Monte Gourougou: il purgatorio al di là della rete

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A Melilla, enclave spagnola in territorio marocchino, la linea dell’orizzonte è segata da una tripla rete metallica. Una misura di sicurezza, la chiamano gli entusiasti delle politiche di controllo migratorio europeo; un “cattivo esempio” che anche gli altri Paesi vorrebbero seguire, quotidianamente impegnati a contrastare gli assidui flussi di gente diretta verso “terra sicura”.

I tentativi di superare questo imponente muro di proibizione sono all’ordine del giorno. I pochi fortunati che ci riescono, se presi in flagrante, sono costretti a ritornare dall’altro lato, dove spendono intere giornate per ritornare al punto di partenza, con la promessa di provarci di nuovo, costi quel che costi.

Sono numerose le denunce fatte negli ultimi anni dalle poche ONG che hanno avuto l’occasione di assistere personalmente all’orrore perpetrato in questo “non luogo”, ma la soluzione fatta di misure più eque ed umane sembra non arrivare mai.

Dal vicino monte Gourougou, a pochi passi da Melilla, centinaia di migranti sub-sahariani guardano al di là della rete, sperando in un futuro migliore. È questo il posto che Bruno Rocchi, camera alla mano, ha deciso di esplorare. È il viaggio in punta di piedi dentro il perimetro angosciante di una terra di mezzo, dove la parvenza di una vita normale sopravvive nei piccoli gesti quotidiani fatti attorno al fuoco, preparando un pranzo improvvisato, nell’attesa del momento giusto per partire.

Nel mese di luglio, un incendio ha consumato con le sue fiamme circa ottanta ettari di terra. Un presagio, forse, considerando che verso la fine del 2016 il numero dei migranti che si nascondono sul monte è drasticamente diminuito.

Come nasce l’idea di questo film?

L’idea è partita da un viaggio nel nord del Marocco. Ci ero andato per girare un documentario sull’economia informale della zona. Ero attratto da quell’area perché era teatro di scambi illegali di diesel, hashish e tutta la mercanzia di ogni genere che proveniva dalle enclaves spagnole. Una delle particolarità del posto era appunto il Monte Gourougou e soprattutto la vicina città di Melilla, che considero un posto molto contraddittorio. Da una  parte, ci sono i marocchini che entrano senza visto per lavorare con il contrabbando, e  dall’altra ci sono i subsahariani che vorrebbero entrare, senza visto, ma che vengono letteralmente bastonati. Quando sono tornato in Italia, ho deciso che il Monte Gourougou sarebbe stato il tema del mio documentario e quindi nel 2014 sono tornato in Marocco per filmare.

Quali sono state le difficoltà che hai dovuto superare per avere accesso al Monte Gourougou?

Sono arrivato da solo con il mio furgone, portando scorte e viveri per la gente del posto perché sapevo che ne avrebbero avuto bisogno. Nei sacchi c’erano sardine, pane, cipolle, del riso. Mi ricordo che in quel periodo era venuto in visita a Melilla il re Mohammed. La polizia era dappertutto. Per salire fino al monte, ho dovuto parcheggiare il mio furgone in una zona più  tranquilla e ho percorso il resto del cammino a piedi. Il giorno dopo ho cercato un contatto locale per potermi muovere  più serenamente. L’accesso, durante i cinque giorni di riprese, non è stato mai facile. La vita lì è davvero difficile.

Nel tuo film, infatti, la telecamera sembra vagare, seguendo lo stesso ritmo di attesa angosciante degli “abitanti provvisori” del Monte Gourougou. Quali erano le condizioni fisiche e psicologiche di queste persone?

Ho il ricordo di questo ragazzo che era lì con la moglie. Mi diceva che la voglia di morire è sempre presente perché si è da soli, sopportare lo stress psicologico di questa situazione non è ovviamente facile. Però ho anche riscontrato una forte voglia di rivincita, la tenacia di aggrapparsi a una situazione migliore di quella da cui si sta fuggendo. Le condizioni erano comunque deprecabili. Normalmente chi si trovava lì si svegliava molto presto al mattino perché tutti avevano il timore dei militari marocchini, occupati a perlustrare la zona. La  situazione era molto tesa, anche se durante il giorno si poteva godere di momenti di relativo relax in cui si svolgevano le faccende che permettevano la minima sopravvivenza. I militari facevano molta pressione, cercando di organizzare raid per evitare che la gente avesse il tempo di riposare durante la notte. Era una vera e propria guerra psicologica. Per quanto riguarda le condizioni fisiche, mi viene in mente una sola parola: fame. Avevano molta fame. Tra di loro, ovviamente, c’era anche gente ferita che ancora cercava di recuperarsi dalle bastonate ricevute a causa dei tentativi falliti di saltare la rete.

Leggere della realtà di Melilla mi fa pensare a una parola concreta: Purgatorio. Qual è stata la tua impressione?

Una terra di nessuno, abitata da gente disperata. La loro vita era scandita da piccoli gesti quotidiani di pura sopravvivenza: la mattina si svegliavano per andare a recuperare resti di cibo nella poubelle [immondizia] della vicina città di Nador, a due passi da Melilla. Il loro bottino era fatto di piccole cose, come sardine, acciughe, pomodori. Partivano in “missione” solo due o tre persone. Non ho avuto nemmeno la possibilità di dare loro un passaggio perché la polizia era costantemente all’erta. Inoltre, se da un lato una parte della popolazione locale li aiutava, dall’altro lato molti erano disgustati dalla loro presenza. Si respirava molta rabbia sociale e intolleranza. La gran parte della giornata si riduceva a questo e, ovviamente, ad aspettare. Forse l’unico lusso che si concedevano era giocare con una dama improvvisata di cartone, come si può vedere nel film. Poi, durante la notte, nascondevano i loro umili bagagli tra le fronde per evitare che i militari, al loro arrivo, li vedessero e li bruciassero. Anche loro si nascondevano. Salivano nella parte più alta del monte e aspettavano che la polizia andasse via. Normalmente, erano organizzati in comunità nazionali: c’era quella del Senegal, del Mali, del Cameron e del Niger, ma anche Sierra Leone, Guinea Bissau, ecc. Tutti erano uniti intorno alle reciproche comunità. Infine, c’era la “comunità delle comunità”, la più importante, composta dai rappresentanti di ogni gruppo di provenienza con un obiettivo comune: organizzarsi per scappare.

Parlare del Monte Gourougou significa parlare di “fuga”. Come venivano organizzati questi tentativi per passare dall’altro lato del muro metallico?

Potevano partire in trecento o in piccoli gruppi per cercare di saltare la rete. I tentativi erano fatti durante la notte per evitare di essere visti. Quando venivano scoperti, l’iter che seguiva la polizia era sempre lo stesso: venivano fermati e portati al limite del confine marocchino, oltre la città di Oujda, una zona a est, desertica e ostile. L’idea era di allontanarli definitivamente dal monte Gourougou. Ma normalmente ritornavano tutti al posto di partenza, attraversando la parte del deserto che erano costretti a fare a piedi e arrivando, con mezzi di fortuna, di nuovo vicino Melilla. Ho conosciuto persone che hanno fatto questo iter tre o quattro volte.

Il monte resta uno spazio di libero accesso, conosciuto anche dalle forze dell’ordine. Si sono registrati tentativi di repressione in questa zona?

Attualmente la presenza dei “cosiddetti clandestini” sul monte è fortemente diminuita. Molte persone sono state ammazzate e picchiate duramente. Ci sono stati dei veri e propri rastrellamenti. La condizione si è inasprita e le politiche di repressione portate avanti dal governo marocchino sono state molto dure. Un giro di vite che ha portato i militari a non limitare le loro retate al monte Gourougou. Molti dei subsahariani che si nascondevano nelle grandi città come Rabat, Tangeri e Casablanca, sono stati arrestati e deportati dal Paese. Una persecuzione in piena regola.

Nel tuo film, molto spesso muovi la telecamera verso l’orizzonte. Dall’altra parte, si trova la via d’uscita tanto desiderata da molte persone. Credi che questa gente riesca ancora a sperare?

C’è un sentimento che accomuna tutta la gente che ho conosciuto durante le riprese: il sogno di arrivare in Europa. Nessuno di loro si rende conto che non c’è qualcuno ad aspettarli dall’altra parte e che magari l’idea di una vita migliore si trasformi solo in un’amara utopia.

Hai nuovi progetti cinematografici in cantiere?

Mi sto preparando per un nuovo film che è legato a un’iniziativa a cui tengo molto. Il progetto si chiama “Talking Dreams” ed è una bella storia, finalmente! [ride]. Come suggerisce il titolo, si parla di un sogno. È il racconto di due amici, Bruno e Samuel, un container e un pezzo che manca si intreccia con la realtà quotidiana di un villaggio senegalese, Linkering, dove la radio locale dà voce ai sogni degli abitanti del luogo. Ho trascorso alcuni anni lavorando a Zurigo e vivendo in una roulotte in una ex cartiera occupata. Durante la mia permanenza in Svizzera sono rimasto colpito dall’enorme quantità di alimenti scartati dai supermercati e dagli svariati oggetti quasi nuovi e funzionanti abbandonati lungo le vie della città e accompagnati da cartelli che recitavano queste parole: «libero di essere preso». Quando me ne sono andato ho lasciato la mia roulotte parcheggiata nella fabbrica con l’auspicio che avrebbe aiutato e portato fortuna a qualcuno che avesse avuto bisogno di un posto dove stare. Il caso ha voluto che quel qualcuno fosse un ragazzo senegalese di nome Samuel. Fin dal suo primo giorno in Svizzera, Samuel ha iniziato a recuperare tutto quello che trovava per strada, con l’obiettivo di riempire un container da spedire in Senegal. Ad aiutarlo c’era Bruno, un ragazzo svizzero, che ha organizzato insieme a lui la spedizione del container. Ho pensato di farne un documentario e Samuel mi ha risposto che sì, il video si poteva, anzi si doveva fare. E ovviamente anche Bruno era d’accordo. Il progetto è in progress, nel senso che stiamo ancora cercando una maniera per finanziare la produzione. Una prima parte è stata fatta, ma abbiamo molta strada da percorrere, in tutti i sensi! Quindi invito i lettori di WOTS Magazine a contribuire, semmai ne avessero voglia.

Laureata in Editoria e Scrittura presso l’Università Sapienza di Roma. Ha un master in Teoria e pratica del documentario creativo ottenuto presso l’Università Autonoma di Barcellona. È una delle fondatrici di Aedo Social Films, piccola casa di produzione di documentari con sede a Barcellona, tra gli ultimi lavori come regista e sceneggiatrice “In [email protected]” (2011) e “Ho portes a la sang” (2012), realizzati in coproduzione con TV3 e “Black Future” (2016), web documentario sulla condizione dei minatori in Asturia.

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