Diario americano: un mese di presidenza Trump

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Sarebbe impossibile pretendere da questo breve contributo di indagare in profondità il processo sociale e politico che gli Stati Uniti stanno affrontando. Negli ultimi mesi diversi giornalisti e politologi hanno realizzato delle analisi piuttosto interessanti del cosiddetto fenomeno Trump; tutte considerazioni ex post ovviamente, perché in pochi avevano previsto la sconfitta di Hillary Clinton. Gli avvenimenti inoltre si stanno susseguendo talmente rapidamente che il tentativo di tenere il passo con gli ultimi aggiornamenti rischierebbe di produrre un commento sorpassato prima ancora di essere pubblicato. Proverò quindi a tracciare un percorso narrativo soffermandomi sugli aspetti che ritengo più rilevanti e che credo supereranno la prova del tempo. Forse il mio sguardo è stato parziale e, parafrasando un incredibile viaggiatore, forse la mia vista non è mai stata panoramica, ma sempre fugace e non sempre adeguatamente informata, i giudizi poi sono troppo netti. Forse.

Una partenza esplosiva

L’inizio della presidenza di Donald Trump verrà ricordato non solo per le scelte radicali del neo-presidente e per le sue provocazioni, ma anche per la serie di proteste che la sua elezione ha innescato negli USA e nel mondo. Se ci astenessimo da qualsiasi giudizio politico dovremmo raccontare la storia di un presidente regolarmente eletto in una delle più efficienti democrazie mondiali, e che sta rispettando le sue promesse elettorali attuando il programma politico per cui è stato votato da oltre 62 milioni di cittadini. Cosa c’è allora di così strano? Perché sembra che il mondo e gli americani in primis siano contro di lui?

Pochi giorni dopo il voto, intervistando un noto giornalista italiano per La Voce di New York, ragionavamo sull’ipotesi che Trump potesse rappresentare davvero una scheggia impazzita, un errore del sistema. Questo avrebbe spiegato in parte l’evidente presa di posizione dei principali media mainstream e dei Capi di Stato e di Governo occidentali a favore della Clinton, ma anche la netta opposizione all’interno dello stesso Partito Repubblicano. Senza voler erigere il neo-presidente a paladino dei lavoratori, la domanda che ci ponevamo era: Trump ha davvero tutti contro? Le prime nomine presidenziali (ben tre ex dipendenti Goldman Sachs: Stephen Bannon, Steven Mnuchin e Gary Cohn) hanno subito tolto alcuni dubbi sull’ipotesi di una rottura con l’establishment politico e soprattutto finanziario statunitense.

#notmypresident protest, New York, 19 gennaio 2017
#notmypresident protest, New York, 19 gennaio 2017 (F. Rostelli)

Rimangono tuttora dei grossi punti interrogativi sulla politica internazionale che gli Stati Uniti adotteranno nei prossimi mesi. Trump, ad esempio, ha dichiarato esplicitamente che è stato un errore eliminare Saddam Hussein e Gheddafi perché questo ha destabilizzato ulteriormente il Medio Oriente, aggiungendo che Assad non è un “good guy” ma che i combattenti antigovernativi in Siria sarebbero peggiori. Posizioni apertamente in contrasto con le scelte USA degli ultimi anni in materia di politica estera. Rimane poi lo spettro ingombrante di Putin che continua ad aleggiare sulla Casa Bianca: dopo il dossier pubblicato senza un’effettiva verifica delle fonti da BuzzFeed e CNN – accusati dal neo-presidente di diffondere fake news – sulle presunte attività sessuali di Trump avvenute in un albergo di Mosca, pochi giorni fa sono arrivate le dimissioni del generale Michael Flynn dopo l’accusa di essere “ricattabile dalla Russia”.

Flynn infatti è stato intercettato mentre parlava in modo amichevole con l’ambasciatore russo riguardo alle sanzioni; telefonata in un primo momento smentita dal vicepresidente Pence. Davvero un brutto colpo per l’amministrazione Trump che perde il capo del National Security Council (organo che elabora per il presidente le strategie militari e di politica estera) e si espone ulteriormente alle critiche di chi non digerisce questi rapporti pericolosi con il Cremlino, interpretati come un assoggettamento (in)condizionato a Putin. Secondo alcuni il clima assomiglia a quello del 1972 quando la presidenza Nixon fu travolta dallo scandalo Watergate, l’ipotesi di impeachment però, seppur ventilata, sembra ancora lontana. Al tempo stesso gli investitori sembrano stare senza esitazioni dalla parte di Donald Trump, nell’ultimo mese infatti l’indice Dow Jones ha segnato un incremento del 4,02% (miglior risultato dal 1945 considerando come termine di paragone i primi 30 giorni di mandato presidenziale). Non accadeva dai tempi della Seconda Guerra Mondiale.

Approfittando della mia permanenza negli Stati Uniti, negli ultimi tre mesi ho potuto seguire da vicino le manifestazioni e le proteste che si sono susseguite per le strade e le piazze di New York e non solo. Il 19 gennaio scorso, il giorno precedente al giuramento del neo-presidente, è stata organizzata a New York – città storicamente democratica – la prima significativa manifestazione contro Trump dopo settimane di relativa calma. Alcune migliaia di partecipanti si sono riunite a Columbus Circle, sotto uno dei principali grattacieli costruiti da Trump a Manhattan, per ribadire la loro contrarietà alle politiche annunciate dal neo-presidente, ritenute sessiste, xenofobe e razziste.

Ho raccolto tra la folla le voci di alcuni manifestanti; Henry ad esempio è venuto per dimostrare che la maggioranza degli americani non accetta questo presidente: «L’influenza di Bannon inoltre è davvero pericolosa, gli ultimi anni con Obama hanno rappresentato per la comunità LGBT un passo avanti nella conquista dei diritti, ora il rischio è quello di tornare indietro». Ken, professore della New York University non ha dubbi: «La democrazia è in pericolo a causa di Donald Trump e Steve Bannon, questo è fascismo, questa non è l’America».

Attivisti per i diritti civili e alcuni personaggi dello spettacolo si sono alternati sul palco allestito per l’occasione per rilanciare l’idea che bisogna resistere ad ogni costo contro questa nuova ondata di populismo e fascismo. Tra gli altri sono intervenuti De Niro, Mark Ruffalo, Alec Baldwin, Cher ma il volto più noto rimane quello del regista Michael Moore, uno dei principali trascinatori della protesta. «This land is your land» (dal testo della canzone di Woody Guthrie, ndr.), «No Trump, no KKK, no fascist USA», «Ehy ehy! Oh oh! Donald Trump has got to go!», questi gli slogan scanditi durante la protesta. Tanti i cartelli che vedono ritratti insieme Trump e Putin abbracciati e persino amanti avvolti in bandiere rosse con falce e martello.

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Manifestazione contro il “muslim ban”, NEW YORK, 29 GENNAIO 2017 (F. Rostelli)

Il termine fascismo viene utilizzato ormai con una certa disinvoltura dagli americani anti-Trump e sui cartelli dei manifestanti il volto del neo-presidente è spesso accostato a quello di Mussolini. La libertà di espressione e la libertà di associazione non erano di certo contemplate nel codice Rocco, sarebbe interessante quindi indagare più a fondo la concezione e la percezione che gli statunitensi hanno del fascismo, sicuramente diversa da quella degli europei. Se aggiungiamo a queste considerazioni le accuse inverosimili nei confronti di Putin di essere un socialista, emerge probabilmente una visione piuttosto manichea ed una coscienza politica forse un po’ immatura che ancora deve fare i conti con gli effetti della “paura rossa” insinuata a partire dal dopoguerra.

Cliff mi ha raccontato che è venuto dal New Jersey per sua moglie, sua figlia, sua nipote e per tutte le donne del Paese e poi ha aggiunto: «Dobbiamo dimostrare a Trump che non può distruggere questo Paese e tornare indietro di 100 anni. Trump dovrebbe ascoltarci e cambiare i suoi piani e capire che la Russia è il nemico e che non puoi andare a letto con il nemico».

Inauguration day

«America first! Oggi ridiamo il potere al popolo: we the people». Può essere sintetizzato così il discorso di insediamento del neo-presidente Trump. Insomma, nessun colpo di scena: Trump ha semplicemente ribadito, con una dialettica un po’ meno spinta del solito, i concetti espressi in campagna elettorale. Durante la cerimonia di insediamento, che a differenza delle controverse dichiarazioni della portavoce Kellyanne Conway è stata tutt’altro che partecipata, si sono verificati scontri nelle strade di Washington: vetrine (di alcune banche e di uno Sturbucks) rotte e una limousine data alla fiamme; sono state arrestate oltre 100 persone.

Piccola annotazione: è quantomeno singolare che i media italiani in questa circostanza non si siano dilungati come consuetudine sul (anzi sui) black block, diventato uno dei folk devil moderno. Sembra che l’utilizzo di pratiche violente, sia che si parli di qualche macchina data alle fiamme, sia che si tratti di vere e proprie rivolte contro governi regolarmente eletti (vedi alla voce primavere arabe oppure a quella vicende ucraine), quando avviene a debita distanza assuma sempre una connotazione diversa.

La Marcia delle Donne

Oltre che per l’insediamento del 45° Presidente, c’era in realtà molta attesa anche per la Women’s March, convocata mesi prima sui social network, che si sarebbe tenuta il giorno successivo al giuramento. Il 21 gennaio infatti è stata organizzata una delle più importanti mobilitazioni che si ricordi nella storia contemporanea americana. Si sono tenute manifestazioni in centinaia di città degli Stati Uniti e nelle principali città del mondo. I media hanno parlato di oltre un milione di manifestanti, credo che i numeri siano stati superiori considerando che solo a Washington hanno manifestato oltre 500mila persone. Senza alcun dubbio la Women’s March è stata un successo, non solo mediatico.

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Women’s march, Washington, 21 gennaio 2017 (F. Rostelli)

Nonostante fosse in programma una marcia anche a New York, ho deciso di raggiungere Washington per entrare nel vivo della protesta. Sono partito da New York la notte del 20 gennaio da una stazione invasa da ragazzi, donne e uomini pronti a raggiungere la capitale in pullman o in treno per unirsi alla marcia. Ho viaggiato tutta la notte per arrivare a Washington di prima mattina dove la stazione, vicina alla sede del Congresso, era già affollata. Cappelli rosa e “nasty women” ovunque, immancabili poi i cartelli colorati con disegni e messaggi di protesta. Tra le prime persone che ho incontrato c’è stata un’insegnante delle scuole elementari dell’Iowa che, tenendo in mano uno striscione con delle foto di ragazzi, mi racconta che è venuta qui per la sua famiglia e per i suoi figli malati di diabete, che non sarebbero sopravvissuti senza l’Obamacare.

Mi sono avviato, passando a fianco ad un Campidoglio deserto dopo gli sfarzosi festeggiamenti del giorno precedente, in direzione del palco da dove sarebbero intervenuti i principali sostenitori della protesta, tra cui anche alcuni personaggi noti: Angela Davis, il solito, concreto Michael Moore, Alicia Keys, il sindaco di Washington, Scarlett Johansson. Qui è possibile rivedere tutti gli interventi, io mi limiterò a elencare le parole chiave della giornata poiché credo siano sufficienti per percepire il senso dell’evento: we, you, people, power, respect, women, pussy, nasty, rise, beginning, love, community, men, LGBT, friend, racism, fascism, fear, alone, believe, name, rights, family, resist, together, future, peace, America, love trumps hate. Certo manca working class ma non credo sia una dimenticanza.

Tra la folla ho scambiato alcune battute con Lory, che lavora in un’organizzazione no-profit che si occupa della prevenzione della violenza perpetrata con le armi da fuoco: «Partecipo a questa marcia pacifica a favore delle minoranze. L’America non viene prima di tutto (riprendendo le parole di Trump, ndr.). L’umanità viene prima di tutto! Siamo un pianeta, siamo tutti uniti e siamo potenti. L’amore sconfigge l’odio».

Dopo circa tre ore è partita una lunga marcia in direzione della Casa Bianca. Poiché sono riuscito ad arrivare a pochi metri dal palco mi renderò conto di quante persone abbiano partecipato alla marcia – almeno mezzo milione – solo nel pomeriggio, vedendo le immagini dei principali media americani. Un fiume rosa che arriva fino all’obelisco, il triplo delle persone che hanno partecipato all’inauguration day il giorno precedente. Durante la giornata ho raccolto diverse testimonianze, ad esempio quella di Tarissa e Andrea, arrivate dal Michigan per rappresentare le donne e per protestare contro le discriminazioni: «Non scegli di essere donna o di essere afroamericano semplicemente fai parte del Paese». Secondo Sharon, giovane ingegnere, «La democrazia dovrebbe essere questo, perché se sei scontento di qualcosa dovresti agire e rappresentare il cambiamento che stai cercando. Trump deve essere consapevole che la maggioranza degli americani (numericamente Clinton ha preso più voti, ndr.) non ha votato per lui e non dovrebbe compiere scelte che dividono il Paese».

18 ordini esecutivi in 10 giorni

Se la campagna elettorale è stata infuocata, il primo mese di presidenza Trump non è stato da meno. Nei primi 10 giorni il neo-presidente ha firmato 18 ordini esecutivi che riguardano diversi ambiti tra cui la sanità, l’aborto, l’immigrazione e il commercio. I principali provvedimenti sono stati: congelamento dell’ACA (Affordable Care Act, riforma sanitaria voluta da Obama che consentiva una parziale copertura sanitaria tramite sussidi statali anche ai meno abbienti); blocco dei fondi federali per tutte le Ong internazionali che si occupano di informare sul tema dell’aborto; ripresa dei lavori per la costruzione del Dakota Access Pipeline (oleodotto); uscita definitiva degli USA dal TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership); costruzione di un muro al confine tra Messico e Stati Uniti; sospensione per 120 giorni del programma di ammissione dei rifugiati negli USA; sospensione indefinita per rifugiati provenienti dalla Siria; sospensione per 90 giorni dell’ingresso negli USA ai cittadini di 7 Paesi a maggioranza musulmana: Iraq, Iran, Sudan, Libia, Yemen, Somalia e Siria. Tra i Paesi colpiti dal ban di Trump non compaiono invece Paesi coinvolti direttamente in operazioni di terrorismo: Egitto, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi.

Manifestazione No Ban, 29 gennaio 2017 (F. Rostelli)
Manifestazione contro il “Muslim Ban”, New York, 29 gennaio 2017 (F. Rostelli)

L’ultimo ordine esecutivo, il cosiddetto Muslim ban (denominazione errata perché non riguarda tutti – o solamente – i cittadini musulmani) è quello che ha scatenato le maggiori reazioni. La Home Security in un primo momento lo ha applicato alla lettera negando l’ingresso anche ai possessori di un regolare visto. Ma si tratta inoltre di un provvedimento scritto male, che lascia spazio a diverse interpretazioni e che ha già causato degli scontri giudiziari. Un giudice federale di Seattle, James Robart, ha infatti deciso di bloccare temporaneamente e su base nazionale il decreto. Al momento il provvedimento è sospeso, i giudici della Corte d’appello degli Stati Uniti del Ninth Circuit di San Francisco hanno infatti respinto il ricorso presentato dalla Casa Bianca per ottenere la riattivazione del ban. La risposta di Trump su Twitter non si è fatta attendere: «Ci vediamo in tribunale. È in gioco la sicurezza della nostra nazione».

Approfittando di quest’ultimo spunto, sarebbe interessante approfondire il tema della comunicazione a partire dalla prassi ormai consolidata da Trump e da altri Capi di Stato e di Governo di comunicare in modo diretto con le persone tramite i social media, bypassando completamente i giornalisti, i media tradizionali e le obsolete conferenze stampa. In Italia un processo simile è avvenuto quando Berlusconi, in qualità di Presidente del Consiglio, ha deciso di iniziare a comunicare attraverso una telecamera e di sedersi a tavola con gli italiani passando attraverso la televisione.

Il ban di Trump

Facciamo un passo indietro. Il 28 gennaio, all’indomani della firma dell’ordine esecutivo in tema di immigrazione, sono stati bloccati in diversi aeroporti degli Stati Uniti decine di cittadini provenienti dai 7 Paesi colpiti dal ban. La notizia si è diffusa immediatamente sui social network e in un paio d’ore sono state organizzate delle manifestazioni di protesta nei principali aeroporti americani (Detroit, Los Angeles, New York).

A New York all’aeroporto J.F.Kennedy è stato invaso da manifestanti che hanno raggiunto i terminal principalmente con la metropolitana. Sono state annullate decine di voli. Secondo il Daily News una donna cilena che si trovava in aeroporto ha tentato il suicidio ma è stata salvata da due poliziotti. L’associazione dei tassisti newyorkesi ha deciso di proclamare uno sciopero della categoria contro le restrizioni ed i taxi non hanno fatto servizio negli aeroporti della metropoli americana dalle 18 alle 19. Diversi avvocati hanno lavorato pro bono all’aeroporto per cercare di far rilasciare 11 passeggeri stranieri trattenuti (un uomo iracheno è stato rilasciato durante la mattinata). La situazione si è parzialmente normalizzata solo nella notte.

Il 29 gennaio è stata poi organizzata una grande manifestazione a New York per protestare contro il ban e contro la costruzione del muro al confine con il Messico. Decine di migliaia di manifestanti sono scese in strada, attraversando downtown da Battery Park (luogo simbolico poiché da lì ci si imbarca per raggiungere Liberty Island ed Ellis Island, dove in passato approdavano tutti i migranti), sfilando di fronte a Ground Zero fino a Foley Square al grido «No ban no wall» e «No hate, no fear, refugees (and immigrants, and muslims) are welcome here». Teo, uno dei responsabili di Make the Road New York, è convinto che l’ordine esecutivo di Trump sia ingiusto e incostituzionale: «Stiamo marciando qui e nel resto del Paese affinché il decreto venga ritirato». Daniel di Socialist Alternative mi spiega: «Siamo qui per dimostrare la nostra solidarietà ai migranti e ai musulmani colpiti dal ban di Trump. Nonostante qui ci siano rappresentanti democratici, non pensiamo che la loro strategia sia molto efficace, per questo siamo qui, tra la folla, per parlare con le persone di una strategia alternativa al capitalismo».

Manifestazione No Ban, 29 gennaio 2017 (F. Rostelli)
Manifestazione contro il “Muslim Ban”, New York, 29 gennaio 2017 (F. Rostelli)

I manifestanti non potevano non riflettere l’essenza multiculturale e meticcia di New York: donne, uomini, bambini, famiglie, orientali, latinos, musulmani, ebree, cristiani, afroamericani, insegnanti, membri del collettivo LGBT, operai, atei, studenti, turisti, anziani, indigeni the peopleSecondo Maria, 65 anni circa, in testa al corteo dall’inizio alla fine, «È molto importante rimanere uniti e difendere la nostra costituzione e i nostri valori. Noi vogliamo mandare un messaggio al presidente Trump: i rifugiati sono i benvenuti nel nostro Paese, non dobbiamo tornare indietro ai giorni bui ma andare avanti e combattere. Voglio stare dal lato giusto della Storia». Si tratta certamente di una delle manifestazioni più coinvolgenti tenutesi a New York negli ultimi anni, probabilmente anche più partecipata delle proteste di Occupy Wall Street del 2011.

Carmen, segretaria in pensione, mi ha raccontato: «Sono venuta qui perché amo questo Paese, mio padre mi ha insegnato ad amarlo. Siamo tutti immigrati, io vengo dal Porto Rico. Mi preoccupo per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Rispetto il nuovo presidente ma abbiamo il diritto di dissentire perché questo decreto è una cosa terribile». Anche Christine, documentarista di New York, è molto preoccupata per il suo futuro e vorrebbe chiedere a Trump di ripensare le proprie scelte; secondo sua moglie Rosella «Trump sta dividendo questo Paese, vorrei provare a comprendere le ragioni di chi ha votato per lui ma è molto difficile. In realtà Trump non sta favorendo la working class come ha detto che avrebbe fatto durante la campagna elettorale». Poi, commossa, ha continuato in italiano: «I miei genitori sono arrivati qui negli anni ’50 e mi si spezza il cuore a pensare che altri migranti arrivino qui e non possano avere le stesse opportunità della mia famiglia».

Lasciando da parte la demagogia, credo valga la pena precisare brevemente un paio di questioni che spesso vengono tralasciate durante i confronti con le precedenti amministrazioni. Il muro al confine con il Messico: esiste già ed è lungo circa 3mila chilometri, l’ha costruito Clinton e poi l’ha perfezionato Obama. L’espulsione degli immigrati irregolari: durante la sua presidenza Obama ha espulso più immigrati di qualsiasi altro presidente USA, poco meno di 3 milioni di persone dal 2009 al 2016.

Lo sciopero dei tassisti e Uber

Il 2 febbraio il sindacato dei tassisti New York Taxi Workers Alliance (che conta 19mila iscritti) ha organizzato una protesta sotto la sede di Uber. L’azienda l’azienda infatti è stata accusata di aver boicottato lo sciopero dei tassisti contro gli ordini esecutivi di Trump sull’immigrazione. «Let’s send Uber and its gig-lord allies a message: workers’ rights and democracy come before profit» è uno dei messaggi pubblicati sulla loro pagina ufficiale. Al momento i tassisti sono l’unica categoria di lavoratori che sta protestando apertamente contro le politiche di Trump.

L’hashtag #DeleteUber, nelle ore successive alle proteste negli aeroporti, è diventato trend topic su Twitter a livello mondiale e circa 200.000 abbonati hanno cancellato il loro account Uber. Forse anche per questo motivo, a distanza di pochi giorni, sono arrivate le dimissioni del CEO di Uber Travis Kalanick dallo Strategic and Policy Forum voluto dal presidente Trump. Tra i consiglieri della Casa Bianca rimane ancora in carica Elon Musk, CEO di Tesla e di SpaceX.

Breve aggiornamento: qualche giorno fa (17 febbraio) oltre 700 autisti di Uber hanno scioperato in Doha, Qatar, in solidarietà con i tassisti di New York dopo aver visto la forza della protesta contro il ban e la campagna #DeleteUber.

New York e la cronologia delle proteste

New York da sempre rappresenta una realtà unica, difficile da assimilare al resto del Paese. Vivere qui è un po’ come vivere in una bolla – non necessariamente in un’accezione negativa – che spesso i riflettori mediatici contribuiscono ad amplificare. Una delle conseguenze di questa sovraesposizione mediatica è quella di distorcere, più o meno involontariamente, la realtà dei fatti. Può accadere ad esempio che una manifestazione tenutasi a New York con qualche centinaia di persone, una volta messa in prima pagina su un quotidiano e fatta rimbalzare sui social media, diventi probabilmente uno dei fatti principali del giorno. Questa breve premessa, che non vuole sminuire la portata delle manifestazioni nel resto del Paese, è necessaria però per collocare in una prospettiva corretta quello che sta accadendo negli USA. New York non rappresenta gli Stati Uniti, ribadirlo in questi giorni frenetici può aiutare nella comprensione degli avvenimenti.

È quasi impossibile tenere il conto di quanti eventi di protesta siano stati lanciati su facebook negli ultimi mesi. Sono arrivate anche le proteste da parte delle istituzioni, come quelle dei sindaci delle maggiori città degli USA (De Blasio in testa), che hanno ribadito il loro sostegno e la loro protezione agli immigrati, o come quella del MoMA, il Museo di Arte Moderna di New York, che ha deciso di allestire esplicitamente una mostra delle opere di artisti provenienti dai Paesi colpiti dal ban.

Sit-in, concerti, scioperi, dibattiti nelle università e manifestazioni di piazza per esprimere il dissenso contro Trump; a volte appuntamenti convocati poche ore prima hanno visto comunque la partecipazione di migliaia di persone. Senza considerare le proteste contro la Dakota Access Pipeline, che meriterebbero un discorso a parte, le manifestazioni che ritengo abbiano davvero colpito nel segno credo siano state sostanzialmente le quattro già citate: la manifestazione pre-insediamento del 19 gennaio, la Women’s March del 21 gennaio, la protesta contro il ban del 27 gennaio negli aeroporti, e quella del 28 gennaio a Wall Street. Meno significativi ma comunque importanti sono stati lo sciopero dei proprietari di negozi di origine yemenita (1.000 negozi chiusi a New York) contro il ban il 2 febbraio e il raduno della comunità LGBT il 5 febbraio.

Nel dettaglio la comunità LGBTQ (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender; a cui si aggiunge il termine Queer per indicare chi rifiuta le tradizionali etichette di genere) di New York è scesa in piazza per manifestare la sua netta opposizione alle affermazioni e agli atteggiamenti sessisti e razzisti di Trump e in particolare del suo vice Mike Pence, fortemente contrario ai diritti LGBT e sostenitore della teoria pseudo-scientifica del Disegno Intelligente.

Manifestazione LGBT, 5 febbraio 2017 (F. Rostelli)
Manifestazione LGBTQ, New York, 5 febbraio 2017 (F. Rostelli)

Bandiere arcobaleno, cartelli e slogan taglienti hanno riempito la Stonewall Inn, storico locale nel Greenwich Village che ha visto la nascita del movimento gay della città. La piazza era gremita ma i numeri non sono stati certo quelli delle manifestazioni dei giorni precedenti. Nonostante Trump abbia citato espressamente la comunità LGBTQ nel suo ultimo discorso a Cleveland, durante la Convention repubblicana (primo presidente repubblicano a farlo), e nonostante non sia stato firmato per il momento nessun provvedimento su questi temi, dopo il decreto esecutivo sull’immigrazione la paura c’è.

Il timore è che si possa fare un passo indietro rispetto alle conquiste dei diritti gay avvenute durante la scorsa presidenza. Nel 2013 infatti la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale il Defence of Marriage Act, la legge firmata da Bill Clinton che negava la parità di benefici federali alle coppie sposate dello stesso sesso, negli Stati dove era legale il matrimonio gay. Nel 2014 lo stesso Obama ha emanato un decreto contro le discriminazioni nei confronti della comunità LGBT; infine nel 2015 la Corte Suprema ha stabilito che il matrimonio è un diritto garantito dalla Costituzione anche alle coppie omosessuali.

Un flop invece il Day Without Immigrants proclamato per il 16 febbraio, e soprattutto il General Strike del 17 febbraio. Iniziativa molto interessante la prima: l’idea era quella di dimostrare l’importanza vitale degli immigrati per l’economia statunitense. Cosa accadrebbe se per un giorno tutti i cittadini provenienti da altri Paesi non producessero e non consumassero merci? Il problema è stato principalmente la partecipazione, molto vicina allo zero. Vedendo i servizi televisivi in serata ho appreso della chiusura di alcuni negozi – difficile dire esattamente quanti – ma la sensazione girando per New York è che tutto funzionasse regolarmente.

Nonostante l’enfasi di alcuni media la protesta sta in un certo senso scemando, almeno se ci si attiene ai numeri della piazza. Un calo è anche fisiologico, nonostante l’enorme sforzo profuso nelle ultime settimane dalle organizzazioni e dai comitati anti-Trump. Tra questi, anche se con visioni diverse, sono particolarmente attivi: MoveOn, Avaaz, Black Lives Matter, Make the Road New York, Socialist Alternative, The New York Immigration Coalition, The American Civil Liberties Union, Arab American Association of New York, Justice League NYC, Strike 4 Democracy.

General Strike

Trump-villain ha davvero risvegliato l’America dal torpore? Credo gli si possa riconoscere il merito involontario di aver riacceso qualche coscienza sopita e di aver riaperto il dibattito su temi messi in soffitta da queste parti. Quando si è trattato di protestare contro le dichiarazioni e i provvedimenti razzisti e sessisti di Trump gli americani hanno saputo assestare bei colpi, è anche vero però che appena si è provato ad alzare l’asticella del conflitto, portando la protesta ad un livello superiore e su un piano anche economico, ci si è dovuti confrontare con un vuoto politico difficile da colmare.

Mi riferisco allo sciopero generale indetto per il 17 febbraio, che solo a New York aveva ricevuto oltre 50mila adesioni sulla pagina ufficiale dell’evento ma che concretamente ha visto la partecipazione di circa 300 persone riunite a Washington Square Park. Girando per New York non ho visto nessuna saracinesca abbassata. Un azzardo? Questo è quello che accade quando si abbandonano quasi definitivamente le lotte sindacali e sociali. Sostenere, da parte degli organizzatori, che negli USA lo sciopero non implichi necessariamente l’interruzione della produzione (di beni o di servizi) e che sia solo un modo diverso di protestare, come se si trattasse di una questione lessicale, vuol dire non affrontare in modo onesto il problema.

General Strike 17 febbraio 2017 (F. Rostelli)
General Strike, New York, 17 febbraio 2017 (F. Rostelli)

Questo blocco multiforme che si sta costituendo in un’ottica anti-Trump rischia di esaurirsi nel ripercorrere strade già battute da altre decine di movimenti liberal per i diritti civili. Il programma politico dell’opposizione sembra ancora inconsistente. C’è chi sta tentando di introdurre in questa enorme discussione pubblica anche l’idea di un modello di sviluppo alternativo, affrontando le contraddizioni del sistema capitalistico, ma lo scontro con la realtà e con una società da troppo tempo abituata all’immobilismo è desolante. Sostenere infine che quella scesa in piazza in questi mesi sia la “vera America” è una presunzione ridicola; una buona fetta dei lavoratori americani ha votato Trump, magari senza troppa convinzione ma lo ha fatto. È un dato da analizzare e al quale non ci si può sottrarre.

Fake news

Il mondo sembra aver scoperto finalmente l’esistenza delle fake news, le bufale, i finti scoop, le notizie false, il problema rimane riconoscerle. Facebook ha addirittura annunciato un piano per combatterle attraverso la sua piattaforma e da pochi giorni ha lanciato la campagna Facebook Journalism Project. Una svolta epocale per il mondo dell’informazione che trasformerà il social network anche in un editore. Mettendo da parte l’ironia, se la campagna elettorale americana è stata contrassegnata dagli scandali (le mail della Clinton, le accuse di molestie sessuali contro Trump) la prima fase della presidenza Trump è stata caratterizzata anche dal fenomeno delle fake news

Madre di tutte le possibili fake news (siamo ancora in attesa di una verifica): il dossier inoltrato ai principali organi di stampa da un agente britannico sulle presunte attività sessuali sconvenienti di Trump e pubblicato da BuzzFeed e CNN. Il New York Times e il Washington Post, nonostante avessero ricevuto il documento, hanno deciso di non pubblicarlo perché non era possibile verificarne l’attendibilità. Senza entrare nel dettaglio della vicenda, negli ultimi mesi sul web e soprattutto sui social network sono circolate diverse notizie poco credibili, o perlomeno non verificate, sui due ex candidati. La più famosa forse riguarda il cosiddetto pizzagate: un presunto giro di prostituzione gestito dalla Clinton e dal proprietario di una pizzeria a Washington. La vicenda si è conclusa con l’arresto, avvenuto davvero, di un ragazzo che armato ha fatto irruzione nella pizzeria per affrontare l’inesistente traffico illecito.

Allargando l’orizzonte fisico e temporale niente di tutto questo dovrebbe stupirci se pensiamo che la propaganda esiste dai tempi dell’impero romano. Senza tornare così indietro nel tempo potremmo segnalare centinaia di false notizie, spesso costruite ad hoc, diffuse dai media anche prima dell’esistenza dei social media. Un caso su tutti: Stati Uniti 2003, la giornalista del New York Times Judith Miller, premio Pulitzer nel 2001, pubblica un dossier falso sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Il suo articolo viene utilizzato dall’amministrazione Bush per giustificare di lì a poco la guerra contro Saddam Hussein. Il New York Times nel 2004 è costretto a chiedere scusa ufficialmente al suo pubblico per aver fornito notizie false e strumentali. Più recentemente, per rimanere su questi temi, è apparsa la notizia falsa, ripresa anche da Repubblica e dall’Huffington Post in Italia, di una donna morta a causa del Muslim Ban. Più sottile la notizia di una donna italiana arrestata a causa del ban, quando invece non aveva rispettato le norme relative all’immigrazione già in vigore con Obama. Potremmo andare avanti così quasi a oltranza.

Più recentemente, per rimanere su questi temi, è apparsa la notizia falsa, ripresa anche da Repubblica e dall’Huffington Post in Italia, di una donna morta a causa del Muslim Ban. Più sottile la notizia di una donna italiana arrestata a causa del ban, quando invece non aveva rispettato le norme relative all’immigrazione già in vigore con Obama. Ultimo esempio, perché potremmo andare avanti così quasi a oltranza, è quello delle violenze sessuali durante la notte di Capodanno a Francoforte di cui sarebbero stati responsabili gruppi di immigrati. La Bild, il quotidiano più venduto in Germania, si è semplicemente scusata con i lettori spiegando che l’assalto di massa non è mai accaduto.

Il problema evidentemente non riguarda la pericolosità dei social network ma l’attendibilità dei media tradizionali che nel corso degli anni si è polverizzata, offrendo sempre più spesso al pubblico notizie che si sono dimostrate parziali, non verificate o addirittura false. Come diceva Corrado Guzzanti: in televisione, un giorno posso dire una casa, il giorno dopo la smentisco e il giorno successivo tutti si sono dimenticati dell’accaduto. Le persone si sono abituate a questo tipo di informazione sempre più live e superficiale e non ci si può indignare se per il cittadino medio una notizia su Facebook o un articolo del quotidiano più letto del Paese hanno lo stesso valore. Anzi i social network vengono percepiti, erroneamente, un medium indipendente a prescindere, provocando un black out di massa dove è vero tutto e il contrario di tutto. Perché non stare quindi dalla parte di Trump quando accusa la CNN di produrre fake news? Il passo è così breve.

Le responsabilità dell’informazione mainstream sono enormi; rimanendo negli Stati Uniti, secondo il ranking di Reporters Without Borders gli USA sono scesi dal 2002 ad oggi dalla diciassettesima posizione alla quarantunesima in libertà di stampa. In mezzo c’è stato lo scandalo delle intercettazioni di massa rivelato da Edward Snowden nel 2013 ma questo è un altro tema. L’attuale scenario politico ha senz’altro contribuito a dare nuova linfa ai media americani – in questi mesi sono addirittura aumentati i lettori dei quotidiani – che forse avevano smesso da troppo tempo di essere i cani da guardia del potere.

Giornalista pubblicista (classe 1985) e videomaker freelance. Caporedattore centrale della rivista LABSUS (www.labsus.it) e responsabile comunicazione di SIBEC - Scuola Italiana dei Beni Comuni (www.sibec.eu). Editor presso la rivista "La Voce di New York".

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