Atene, Marco Gottero_1

Sotto il cielo delle donne

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Atene, 8 marzo. Di solito da queste parti non c’è mai una nuvola e invece stasera, per la marcia delle donne, il cielo sulla capitale ellenica è coperto. Pioverà, e si marcerà lo stesso, donne e uomini, greci e stranieri. Non in tanti, ma comunque molti. A risuonare contro il cielo sono parole che oggi, in Grecia e non solo, hanno un peso specifico non indifferente: donne, rifugiati, capitalismo e LGBT+.

La vibrazione che attraversa l’aria porta le note di una lotta su quattro fronti, ognuno dei quali invariabilmente composto da categorie di oppressori e oppressi. Il sessismo, l’indifferenza e la violenza contro le donne. Il razzismo, Alba Dorata e l’ignoranza contro i rifugiati e richiedenti asilo. E ancora, la troika, il governo e gli istituti finanziari contro i lavoratori. Il bigottismo religioso (e non), gli stereotipi e l’intolleranza contro le persone LGBT+.

Nella marcia, ogni battaglia sembra potersi nutrire dell’altra, e tutte insieme rinforzarsi. Stasera si lotta per le donne, ma gli oppressi di ogni categoria stanno fianco a fianco, e tutti insieme devono difendersi. Nella pratica, non funziona esattamente così. E prese una per una, ci si accorge che queste battaglie finiscono per scontrarsi tra di loro, e ridurre la portata di una manifestazione così fondamentale come quella di stasera.

Γυναίκα (donne)

Le donne sono al centro e al di sopra, giustamente, anche se solo per una sera: le donne greche non vogliono stare in silenzio e lo fanno sapere alle vie della capitale. La presa di coscienza dell’oppressione femminile sembra aver raggiunto un massimo storico, ma paradossalmente il sessismo è imperante, la violenza di genere a livelli record, gli insulti a sfondo sessuale sono dilaganti su facebook, provenienti sia da uomini che da donne.  

E l’obiettivo di stasera era raggranellare le forze, scuotere le membra degli ignavi, dare voce ai pavidi. Ci si è riusciti, in parte, ma la strada è ancora molto lunga, e gli ostacoli sembrano, sorprendentemente, più vicini a noi di quanto pensiamo.

Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero
Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero

ΛΟΑΤ (LGBT)

Fianco a fianco delle donne, la comunità LGBT+, un’umanità la cui oppressione è stata – finalmente – riconosciuta solo in tempi più recenti. E nonostante questo, l’oppressione continua più vigorosa che mai, animata da viscerali passioni per la conservazione di non si sa quale presunta purezza biologica umana. Ce ne vorrà ancora di tempo prima che si accetti, alla buon’ora, che siamo null’altro che esseri costruiti culturalmente. E che abbiamo, allo stesso tempo, il diritto (e il dovere?) di decostruirci e farci domande sulla nostra identità. E soprattutto, l’obbligo di mai e poi mai discriminare chi non si identifica come piace a noi. Stasera si cantava forte anche per la comunità LGBT+. C’erano anche loro e si univano al coro per le donne.

Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero
Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero

Πρόσφυγας (Rifugiato)

«Refugees are all welcome» canta la piazza. Anche se oggi è l’8 marzo, Atene è pur sempre la porta europea dei flussi migratori dall’est e dal sud. Ed ovunque si sente la necessità di fare scudo per una miriade in fuga ed in pericolo, che nel suo percorso di vita si trova oppressa come le donne di ovunque.

Di rifugiati, però, stasera ce ne sono ben pochi, nonostante molti di loro siano ospiti e parte integrante di diversi squat di Exarchia, luoghi dove ci si aspetterebbe di trovare forte resistenza ai modelli patriarcali. Eppure, si diceva, pochi migranti si sono spinti fino alla piazza di fronte all’Università di Atene e poi per le strade verso Syntagma, lasciando un corteo che cantava anche per loro senza uno dei suoi possibili protagonisti.

Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero
Atene, 8 marzo 2017. Marco Gottero

Qui il dibattito si fa caldo, o invece, a seconda delle situazioni, scompare del tutto. Perché, generalizzando di molto, i migranti sono variegati, e nella loro media rappresentano nient’altro che l’uomo medio di ogni altra società. La formazione culturale dell’uomo medio, nella stragrande maggioranza delle società, non prevede alcun cenno a qualsivoglia potere, ruolo, diritto femminile. Ergo, come mi raccontavano stasera, quando in uno degli squat si è detto ai rifugiati «domani tutti alla marcia per le donne», il ragazzo incaricato di tradurre in arabo per i migranti presenti continuava a chiedere stupito «cosa significa?». Poi accade ovviamente che questo  venga estratto e usato per farne una becera generalizzazione, qualunquismo che scade nella retorica della Lega Nord e dei razzisti di ogni Paese.

Eppure, innegabile, la cultura tradizionale inculcata in mezzo mondo relega le donne a ruoli ignobili. Non ogni migrante proviene dalla cultura dominante patriarcale, e soprattutto questo non vale solo per il – variegatissimo– mondo arabo, o per quello subsahariano: è nel cuore del nostro continente che europeissimi e bianchissimi cittadini commettono le peggiori nefandezze verso le donne, o – più comunemente – le guardano ogni giorno dall’alto in basso.

Qui, si diceva, il tema si fa caldissimo. Perché se è innegabile che diversi gruppi che si mobilitano, in Europa, per difendere i migranti siano spesso composti da persone sensibili alle tematiche di genere – diciamo in numeri proporzionalmente più alti rispetto alla media – è anche innegabile che, invece, tra i migranti ci siano molti – come sono molti gli europei – sordi di fronte alle richieste delle donne

Non parliamo poi dei diritti LGBTQ+, che, non per cause strutturali, ma per pura e semplice ignoranza degli addetti all’educazione, e per la perenne intrusione nefasta di molte religioni, diventano un inconcepibile tabù. E questo nonostante il coraggio gigantesco di attivisti quali il keniano Binyavanga Waynana, per citarne uno. Insomma, pur evitando generalizzazioni, è indiscutibile che gli LGBTQ+ se la passino male in Europa, ma mai così male come in Uganda, in Iran o in Libia.

Da lì una tensione silenziosa quando molti migranti si trovano di fronte al tema donne o LGBTQ+. Una tensione di cui non si parla, che spesso si evita e che in generale, ad oggi, non si sa come affrontare. E alla fine, di migranti, stasera non ce n’è  traccia. Anche se, giustamente, si canta per loro.

Καπιταλισμός (Capitalismo)

Si diceva degli squat di Exarchia, forse massimo esempio in Europa di resistenza, autorganizzazione, lotta contro l’austerità e capacità di creare “altro” di tangibile, vivo, pulsante. Questo in teoria, perchè stasera c’erano, ma non molti a dire il vero. Tante sono le micro-dinamiche politiche che complicano quotidianamente le relazioni tra i vari gruppi, risultando in una cacofonia di soggetti resistenti che si fanno le scarpe a vicenda. E chiacchierando con i personaggi nella manifestazione viene fuori che, forse, alla fine, anche diverse componenti di molti gruppi anticapitalisti non sono propriamente femministe. Come scrisse una volta un amico gay e di sinistra, quando tutti noi ci stupimmo di un’uscita ignorante di Armani, «voi siete convinti che solo perché sia gay debba essere anche intelligente», che qui potremmo tradurre con «dalla nostra parte in ogni lotta». Invece non è così. Eppure, stasera, si canta insieme anche contro il capitalismo, che opprime soprattutto le donne.

Sotto la pioggia di Atene, stasera, 8 marzo 2017, si lottava. Contro tanti tipi di oppressione, legate tra loro, e tutte da smontare pezzo per pezzo. Ma se chi c’era lottava compatto, mancavano all’appello diversi oppressi. Che per i motivi, futili, stupidi o irrisolti di cui sopra, hanno pensato di togliersi dal mucchio, e togliere il loro supporto alle donne.

E, come sta scritto spesso sui muri, «chi non si ribella fa il gioco dell’oppressore». Gli assenti non giustificati sono stati quelle nuvole piovose, stavolta metaforiche, sul cielo delle donne. Stasera, e sempre, le nuvole (nemiche e “amiche”) vanno spazzate via. Il cielo delle donne merita di essere nient’altro che sereno, ed è lo stesso cielo sotto il quale viviamo tutti.

Laureato in Scienze Internazionali all'Università di Torino e al Master in Cooperation and Development dello IUSS Pavia, è appassionato di storia e politica dell'Africa. Ha lavorato con l'ONG padovana Karibu Afrika, con la FAO e con altre organizzazioni, principalmente in Italia e in Kenya. Attualmente è PhD Candidate alla De Montfort University di Leicester, dove si interessa di economia dello sviluppo, in particolare degli effetti dell'austerity in Europa e America Latina, degli aiuti condizionati ai paesi in via di sviluppo, della capacità della società civile organizzata di diventare resistente contro la povertà, la disoccupazione e le crisi economico-finanziarie.

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