porre fine a questa guerra. Persone che hanno dedicato la vita all’accademia sono state costrette a interrompere la loro carriera o, peggio ancora, arrestate, semplicemente per aver firmato una petizione. La Turchia è diventata un Paese dove una persona non può firmare una petizione.

Non so se le persone si rendono conto di cosa significhi questo. Significa silenzio. Significa donne e uomini a cui viene tappata la bocca. Significa non credere più a nessuno e non fidarsi delle persone sul tuo stesso bus o del tuo stesso quartiere. Significa disperazione.

La realtà è che scrivere una petizione in questo Paese non significa niente. Leggete il libro di Ferit Edgü, Un inverno ad Hakkari, dove un insegnante turco finisce in un villaggio curdo e scrive petizioni al Governo. La risposta che riceve è: «Lei scrive delle belle petizioni, con virgole e punti al posto giusto, sono scritte in un eccellente turco ma la preghiamo di smettere di scriverle!».

Gli inutili eroi del secolo XXI

Il Presidente è diventato un eroe per molti, ma è stato crudele e violento. Se non supporti l’eroe, lui sarà il tuo incubo. È un personaggio di un romanzo distopico. Abbiamo davvero bisogno di un eroe del genere? Per vivere la nostra vita sicuramente no. Allora perché continuiamo ad appoggiarlo?

Come Gramsci e Marx facevano notare, l’interesse economico e l’ipocrisia sono sufficienti a controllare una società. Vanno mano nella mano. Chi ha il controllo economico controlla anche la cultura. Ecco che Erdogan dice «Fate figli, più figli!» e così facendo decide la nostra cultura: le donne a casa e l’Islam ovunque, perché più figli significa più islamici con cui – a detta sua – bisognerebbe invadere l’Europa, soldati in Turchia, elettori in Europa. E mentre le donne creano bambini per lo Stato-Nazione gli uomini controllano totalmente la politica.

Grazie, ma la mia risposta è «no».

La Turchia ha vissuto uno dei peggiori anni di radicalismo tra il 2015 e il 2016. Ci sono stati più di cinque attentati: uno a Suruç, tre ad Ankara, quattro a Istanbul, mentre a Gaziantep più di un poliziotto è stato ucciso nel tentativo di fermare un terrorista islamista; poi ci sono state altre esplosioni a Gaziantep e Kayseri. Le persone hanno iniziato a uscire di casa il meno possibile, la paura delle bombe è diventata costante.

Nonostante questo non ci sono stati lutti di Stato, il lavoro è proseguito, la Turchia ha preteso di continuare ad andare avanti come se niente fosse accaduto. Ma il turismo nel frattempo è crollato, le attività economiche si sono fermate. Il governo pretendeva che tutto andasse bene mentre tutto andava storto.

La nostra realtà è rapidamente diventata terribile ma ci siamo abituati, continuiamo a vivere come se niente fosse accaduto. O meglio: siamo stati costretti ad abituarci a una situazione del genere, lo stress ha portato molti a cedere, molti hanno perso totalmente la speranza, poi, dopo il tentativo di colpo di Stato le cose sono iniziate ad andare ancora peggio.

Divisioni?

Alla fine hanno detto che la nostra società è divisa tra un sì e un no. Chi vuole dire di no è un terrorista, giusto? Allora a che cosa serve un referendum? Le persone sono spaventate, le persone sono stanche di pensare e parlare di politica.

Un autore ha affermato che siamo un popolo diviso in tre parti senza empatia tra di loro: laici, curdi, religiosi. Nel passato queste tre parti erano intersecate, dovrebbe ancora essere così, ma i dittatori vogliono polarizzare e dividere la società. Come gli Ottomani in precedenza, quando lasciarono i cristiani avere diverse sette così da dividerli e controllarli meglio. Da 15 anni il Governo divide la società in compartimenti stagni fatti di laici, religiosi e curdi, mi chiedo lo scopo finale di questa divisione.

Grazie, ma «no».

È il momento di iniziare a dire no. È tempo di dire NO allo sfruttamento che subiamo, NO alle bombe che esplodono nelle nostre città, NO al lavoro precario e pericoloso che svolge una grande fetta della popolazione, NO a essere etichettati come terroristi qualsiasi cosa diciamo, NO all’essere forzati a una presa di posizione, a scegliere tra questo e quello per il piacere del dittatore.

L’unica cosa che esiste è la nostra libertà. Le nostre menti e i nostri cuori con l’obiettivo della pace e di una società unita anche nelle sue diversità. Una società consapevole di come arte, cultura, educazione e creatività possano dar vita a una realtà migliore; non ci serve un uomo forte, non vogliamo un eroe, un leader che decide per noi e poi dice «il popolo ha deciso».

Il titolo è ispirato a una poesia di Pablo Neruda.

1 Comment

  1. Buonasera,
    Ho letto con piacere il suo appassionato intervento da cui traspare un grande amore e grandi speranze.

    Io in Turchia ci vivo da molto;
    mi permetta di dirle, a malincuore, che reputo errato il punto di partenza delle sue riflessioni.

    Forse un giorno ne discorreremo di fronte ad un çay bollente.

    Hoşçakalın
    A sua disposizione

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