Memorie dal sottosuolo. I rifugiati nei bunker di Ginevra

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Durante la guerra fredda, la Svizzera costruì migliaia di bunker sotterranei per proteggere la propria popolazione da un eventuale attacco nucleare. Attualmente, alcuni vengono utilizzati per le esercitazioni militari, molti altri sono rimasti in disuso. Negli anni ‘90 un certo numero di sotterranei vennero utilizzati per ospitare le persone che fuggivano dalla guerra nei Balcani, in una situazione di emergenza temporanea. Ma in anni recenti l’uso dei bunker per accogliere richiedenti asilo è diventata una pratica abituale.

Anne-Claire Adet, giovane regista che lavora dal 2012 per il Film Festival e Forum dei diritti umani di Ginevra, ha realizzato “Bunkers” (www.bunkersfilm.com) un corto-metraggio prodotto da Yasmine Abd El Aziz (Nouvelle Tribu), che sta facendo il giro del mondo e che racconta questa realtà, sconosciuta ai più, attraverso l’esperienza di Mohammed, uno dei richiedenti asilo che per mesi si è trovato “imprigionato” – è il termine più adeguato alla situazione – in un bunker a Ginevra.

Da dove è nato questo film, e come hai ottenuto le immagini girate all’interno del bunker?

Ho trovato le immagini nella mia casella di posta elettronica una mattina qualunque. Facevano parte di una newsletter degli attivisti di StopBunkers, ed erano accompagnate da un paio di righe di avvertenza: «attenzione, contenuto claustrofobico». Visto che sono claustrofobica, naturalmente non ho resistito. Sul momento sono rimasta delusa, perché le immagini erano tutte storte e il suono quasi inesistente; non raccontavano una storia. Ma ho avuto l’impressione che, contestualizzate, sarebbero potute diventare qualcosa di potente. Così ho deciso di contattare la fonte per vedere cosa era possibile ottenere: il giornalista in possesso delle immagini le aveva proposte alla rivista VICE, che però non era interessata, quindi mi ha detto che, se volevo utilizzarle, me le avrebbe volentieri cedute.

Va precisato che a nessuna persona esterna è permesso accedere ai bunker, ufficialmente per preservare l’intimità dei residenti. Inoltre, nonostante il fatto che per gli stessi residenti filmare non sia espressamente vietato, tutti temono che possa compromettere la loro procedura di asilo. Non so fino a che punto fosse realmente rischioso per loro partecipare al film, ma di certo quel che ho incontrato era un clima di paura. È per questo che le facce sono offuscate.

Alla fine, la maggior parte delle immagini utilizzate sono quelle che mi sono trovata a guardare aprendo la posta, con la testa girata di 90 gradi. E mi ci sono voluti mesi e litri di caffè con Mohammed [il protagonista che dà un volto e voce alla storia, ex giornalista, attivista ed ex-membro del partito comunista sudanese, nda.] perché si fidasse di me abbastanza da farmi usare il suo nome e la sua voce nel film. Inizialmente voleva che la sua faccia venisse offuscata e la sua voce modificata … ma sarebbe stato un film completamente diverso! 

In ogni caso, se anche avessi avuto accesso ai bunker (accesso che è stato negato a tutti i giornalisti che conosco) non era questo il punto: volevo mostrare la vita sotterranea attraverso gli occhi di chi vive lì, evitando di proiettare il mio sguardo esterno su questo luogo. La decisione di non tentare di entrare io stessa a girare le immagini è stata una scelta certamente politica, che più tardi è diventata anche una scelta estetica. In un primo momento, pensavo che le immagini in verticale sarebbero state un problema. Poi l’ho presa come una grande opportunità per rafforzare il senso di oppressione e claustrofobia. 

La motivazione per fare questo film nasce da una considerazione fondamentale: nonostante viva a Ginevra da quattro anni, mi sono resa conto che molti svizzeri considerano normale ospitare i richiedenti asilo nei bunker, sottoterra. Gli svizzeri sono abituati a questi spazi sotterranei e non ci vedono niente di strano o problematico, ma per me che sono francese è sconcertante! Mi è capitato qualche volta di dormirci: partecipando al festival di Locarno, per evitare che pagassi l’hotel, mi diedero alloggio in un bunker. Ma si trattava giusto di un paio di notti e sapevo che sarei tornata a casa. Ma per chi ci vive è un incubo. La gente non si rende conto di cosa significhi vivere sottoterra.

Alla fine sono stati proprio i richiedenti asilo che hanno iniziato a manifestare, a protestare. Hanno scritto una lettera aperta intitolata «La gente non ci conosce: è normale, viviamo sottoterra». Uno di loro mi disse: «Nel mio Paese sottoterra ci mettiamo i morti, non i vivi». Questo commento mi ha colpita in modo particolare. Insomma con questo film volevo trasmettere agli svizzeri che questa situazione non è aproblematica, che non è normale né accettabile vivere in queste condizioni. E per farlo ho dovuto mostrare come altre persone, quelle che realmente abitano questi spazi, si sentono e vivono.

Al di là delle immagini che vediamo nel film e di quello che Mohammad racconta alla telecamera, com’è la vita nei bunker? Cosa la rende insopportabile?

Un richiedente asilo me lo ha spiegato in questo modo: sopra al bunker, l’edificio che si intravede all’inizio del film è una scuola. Sotto alla scuola c’è un garage, ci sono due piani di macchine. «Noi stiamo sotto le macchine. Letteralmente. Nella gerarchia delle cose, a Ginevra, nella capitale dei diritti umani, dopo aver passato quello che abbiamo passato per scappare dai nostri Paesi, occupiamo questo spazio: al terzo piano sotto terra, sotto il garage». Credo che gli svizzeri non si rendano conto della violenza simbolica che genera: queste persone si sentono di contare meno di un’automobile.

In più, ci sono Paesi come l’Eritrea in cui le carceri sono sotterranee, e che tipicamente sono il luogo dove i prigionieri politici vengono torturati. Scappare alla tortura per essere nuovamente rinchiusi sottoterra … Ma ci rendiamo conto? Come se non bastasse, la Commissione Nazionale Svizzera contro la Tortura, in una sentenza, ha affermato che vivere per più di 21 giorni in un bunker può provocare danni alla salute, a causa della bassa qualità dell’aria. Del resto, si tratta di strutture pensate per casi di emergenza: l’aria che si respira è riciclata, per qualche giorno non è grave, ma alla lunga inizia a danneggiare i polmoni. Rimanere in questi posti per più di 21 giorni, tecnicamente, è tortura.

Da un punto di vista legale, nessuno ha fatto niente?

No. Eppure si potrebbe. Tuttavia i residenti hanno paura che creare troppi problemi danneggi la loro possibilità di ottenere lo status di rifugiato. È chiaro che le condizioni di vita nei bunker non sono degne e il governo svizzero lo sa, perché non ci manda mai famiglie, donne o bambini, ma solo uomini soli, ovvero i più indesiderati, i più spendibili, i meno meritevoli di accoglienza agli occhi di gran parte della società. Il risultato è che le persone che sono piazzate nei bunker sono tutti richiedenti asilo, e una volta ottenuto lo status di rifugiato vengono trasferiti altrove. Però si tratta di un processo lento … so di persone che hanno vissuto in queste condizioni, sottoterra, per un anno e mezzo. 

Mohammed ci è rimasto 2 mesi e 5 giorni. Ci è rimasto così poco perché è uno sveglio, intelligente, che parla inglese, e a forza di chiamare e scrivere agli uffici del cantone di Ginevra è riuscito a farsi trasferire. Quelli che sono un po’ più timidi, che non parlano la lingua, invece, rimangono più a lungo. Spesso arrivano già con traumi, e vivere in un bunker mette a forte rischio la salute, fisica e mentale, anche di una persona sana.

Nel bunker inoltre c’è tutta una serie di divieti, tra cui quella di cucinare: il primo giorno ricevere un pasto caldo è bello, è un benvenuto, una festa. Ma immagina non poter cucinare per un anno, mangiare pasti precotti, spesso gli stessi per giorni di fila, a tempo indeterminato, non avere alcuna voce neanche su cosa mangiare. Una volta gli hanno rifilato del cibo scaduto, cancellando la data di scadenza sulle confezioni. Si sono lamentati, ma la risposta imbarazzata del personale è stato che gli dispiaceva, ma non c’era altro.

Descriveresti il documentario come un esempio di cinema militante? Raccontare storie per contribuire a cambiarle?

Capisco che possa sembrare un film “militante”, ma venendo da un background di attivista impegnata, direi che il formato e stile del film non corrispondono ai criteri dei classici film dell’attivismo. Non credo che avrei montato il film allo stesso modo, se avessi “solo” cercato di fare un film militante. Il mio scopo era più quello indurre le persone a mettersi nei panni di un richiedente asilo. Ecco perché definisco il film piuttosto come una “immersione sensoriale”. Si tratta di un documentario, ma in qualche modo è anche un saggio narrativo, perché ho soprattutto voluto che fosse “fisico” e sensibile.

Ad esempio, la colonna sonora è l’audio reale di un bunker. L’ho ottenuta da Daphné Gastaldi, una giornalista radiofonica che ha fatto un reportage sui bunker svizzeri, e che è riuscita ad entrare in un bunker di Losanna. Ho poi chiesto a un amico compositore, Benoit Renaudin, di utilizzare quei suoni per creare l’atmosfera. Volevo che l’audio fosse il più realistico possibile: per le prime scene abbiamo usato il suono originale registrato dal telefonino, che mano a mano diventa sempre più opprimente. L’idea complessiva del film era di calarsi nella vita nel bunker così come la vive un richiedente asilo: si arriva lì senza sapere dove ci si trova, sei un po’ disorientato, non ti danno  molte informazioni su quanto tempo dovrai rimanerci. E poi l’incubo inizia: l’ansia pervasiva, la mancanza di intimità, il divieto di cucinare, le difficoltà di dormire … fino a quando non ci si ribella. Tutto questo emerge dal suono, ma anche dal montaggio.

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Ho deciso di non includere dati e cifre nel film perché non volevo alimentare una specie di gara al ribasso. Se avessi menzionato, per esempio, che nel bunker in cui si trovava Mohammed c’erano 5 bagni per 80 persone, ci sarebbe stato sempre qualcuno che avrebbe detto che esistono situazioni peggiori in cui ce se sono ancora meno, per dire. Ma non è questo il punto. Alcune persone ritengono che sia meglio vivere sottoterra che nei campi di Parigi, di Calais, o negli hot-spot in Puglia o in Grecia. Non voglio entrare in questo argomento. Per me quel che importa è l’esperienza intima di come vivono queste persone: sì, d’accordo, gli viene dato un tetto, un letto, del cibo. Però sono traumatizzati, i casi di depressione e di ansia sono la norma. E tutto questo accade nel cuore dell’Europa, tra l’indifferenza della popolazione. Non volevo che il film si prestasse a relativizzare la drammaticità di questa situazione rispetto ad altre simili. Come ha dichiarato Foucault, «L’inacceptable n’est pas relatif» [l’inaccettabile non è relativo, nda.]

L’Europa sta affrontando una crisi profonda, che non è una crisi umanitaria, ma una crisi etica. Non possiamo far finta che non stia accadendo. Oggi a Ginevra continuano a esserci più di 450 richiedenti asilo che vivono nei bunker, nonostante il fatto che sarebbe molto meno costoso alloggiarli in normali appartamenti. Alcune persone vivono sottoterra da più di un anno, in condizioni che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani considera, di fatto, tortura. Da un lato si tratta di mancanza di volontà politica nel cercare delle alternative, ma questa situazione fa anche parte di una strategia, una decisione cosciente: si spera che, viste le condizioni, se ne vadano. Detto questo, il film non è un pamphlet, ma un invito a sperimentare la vita di qualcun altro per 14 minuti. Mi piacerebbe andare al di là della crisi attuale e sollevare la questione più ampia della nostra relazione con l’altro, con il diverso, con chi consideriamo estraneo a noi.

Ha studiato Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze, seguito da un Master in Relationi Internazionali ottenuta presso l’Università della Città di New York (CUNY). Ha lavorato come ricercatrice, analista politica e traduttrice in Guatemala, Stati Uniti, Belgio, Ungheria, Italia e Spagna. Attualmente è ricercatrice del gruppo di ricerca Retos Sociales, Éticos y Políticos all’Istituto di Diritti Umani Pedro Arrupe, e dottoranda Marie Curie presso l’Università di Deusto (Bilbao) e l’Università di Sussex (Brighton).

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