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La vera posta in gioco delle proteste romene

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La decisione del governo socialdemocratico romeno di passare un decreto d’urgenza che in parte depenalizza l’abuso d’ufficio, insieme ad altri comportamenti illeciti correlati, ha portato più di mezzo milione di cittadini in strada.

Il governo ha fatto una scemenza a passare le ordinanze. Non c’è ombra di dubbio che lo scopo fosse quello di salvare Liviu Dragnea, leader del Partito Socialdemocratico e presidente della camera, indagato insieme ad altri proprio per abuso d’ufficio. Infatti, se venisse applicato, il decreto non solo non risolverebbe in nessun modo il problema del sovraffollamento delle carceri, ma favorirebbe ancor di più i colletti bianchi della burocrazia statale, e in nessuna maniera le persone accusate di reati minori.

La misura ha generato insoddisfazione tra molti, anche tra coloro che hanno votato per i socialdemocratici alle elezioni dello scorso anno. Per loro, come per molti altri romeni, la clemenza nei confronti dei politici condannati è di per sé già sleale. Poi, la maniera in cui il governo ha deciso di legiferare su questo tema – in fretta, di notte e senza trasparenza – non ha fatto altro che peggiorare le cose.

Perché il PSD abbia agito con tanta fretta, e perché lo abbia fatto subito dopo aver vinto le elezioni con un forte mandato, sono questioni secondarie e probabilmente irrilevanti. Possiamo indovinare la disperazione di Dragnea, ma possiamo riconoscere altrettanto nitidamente un modo di fare politica preso in prestito dal livello locale – dove Dragnea si è fatto le ossa come politico – e applicato al potere centrale. Nel modo in cui è stata presa e comunicata la decisione, poi, si riconosce una chiara mancanza di quadri all’interno del partito, o meglio ancora, una mancanza di preparazione e di portata politica.

Durante la campagna elettorale passata, persino Dragnea sembrava un politico di vero calibro, ma solamente per via della qualità dei suoi avversari. Passate le elezioni, sembra un uomo qualunque. Quando arrivi alla guida del partito solo perché gli altri leader sono in carcere o stanno per andarci, non puoi avere grandi pretese. Alla gaffe di immagine che ha fatto andando alla cerimonia di insediamento di Trump è seguita la scemenza delle ordinanze, e poi la maggiore scemenza di aver dichiarato di ignorarne il loro contenuto. Tutto questo in meno di tre settimane. Però è anche sintomatica la reazione degli altri membri del suo partito: nessuna voce discorde, nessun bemolle, nessuna ribellione. Anzi, una senatrice del PSD, che per delle oscure ragioni viene descritta come una donna di sinistra, è arrivata al punto di sostenere simultaneamente sia la ragione delle ordinanze, sia che queste sono il risultato di una presunta infiltrazione dei servizi segreti nel suo partito.

D’altra parte, le persone in buona fede sono uscite, giustamente, in strada. Quando non ti piace ciò che fa il governo, protesti. Allo stesso tempo, è impossibile negare il fatto che queste proteste non mirano solo ai piani alti del governo socialdemocratico, ma sono evidentemente a favore di alcune istituzioni repressive dello stato (polizia, servizi segreti, il complesso anticorruzione) e del Presidente Iohannis. Le proteste hanno chiesto di continuare la lotta anti-corruzione, facendo quindi astrazione dei problemi di natura evidentemente politica inerenti a quella campagna, e soprattutto dei suoi abusi. Protesti contro il governo, ma fai spallucce di fronte agli abusi della lotta contro la corruzione? Le manifestazioni sono state precedute dalla rivelazione che il generale Coldea, il secondo in comando dei servizi di intelligence romeni, uno dei pilastri della campagna anti-corruzione, si è dovuto dimettere perché accusato di essere colluso con un ex-senatore accusato di corruzione. Insomma, ciò che distingue la natura di parte delle proteste è stata una sorta di allerta selettiva. 

L’indignazione è normale, la protesta, naturale. Solo che ci troviamo nuovamente in una situazione impossibile. Le proteste contro il PSD hanno dato vita a un’ampia coalizione in cui persone onorevoli e ben intenzionate si mischiano con tutti i tipi di opportunisti. Il fatto che alcuni politici dell’opposizione si siano accollati alle proteste, soprattutto i membri del Partito Nazionale Liberale, è ancor più sinistro. Inavvertitamente, come in passato, il PSD è riuscito a far rinascere una destra moribonda. Oggi sta succedendo la stessa cosa. Per queste persone, l’estetica delle proteste, il loro armamentario, le loro bandiere nazionali e il canto dell’inno nazionale – nonostante gli slogan intelligenti e creativi – ha avuto un evidente sapore di destra.

Allo stesso tempo, le ordinanze e le relative reazioni pubbliche, contribuiscono a sotterrare ancora una volta i progetti e le idee di una Sinistra che è debole ma esiste, soprattutto a livello locale. Le prime vittime delle proteste sono state proprio quelle poche persone alla sinistra del PSD che, per via del loro silenzio, vengono ora screditate.  

La “peste rossa”

Anche se estremamente importanti, ala fine le ordinanze sono state un pretesto. In questi giorni assistiamo a un film che negli ultimi anni abbiamo visto più volte: la mobilitazione di una parte della società per la quale il Partito Socialdemocratico è il male assoluto, “la peste rossa”. Ogni anno, negli ultimi cinque, si è usciti in strada contro il PSD: nel 2012 (estate), nel 2013 (a Roșia Montana), nel 2014 (la campagna elettorale di Iohannis), nel 2015 (Colectiv) e ora, nel 2017, dopo che PSD ha vinto la maggioranza dei seggi in parlamento.

Come ha osservato correttamente il giornalista Horațiu Pepine, alla fine dei conti si tratta di una situazione in cui gli avversari del PSD non si sono ancora conciliati con il risultato delle elezioni, ma non hanno nemmeno a disposizione la forza necessaria per modificarlo. È un pianto a posteriori. Il PSD ha vinto non solo perché è stato votato dai suoi elettori, ma perché l’opposizione non ha ottenuto abbastanza voti. In automatico, il decreto del governo non ha solo attirato dure reazioni nei confronti di PSD come partito (un partito composto da persone che, a seconda dei casi, si immaginano di sinistra o, presentandosi come analisti affidabili, ne chiedono lo scioglimento), ma anche, com’era prevedibile, nei confronti di chi l’ha votato. Questo è in realtà il pericolo permanente: dietro l’indignazione contro il PSD e le sue azioni, si nasconde da sempre lo spettro dell’odio per i suoi elettori.

Costi Rogozanu ha spiegato molto bene e in dettaglio che ciò che si nasconde sotto la facile opposizione tra la “Romania metropolitana” e la “Romania di Teleorman” (Teleorman è un distretto romeno prevalentemente rurale situato in un’area economicamente depressa, ndr.) è un’intera serie di fratture e di interessi di classe e, soprattutto, una storia trascurata fatta di abusi legali per garantire il profitto del capitale, piccolo o grande, locale o globale che sia. La lotta contro la corruzione queste storie non le ha viste (e non poteva nemmeno vederle), così come non ha visto che per alcuni, anzi, per la maggior parte dei romeni, gli effetti della transizione dal socialismo reale all’economia di mercato sono stati drammatici.

Per come vengono presentate le cose, pare che sia in corso un conflitto tra un Partito Socialdemocratico corrotto e la popolazione … o perlomeno la parte migliore di essa, dal momento che quella peggiore pare voti PSD. L’indignazione provocata dai decreti del governo e le mobilitazioni di piazza non fanno che rafforzare questa impressione.

Ma la vera posta in gioco è un’altra, molto più seria. Ci troviamo in una situazione politica in cui, realmente, il PSD rappresenta ancora l’espressione politica degli interessi e delle aspirazioni di una parte della popolazione romena. Gli avversari di questo partito non sono riusciti a dare espressione politica ai propri interessi, e se da un lato questo è irrilevante al momento, la cosa ancora peggiore è che apparentemente non abbiano mai voluto farlo. Al contrario, sembra che mirino a imporre allo Stato i propri interessi in modo diretto, senza la mediazione delle elezioni.

Il coro «Io voto DNA!» (Direzione Nazionale Anticorruzione) non è solo una formula giornalistica, ma esprime l’aspettativa che alcune istituzioni statali si facciano carico della volontà popolare al di fuori del sistema elettorale. In sostanza, le proteste non sono semplicemente anti-PSD, ma implicitamente a favore di alcune istituzioni statali. È una situazione quasi senza precedenti, in cui gli oppositori del governo non stanno cercando di sostituire i rappresentanti del governo con i loro, ma vogliono che il governo cada e non sia di ostacolo per le azioni di altre istituzioni statali.

I fili invisibili

Il precedente governo tecnocratico di Dacian Ciolos, insieme all’aspirazione dello stesso Primo Ministro di restare in carica senza partecipare alle elezioni, riflette questa tendenza, ma non ne è l’elemento più importante. La progressiva autonomia della polizia e di altre istituzioni repressive dello Stato, così come la loro completa separazione da qualsiasi tipo di controllo democratico, sono elementi ben più significativi di questo processo. Di fatto, si tratta di una zona grigia di istituzioni statali, una costellazione di istituti collegati tra loro da molteplici fili invisibili (spesso al limite della legalità, se non propriamente illegali) non soggetti a nessun potere democratico, né a una supervisione indipendente. Per il momento, sembra che perfino il bilancio dello Stato possa essere sottratto dall’ambito politico e portato in un ambito in cui il controllo della politica è sospeso, specialmente per quanto riguarda gli stanziamenti ai servizi segreti.

La vittima collaterale, naturalmente, è la democrazia, nella sua accezione borghese e liberale. Risulta quindi curioso che coloro che hanno costruito un’intera carriera in sua difesa, di fronte a questa situazione, tacciano. Da anni ormai il principio della divisione dei poteri è stato annullato: il potere legislativo è stato eviscerato, il controllo democratico su quello giudiziario è inesistente. Oltretutto assistiamo a una frattura tra le due componenti dell’esecutivo, cioè tra Presidenza e Governo. Le istituzioni statali sono ormai organizzate su due assi: l’ufficio del Presidente e le forze dell’ordine da una parte, il governo e le istituzioni che ne dipendono dall’altra. Non è un caso che non appena il decreto è stato approvato il Presidente Iohannis sia andato al Consiglio Superiore della Magistratura per trovare una soluzione comune per annullarlo.

È proprio questa la contraddizione principale della politica romena, cui tutte le altre sono subordinate, e che le rende, in ultimo, irrilevanti. Questo gigantesco conflitto trascina nel suo vortice anche le proteste di piazza, rendendole inevitabilmente una forza a sostegno dell’asse presidenziale.

Un conflitto di classe

Sì, è necessario opporsi a queste ordinanze. Il problema è che le proteste non risolvono il problema principale. La situazione sembra essere in un vicolo cieco. Da una parte c’è un PSD che rappresenta politicamente le città piccole e medie della provincia romena, caratterizzate da complicità locali, clan, famiglie, divisioni e gerarchie basate su una lealtà incondizionata, intolleranti verso ogni tipo di dissidenza e opinione avversa; un partito generoso con i propri membri e implacabile con i suoi nemici, conservatore e razzista. Chi non rappresenta? Le fasce più povere della popolazione, ghettizzate ed escluse dal settore pubblico, specialmente nelle città piccole e medie, ma nemmeno i proletari più precarizzati. Chi rappresenta? La piccola borghesia delle città di provincia, gli impiegati, i colletti bianchi: per loro il PSD assicura una minima forma di sicurezza sociale che garantisce un sistema di redistribuzione profondamente patriarcale dei frutti del sottosviluppo. Al polo opposto, le istituzioni coercitive dello Stato, sempre più indipendenti dal controllo del governo, sono guidate e popolate da burocrati di professione con stipendi mensili che li posizionano nel 5% più ricco della popolazione: persone che non credono nelle istituzioni democratiche precisamente perché, attraverso i loro meccanismi, le classi popolari possono far salire al potere politici corrotti.

Quello che si annida dietro questo conflitto è, come sempre, un conflitto di classe: i socialdemocratici hanno aumentato il salario minimo e le pensioni, ridotto le tasse per i ceti più poveri e aumentato (anche se di pochissimo) la spesa per il welfare; ma per controbilanciare queste misure dovranno riformare la tassazione, specialmente rottamando il sistema proporzionale, e tassando i ceti più ricchi e i profitti d’impresa.

Di fronte a questa prospettiva, non è affatto sorprendente che i dipendenti delle imprese, e specialmente i loro capi, siano scesi in piazza. Alle persone che lavorano nelle aziende di Bucarest sono stati concessi giorni liberi in modo che potessero stare in piedi tutta la notte e protestare contro il governo. McDonald’s offriva gratuitamente tè caldo ai manifestanti. Il dirigente locale della banca Raiffeisen, una banca accusata di avere ingannato decine di migliaia di romeni inserendo illegalmente clausole abusive nei suoi contratti, ha portato tutta la sua famiglia alle proteste. Giornalisti e opinionisti dei media, che nel passato avevano già declassato le misure sociali del governo a spese sconsiderate, hanno espresso a voce alta i propri messaggi contro il governo. C’è poco da meravigliarsi se in questo contesto le proteste si sono trasformate rapidamente da una richiesta specifica riguardate il decreto, alla richiesta di dimissioni dell’intero esecutivo da poco in carica.

Tè o caffè?

Un recente articolo di Traian Ungureanu apparso sul quotidiano Adevarul, offre una via d’uscita peggiore di quanto sia lo stato attuale delle cose, ma non meno plausibile. Ungureanu parte dalla corretta constatazione che la lotta alla corruzione non si può vincere e non può diventare né funzionale né popolare, se non avviene di pari passo con un processo di democratizzazione e di miglioramento degli standard di vita. In una società povera e sottosviluppata come la nostra – continua Ungureanu – la giustizia non può essere imposta da un referendum, perché altrimenti rimarrebbe  solo una buona idea ma male applicata da una manciata di persone estranee al contesto sociale in cui vivono.

Prima di celebrare una conversione spettacolare di Ungureanu ai valori della sinistra, l’ultimo paragrafo del suo articolo ci offre una precisa chiave di lettura. La vittoria di Trump nelle elezioni degli Stati Uniti e il successo Brexit annunciano un mondo nuovo: un mondo separato da illusioni “legaliste” e dall’idea che la società si possa modernizzare attraverso l’applicazione delle idee generate dalle élite. Attraverso Trump, Ungureanu ci racconta che la modernizzazione dovrebbe avvenire dal basso verso l’alto, e che solo garantendo un welfare di qualità e accessibile a tutti sarà possibile convincere il popolo che il sistema è sostenibile, e che quindi va rispettato. In un altro articolo apparso sullo stesso quotidiano, Ungureanu ha scritto chiaramente che la modernizzazione dovrebbe seguire i passi giá intrapresi dal regime comunista, ma questa volta senza l’ideologia: una modernizzazione su larga scala, in espansione, volta ad aumentare gli standard di vita per il maggior numero di persone, nel minor tempo possibile.

In queste poche righe abbiamo distillato il programma delle promesse del presidente Trump. «Make Romania great again!», o almeno come era ai tempi del comunismo! È un inizio promettente per un programma politico volto a mobilitare in chiave conservatrice la base sociale del PSD. Poi, che il PSD lo faccia veramente, o che voglia inventarsi un altro partito, questa è un’altra discussione. Ciò che è importante notare in questo discorso è il vincolo tra l’idea di giustizia e l’idea di democrazia. Paradossalmente (o no, considerando le sue caratteristiche) la lotta contro la corruzione ha effettivamente portato alla restrizione della democrazia e a una maggiore erosione della volontà popolare. Così, coloro che sono già stati abbandonati dal punto di vista economico e sociale, ora si sentono abbandonati una seconda volta, questa da un punto di vista politico e simbolico.

Durante la guerra fredda, sullo sfondo del crescente conflitto tra Unione Sovietica e Cina, un ascoltatore di Radio Erevan aveva posto la seguente domanda: «Cosa è meglio, bere il tè russo o il tè cinese?».  «Non è nostro business interferire nella lotta delle grandi potenze» rispose il conduttore del programma radiofonico, «quindi meglio se beviamo caffè». Ecco, questo è esattamente lo stato delle cose oggi in Romania. Non è affar nostro interferire nelle dispute tra le grandi potenze: da un lato il PSD, con la sua maggioranza in Parlamento e, dall’altro il Presidente Johannis, la Direzione Nazionale Anticorruzione e il Consiglio Superiore della Magistratura. Meglio caffè. Ungureanu propone un caffè americano, con l’intenzione di superare il confronto attraverso un populismo keynesiano conservatore a la Trump, cosa che non è del tutto implausibile, dato il contesto. Tè o caffè, allora? Per ora in strada, e poi vediamo.

L’articolo è disponibile in romeno e inglese su CriticAtac. Traduzione di Oana, Federica, Elena e Stefano di WOTS Collettivo.

È un antropologo e co-editore di CriticAtac, una piattaforma romena di sinistra. Si occupa di questioni di classe e post-comunismo.

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