Le fotografie nascoste della Cambogia

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Hidden Photos è il primo film di Davide Grotta, un giovane regista siciliano che ha vissuto a lungo in Cambogia, dove ha deciso di seguire la storia di Kim Hak. Hak è un giovane fotografo che ama riflettere sulla storia del suo Paese e sull’immaginario che essa produce ancora oggi. Il suo desiderio di costruire un immaginario collettivo che superi il cliché iconografico legato all’Angkor Wat o alla violenza dei khmer rossi l’ha spinto a intraprendere il progetto “Alive”, con cui ha ha esplorato il suo universo familiare ricorrendo alle fotografie che la madre ha salvato dalla distruzione del regime. Hak ha vinto numerosi premi ed è oggi tra i fotografi cambogiani emergenti più noti a livello internazionale.

La sua storia si alterna con quella di Nhem En, anziano fotografo del regime di Pol Pot. En è l’autore di migliaia di fotografie di prigionieri politici immortalati sul punto di essere giustiziati, e attualmente sta progettando il proprio ingresso nel business del dark tourism (la moda di visitare luoghi teatro in passato di tragedie e violenze) perché ormai le sue foto sono diventate cartoline e souvenir per i turisti. I due fotografi non potrebbero essere più distanti, non solo perché appartengono a generazioni diverse, ma anche per l’approccio alla fotografia e all’arte, e per il rapporto con la propria terra.

Così, Hidden Photos si interroga su questa distanza, e sul rapporto tra identità e immagine in un paese post-conflitto, sull’immagine da proporre di un Paese e della sua storia, tra un passato sanguinoso, le cui ferite non sono ancora del tutto rimarginate, e un futuro scintillante di turismo, cambiamenti repentini e capitalismo sfrenato.

In contesti simili a quello cambogiano, il ruolo della fotografia si amplifica: oltre a essere uno strumento che plasma l’idea che abbiamo di noi e del mondo che ci circonda, essa è diventata uno strumento cruciale per mantenere viva la memoria dei propri cari perduti durante il conflitto, o per raccogliere storie sulla vita quotidiana prima di quel trauma collettivo. Spesso le fotografie conservano anche tracce delle relazioni – di tolleranza, condiscendenza, magnanimità – che esistevano tra gli avversari prima dei conflitti. In questo senso la fotografia può essere un veicolo di riscoperta e di narrazione di una comunità perduta.

In un Paese in transizione come la Cambogia, il presente può essere consapevole e visionario, e se ne fanno simbolo le fotografie di Kim Hak, che con sguardo semplice e fresco cerca scorci inediti e inquadrature nuove per far riscoprire la sua terra anche a chi la abita. I temi della memoria, della denuncia e della speranza vengono evocati anche dal percorso “museale” del documentario, che segue ironicamente un percorso all’interno del museo della storia cambogiana, e con delicatezza accompagna la signora delle pulizie che spolvera le statue di cera che rappresentano i grandi personaggi che hanno fatto la storia del Paese.

Abbiamo intervistato Davide Grotta, regista del documentario, in occasione della prima proiezione del film a Torino dopo il Torino Film Festival, dove era in concorso nella sezione TFF DOC/Italiana.doc.

Come sei diventato fotografo e poi regista?

Ho cominciato a fotografare sott’acqua. Prima di fare il fotogiornalista facevo l’archeologo: mi occupavo di documentare gli scavi. Però era una fotografia un po’ scientifica. Poi sono passato al giornalismo, il vortice delle notizie e il quotidiano mi interessavano parecchio, e mi sono avvicinato alla fotografia. Da lì sono finito a fare il reporter in Cambogia. Sono rimasto lì due anni e poi sono tornato in Italia perché ero un po’ stanco del Sud-Est Asiatico. Ho cominciato a fotografare per conoscere: col mezzo fotografico si ha la possibilità di entrare in relazione con le persone in modo più approfondito. Poi ho cambiato strumento, ma l’attitudine è la stessa. Il documentario è molto vicino alla fotografia perché con pochi mezzi, anche se sei solo, riesci ad entrare in contatto con le persone, non hai bisogno di una grande troupe.

Come è nata l’idea dietro a Hidden Photos e come l’hai realizzata?

L’idea nasce da una riflessione intorno a due luoghi a me molto cari, due luoghi che io continuo a frequentare e di cui mi nutro: la fotografia e il contesto museale. Sia la fotografia che il museo stanno attraversando dei cambiamenti e ogni giorno di più rischiano di essere semplificati. Sono nati per essere esperienze individuali di conoscenza; oggi diventano sempre di più fenomeni di massa e ci limitano nella conoscenza dell’altro e del materiale che viene esposto. Il film è nato all’interno della scuola di documentari Zelig di Bolzano. Una parte dei finanziamenti per il documentario, che è il mio film di diploma, veniva dalla scuola.

Sono andato in Cambogia per la prima volta nel 2010 e ho girato il documentario a cavallo tra il 2015 e il 2016. È un paese che cambia molto: mancavo dalla Cambogia da tre anni e quasi non la riconoscevo più! È un paese freneticamente in via di sviluppo e non è molto grande. Un paese così piccolo con un’espansione economica così repentina fa sì che i luoghi più nascosti e preziosi vengano quasi tutti cementificati. È un paese quasi del tutto votato al turismo e sono pochi i luoghi non toccati da questo modello di sviluppo. Kim Hak cerca questi posti ancora oggi.

L’idea è stata chiara fin dall’inizio ed è stata la nostra stella polare e la forza del progetto. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi dal documentario: alla fine il risultato ha rispecchiato l’idea iniziale anche se abbiamo fatto moltissime modifiche in corsa. Ad esempio, non conoscevo Nhem En prima di partire: l’abbiamo conosciuto mentre stavamo girando e abbiamo passato una giornata con lui. Non conoscevo di persona neanche Kim Hak, abbiamo preso un appuntamento prima di partire. Abbiamo fatto delle scelte, e ci è andata bene.

Quali sono le “fotografie nascoste” del titolo?

Sono le fotografie fatte sparire in fretta e furia dalle famiglie cambogiane all’inizio del regime perché non fosse chiara la loro appartenenza sociale. Nel documentario viene detto: «In tutto il mondo le foto proliferavano, e qui si buttavano via. Durante il regime degli Khmer Rossi, non esisteva nulla di più pericoloso della fotografia». Anche la madre di Kim Hak ha fatto la stessa cosa, e nel film li seguiamo mentre vanno a recuperare quelle foto, che sono state il suo primo incontro con la fotografia, quello che gli ha fatto nascere il desiderio di diventare fotografo.

Qual è l’idea di passato, presente e futuro che proponi nel documentario?

Non amo l’aspetto nostalgico del passato. Penso che sia molto pericoloso, sia nel privato individuale, perché toglie slancio verso il futuro, sia a livello politico, basti pensare ai nostalgici del fascismo o degli khmer rossi. Con Hak abbiamo avuto un processo di osmosi: ci siamo dati e scambiati tantissimo, mi rivedo molto in lui. Del presente amo l’essere consapevoli. In lui vedo il presente perché è consapevole del passato e guarda al futuro con innocenza. Il futuro nel film è un punto interrogativo, è un mettere un allarme sul rapporto con il passato perché può ricadere nel futuro.

Parlaci del confronto tra i due fotografi protagonisti del tuo film

Nel film c’è un confronto intergenerazionale tra due fotografi. Uno è un fotografo di sessant’anni che ha vissuto una parte importante della storia cambogiana ed è stato testimone e protagonista del genocidio. L’altro è figlio del genocidio: è nato nel 1980, quando il regime era finito nel 1979. È come fosse nato nel primo dopoguerra. È quasi mio coetaneo eppure ha un approccio con la fotografia profondamente diverso dal primo. Si vede quando tocca le fotografie: un gesto di cui non ho tardato a innamorarmi, per come le muove al millimetro, le osserva, le guarda, le sente. Invece il gesto di Nhem En, del fotografo più anziano, è molto più sbrigativo. Come il nostro quando scorriamo i post su Facebook.

Laureata in Scienze Internazionali all’Università di Torino con una tesi sulle problematicità dell’intervento internazionale nelle guerre balcaniche degli anni ’90. Dopo aver vissuto a Belgrado e New York, si è ristabilita a Torino dove si occupa di microcredito e comunicazione per il no profit.

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