Come sassi levigati dalle onde

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Quando piove, le stradine del sobborgo di Songinorhairkhan, a pochi chilometri da Ulan Bator, si trasformano in fiumiciattoli colmi di fango e spazzatura. Tra le staccionate e i cortili malandati c’è un centro diurno di colore marrone, costruito anni fa dall’associazione Bayasgalant. Proprio di fronte, su in alto, al di là dei multicolori tetti spigolosi, si scorge la montagna sacra, che la tradizione vieta alle donne del luogo. In qualsiasi momento questo massiccio di terra ed erba scosso dal vento ti guarda solenne, quasi volesse mostrarti, sprezzante, la sua imponente figura. Il cortiletto dell’associazione è abbellito da un piccolo campo da basket e une tettoia in legno. Numerosi murales corrono lungo il perimetro della struttura: raffigurano perlopiù simpatici personaggi dei cartoni animati, come Spongebob e i suoi amiciA fianco delle due strutture in cemento si erige, come in ogni dove, una Gher dalla porta ricamata, l’abitazione mongola per antonomasia.

In questo spazio circondato da povere abitazioni e scarne casette in legno, vengono accolti centinaia di bambini provenienti dalle condizioni più disperate, con genitori con gravi problemi di alcolismo o semplicemente poveri. Dentro le mura del centro i bambini hanno l’opportunità di giocare, sfogarsi e studiare, oltre ad imparare diverse attività, come la sartoria, la falegnameria o la ceramica. L’associazione Bayasgalant ha cominciato con poco, passo dopo passo, ed ha continuato tenacemente, fino a toccare una punta di 6 mila famiglie beneficiarie, tutte residenti nel quartiere o in zone poco distanti. L’intento, in questo momento, è sostenere almeno 2 mila di esse. «In confronto all’inizio – dice Arun – ora vantiamo dei bagni regolari per maschi e femmine, e una mensa bella grande dove è possibile gustare una scodella di zuppa con carne locale.»

Un viaggio anacronistico. Mi vengono in mente i volti dei ragazzi di strada incontrati a Bucarest tempo fa, anime smarrite tra povertà e incertezze, poi ritrovate grazie al sostegno dei buoni. Naran improvvisa una lezione di inglese al piano superiore. Qualche ragazzino è indomabile, sgattaiola via dall’aula, si raduna con qualche amichetto nella stanza affianco, libera il tappeto dei lego e dai puzzle e via! Comincia il torneo di lotta libera! Si sfidano combattendo, avvinghiandosi, tentando di ribaltare l’avversario a terra come i colossi del Naadam.

È l’alba. Seguo Boogie all’interno di questi piccoli affranti scuri, gli ingressi delle Gher che da lontano assomigliano sempre più a dolci panettoni. Portiamo delle provviste ad una famiglia che vive in un’abitazione sporca e nera, che odora di muffa e urina. C’è del carbone per terra, un cagnolino trotterella tra pentoloni e mucchi di lana. Il padre è alcolizzato, ciondola in un angolo con la bimba di un anno in braccio, nuda dalla cintola in giù. Noto dei segni di ferite autoinflitte sugli avambracci, profondi tagli corrono fino al polso come una serie di macabri braccialetti. Gli altri due figli, otto e cinque anni, guardano la TV, seduti su una cisterna di plastica. La mamma non è presente, ha trovato un lavoretto come spazzina. Finora la famiglia è sopravvissuta coi soldi che il governo assegna ai minori, circa dieci dollari al mese ciascuno. Non si tratta di un caso isolato: a Ulan Bator e periferia, ben il 60% delle persone vive nelle Gher o per strada. I risvolti della medaglia. La piccola mi fissa come un pappagallo, ripetendo tutti i gesti che faccio, il fratello invece è attratto e impaurito allo stesso tempo dalla mia barba.

Pile e pile di spazzatura fetida. Un andirivieni continuo di camion carichi di rifiuti d’ogni tipo appestano l’aria con marmitte di fuoco. Elettrodomestici, ossa, prodotti vari, gomme, materassi, plastica, vetro. Una discarica a cielo aperto si erge tra vallate e altopiani a non più di 20 chilometri da Ulan Bator. Centinaia di persone, donne e bambini compresi, lavorano e vivono ventiquattro ore su ventiquattro dentro questo putiferio. La maggior parte di loro sono malate dopo anni di stanchezza accumulata, precarietà, mancanza di cibo e igiene. Ogni giorno, centinaia di esseri umani si chinano al suolo per rovistare tra la merda in cerca di materiale di scarto da rivendere alle grandi industrie cinesi. Lavorano, se così si può dire, per tre o cinque dollari al giorno, scappati dalle campagne dopo aver perso la propria casa, spazzata via dagli eventi. Molti sono analfabeti e ancor più vivono tra fango e sporcizia, barricati dentro tende di plastica grigia che non permettono neppure di stendersi completamente. Alcune mucche brucano tra i sacchi neri alla ricerca disperata di torsoli di mela o carne avariata. Il solo elemento inalterato, per ora, sono le bottiglie di vodka appoggiate sull’uscio delle tende. L’unica via per fuggire, evadere, emarginarsi. «Può essere un luogo molto pericoloso per gli estranei. Accoltellamenti, risse e scorribande sono molto frequenti» avverte Boogie.

Rabbia e miseria, miscela perfetta per gli ultimi di questo mondo. Un bambino di undici anni è scappato dalle campagne insieme alla sorella, non ricorda nemmeno il suo stesso nome ma sa che la madre è malata ed il padre lavora saltuariamente in città. Questo è sufficiente. Il bimbo senza nome sa solo che deve lavorare per poter mangiare.

Torniamo in città sotto una pioggia scrosciante. Dai monasteri fuoriescono cantilene e delicate preghiere. I monaci battono piano un gong sulle campane, gli incensi profumati accarezzano le colonne in legno. È sabato sera.

Nato nel 1992 a Fano (PU). Dopo la maturità presso il liceo artistico, con la sua macchina fotografica e il suo quaderno degli appunti ha cominciato a raccontare storie di persone comuni viaggiando qua e là nel mondo e pure in Italia, finora ha attraversato i Balcani, le regioni caucasiche, la Turchia, l’est Europa, il vicino medio-oriente e il sud est asiatico. Localmente porta avanti attività legate all’infanzia come semplici incontri nelle scuole, utilizzando illustrazioni e disegni per spiegare ai più piccoli le tematiche affrontate in viaggio.

2 Comments

  1. Complimenti per le foto e per l’articolo e soprattutto per dare spazio ai minori. La mia ammirazione per aver scelto di viaggiare per il mondo e vedere con i propri occhi.

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