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Solo una questione di maschio o femmina?

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Ho ascoltato spesso persone interrogarsi sul perché, al giorno d’oggi, ci siano ancora donne che parlano di femminismo. In fondo, negli anni sono stati raggiunti tanti traguardi – il divorzio, l’aborto e la contraccezione, tanto per fare degli esempi – e dal punto di vista legale alla donna sono riconosciuti stessi diritti e doveri dell’uomo. C’è poi la libertà sessuale, che secondo molti ha dato alla donna gli strumenti necessari per costruire la sua indipendenza e sganciarsi dal vecchio stereotipo che la vedeva realizzata solo come madre. Eppure, nonostante questo, tante donne continuano a parlare di lotta per l’uguaglianza di genere. Perché?

Un modo per rispondere a questa domanda è parlare di due fenomeni tipici della nostra società. Il primo è quello del cosiddetto soffitto di cristallo (glass ceiling in inglese, techo de cristal in spagnolo). Con questa espressione ci si riferisce alle difficoltà che le donne incontrano nell’arrivare a ricoprire incarichi di prestigio e di potere: di qualunque campo lavorativo si tratti – politica, giornalismo, economia, scienza, arte, ecc. – e qualunque sia l’ente in questione – pubblico o privato – durante il loro percorso professionale le donne riescono sì a raggiungere livelli alti, ma non riescono a “sfondare” il soffitto. In parole povere, coloro che saranno leader e avranno potere decisionale saranno, a parte rarissime eccezioni, uomini.

Per avere un’idea più concreta di questo fenomeno guardate la TV e contate quanti volti femminili compaiono nei servizi del telegiornale; domandatevi quante registe e scrittrici donne contemporanee conoscete; chiedete a un vostro collega accademico di dirvi quante sono le professoresse associate e ordinarie nella sua facoltà o fate il conto di quante rettrici abbiamo in tutto in Italia; contate i premi Nobel dati alle donne negli ultimi anni; domandatevi se avete mai conosciuto un primario di un ospedale che fosse donna.

Il secondo fenomeno è quello del cosiddetto pavimento appiccicoso (sticky floor, suelo pegajoso). Questa espressione sta ad indicare l’esistenza di dinamiche sociali che impediscono alle donne – in maniera diretta o indiretta – di raggiungere una piena indipendenza, sia essa economica o psicologica, e di realizzarsi nella loro completezza. Consapevolmente o meno, molte donne scelgono un percorso di vita che le limita, invece di spingerle a chiedere di più a se stesse: da qui l’idea di avere i piedi incollati e bloccati al suolo.

Il fenomeno del pavimento appiccicoso è più impalpabile rispetto a quello del soffitto di cristallo, in quanto i suoi effetti sono più silenziosi e meno evidenti. Da un lato, ci sono cause esterne che agiscono direttamente: la discriminazione; dall’altro, troviamo fattori di natura principalmente psicologica. Eppure, la tendenza propria delle donne a mettersi da parte, a sottostimare le proprie capacità, a decidere di non aspirare a qualcosa di più e ad accontentarsi di ciò che si ha già, ha radici profonde che non possono essere spiegate se non ricorrendo a un’analisi sociale più ampia.

Durante l’intero corso della sua vita ogni donna è sottoposta alla visione di immagini e modelli che ritraggono ciò che dovrebbe essere o a cui perlomeno dovrebbe aspirare: donne (bianche) belle, magre, sorridenti e seducenti, che sanno essere ragionevoli e accoglienti, sensibili ed emotive, ma anche miti al momento opportuno; e naturalmente madri. L’uomo non è esente da prescrizioni: deve essere forte, coraggioso e spavaldo, da lui ci si aspetta che protegga il più debole, che sopporti il dolore in silenzio, che sia aggressivo nei confronti dei rivali e che sia l’unico responsabile del piacere (o non-piacere) sessuale femminile.

Molti di noi, per fortuna, si rendono conto di quanto ridicole, perverse e stereotipate siano queste rappresentazioni dell’uomo e della donna, ma sono convinta che pochi riescano a prescindere del tutto da esse  senza farsi condizionare, agendo liberamente come se  non esistessero.

Fin dall’infanzia, infatti, ci viene insegnato cosa vuol dire “comportarsi da maschio” e “comportarsi da femmina”. Si sa che le bambine giocano con le bambole, si divertono a fare le trecce ai capelli, sono diligenti e sognano il principe azzurro che si innamorerà di loro perché sono belle; mentre i bambini giocano con le macchinine, amano sporcarsi nel fango, sono più scostumati e fanno di tutto per vincere nelle competizioni. Da cosa derivano queste differenze? È il nostro cromosoma X o Y che fa piacere le barbie piuttosto che le costruzioni? Sono i nostri geni a renderci più insicuri e miti, o più spavaldi e intraprendenti?

Un’amica, insegnante in una scuola media di Roma, ha trovato su un libro di scienze questa didascalia: «Il legno è un materiale isolante, infatti la mamma usa un cucchiaio di legno per girare il sugo» (con tanto di foto). E in una guida al museo ha letto: «Infatti i vostri papà quando fanno benzina…». In un negozio di giocattoli potete facilmente trovare meravigliosi mini ferri da stiro rosa, e a carnevale centinaia di costumi da principessa e non uno da guerriera. Se chiediamo a dei bambini di disegnare una persona che fa esperimenti scientifici otterremo immagini di uomini occhialuti dai capelli bianchi e disordinati: perché non l’immagine di una giovane ricercatrice intenta a scrutare il cielo, o al lavoro col suo microscopio?

Nei libri di storia quasi non esistono personaggi femminili, mentre nei corsi di letteratura al liceo studiare  scrittrici o poetesse è più l’eccezione che la regola. Dove può dunque una giovane donna trovare quell’ispirazione e passione che la porterà ad amare la scienza, ad essere leader e a scrivere lei stessa la storia del suo Paese?

Le questioni a cui tutti questi esempi richiamano sono due. Da un lato, per quanto non ci piaccia ammetterlo, il nostro sistema sociale non si è ancora liberato dall’eredità lasciata da un passato sostanzialmente patriarcale, in cui la donna era a casa a cucinare e a fare la mamma e l’uomo lì fuori nel mondo a lavorare e sostentare la famiglia. Dall’altro, persiste la convinzione profonda che ci siano ruoli prestabiliti, o meglio, che ci siano cose tipiche per bambine e cose tipiche per bambini, faccende da donne e faccende da uomini. In sostanza, che esista una distinzione tra qualità femminili e qualità maschili.

Entrambi questi fatti incidono profondamente sull’esistenza di ogni individuo, donna o uomo che sia, ne modellano i gusti e le aspettative, ma soprattutto condizionano le scelte di vita, una volta diventati adulti. È nella silenziosa distinzione tra qualità femminili e qualità maschili, in particolare, che vanno cercate le radici di fenomeni quali il tetto di cristallo e il pavimento appiccicoso, insomma, della disuguaglianza di genere in generale.

Il femminismo di oggi deve lottare perché questa distinzione venga meno, perché ci si senta più simili e perché ci si guardi l’un l’altra come individui piuttosto che come membri di una certa categoria di genere. E lo sforzo deve essere collettivo, donne e uomini insieme. Basta con «alle ragazze piace di più così» o «questo è tipico degli uomini», perché è esattamente questo che preserva quella vecchia struttura di idee e valori di cui ci dovremmo solo che sbarazzare.

Quando ero al liceo il mio professore di matematica, che era il mio preferito, ripeteva continuamente a noi ragazze che per riuscire nella sua materia dovevamo imparare ad essere «più maschie». Oggi, al mio ultimo anno di dottorato in matematica, vorrei tanto tornare indietro per potergli chiedere di cambiare espressione. Avrebbe potuto dire, semplicemente: «Dovete essere più sicure di voi ed avere meno paura di sbagliare».

Queste riflessioni sono nate a radice dell’evento “Jornadas Wake Up” tenutosi a Bilbao nel novembre 2016 L’evento è stato patrocinato dall’Università dei Paesi Baschi e organizzato dal collettivo WAKE UP (www.wakeupbilbao.com) di cui l’autrice dell’articolo fa parte. Foto di copertina di Federico Clavarino.

Laureata in Matematica all’Università La Sapienza di Roma, è adesso dottoranda presso l’Università KU Leuven e l’Università dei Paesi Baschi; nella sua tesi si occupa di geometria e relatività generale. Nel 2016 ha creato a Bilbao il collettivo WAKE UP (Women Aiming at Knowledge and Equality for Universal Progress) che ha l’obiettivo di sensibilizzare la comunità su temi quali femminismo e uguaglianza di genere.

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