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Gentrificazione e terrorismo. Parigi un anno dopo

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Risale a poco più di un anno fa la morte di Edward Soja, il geografo e urbanista dell’Università della California, inventore del concetto di “giustizia spaziale”. Il 2 novembre del 2015 Soja, una delle figure chiave della geografia postmoderna e marxista, si è spento, lasciando un grande lutto nella comunità accademica internazionale. Uno dei suoi grandi meriti è stato, sicuramente, utilizzare le intuizioni della teoria sociale critica (dal materialismo storico alla teoria foucaultiana del potere) per creare analisi innovative dello spazio e della società: una geografia intesa come scienza al servizio della giustizia sociale. La sua morte ha colpito molto i colleghi di Parigi, eredi di un altro grande urbanista critico con cui Soja aveva collaborato, Henry Lefebvre, che nel 1968 aveva forgiato il concetto di “diritto alla città”. Rimaniamo dunque a Parigi, pochi giorni dopo la morte di Soja.

Domenica 14 novembre 2015 il 10ème e l’11ème arrondisse-ment si svegliavano attoniti, avvolti dall’assordante silenzio che regnava nelle loro strade. In quella macabra “domenica delle salme” la vita urbana riprendeva lentamente la sua normalità, mentre gli speakers della radio ancora ripetevano ai parigini, come in una specie di disco rotto, di non uscire per strada a meno che non fosse per motivi di grave necessità. Dopo gli attacchi terroristici della notte anteriore, era appena stato decretato in tutta Francia l’état d’urgence. Comprendere realmente le ragioni di un avvenimento storico di simile portata era difficile in quei giorni. Ancora oggi quanto è accaduto a Parigi quella notte si può interpretare (come ogni avvenimento storico) in molti modi.

Non ci è dato sapere cosa avrebbero pensato Soja e Lefebvre se fossero stati ancora vivi in quel momento, ma è possibile provare ad applicare i principi di giustizia spaziale e diritto alla città per gettare un po’ di luce su quei fatti.

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Fin dai primi momenti dopo gli attentati è emerso infatti che mentre la maggior parte degli attacchi era stata compiuta tra il 10ème e l’11ème, due quartieri descritti dai giornali di allora come “vivi”, “vibranti”, “giovani”, “creativi”, le origini degli attentatori erano invece da ricercarsi nel grigio suburbio bruxellese di Molenbeek, tra i giovani radicalizzati e reclutati tra le file di Daesh. Una lettura della questione in termini di spazio non risulta quindi del tutto fuori luogo.

Parlare con gli abitanti dell’11ème può essere molto interessante per ricostruire la storia dell’evoluzione del quartiere. Martin Barzilai, un giovane franco-uruguayano, viene da una famiglia che ha conosciuto il quartiere in differenti fasi. «Il primo della mia famiglia ad abitare qui è stato mio nonno, negli anni ‘30. Poi è emigrato in Uruguay, ma con l’arrivo della dittatura io, mio padre e mia madre siamo tornati a Parigi, proprio in questo quartiere. Quando mio nonno ha saputo che avevamo trovato casa qui, ci ha chiesto se non eravamo schifati di vivere in un quartiere “che puzzava”. Perché il quartiere così come se lo ricordava lui, all’inizio del secolo, era proprio così: un quartiere industriale attraversato da un canale in cui le fabbriche scaricavano i loro residui. Un quartiere che puzzava. Quando siamo arrivati noi aveva ancora un odore intenso, diverso da adesso. Ed era un quartiere molto umile, pieno di immigrati».

La trasformazione che ha sperimentato l’11ème è stata impressionante, come dimostra l’andamento del mercato immobiliare della zona, con un aumento pressoché costante, anno dopo anno, del valore del metro quadrato, che oggi si situa intorno agli 8.000 euro, con punte fino ai 9.000. Un aumento di valore che è in linea con quello sperimentato nel resto della città, ma che risulta specialmente impressionante in un quartiere che era, come ricorda Martin, “molto umile”.

Serena Pegna, italiana e proprietaria dal 1998 di una casa nel quartiere, spiega che il suo appartamento è situato in un immobile di inizio del XX secolo, che era interamente di proprietà di «una signora dal nome straniero che aveva venduto in blocco ad un’agenzia immobiliare “di ventura”». «L’immobiliare ha sistemato le parti comuni», aggiunge la signora Serena, «mandato via gli inquilini e venduto a piccoli e medi borghesi, stranieri europei e bobo vari, facendo i lavori col ricavo, incerto, delle vendite. In quel periodo e in quella zona queste manovre erano diffusissime, ho scoperto dopo. Che io sappia, l’ultima a resistere ancora in affitto è una signora al primo piano. All’inizio e per un po’ di anni nel piano sopra al mio abitavano dei signori del Nord Africa in affitto, e per rappresaglia non gli davano la chiave dell’ascensore, così capitava spesso di dargli un passaggio e ci raccontavano che sapevano di non essere benvenuti, di doversene andare».

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La storia che racconta la signora Serena non è che una tra le mille storie, praticamente identiche, che caratterizzando i processi di gentrificazione – l’espulsione di fasce deboli di popolazione con conseguente ingresso di nuove fasce con più potere acquisitivo – nei quartieri cosiddetti “riqualificati” nelle grandi città.

D’altro lato è risaputo che Molenbeek, il comune nella cintura di Bruxelles da cui provenivano gli autori degli attentati del 13 novembre, è soggetto a sua volta a forti spinte gentrificatrici. Molenbeek è infatti un boccone ghiotto per il mercato immobiliare: a sole due fermate di metropolitana dal centro di Bruxelles, è una zona degradata e quindi di scarso valore. Mantenere basso il prezzo del metro quadrato è dunque d’interesse per coloro che stanno comprando “in blocco” (come fece l’immobiliare “di ventura” con la casa della signora Serena) nell’ottica di rivendere una volta che il quartiere sia riqualificato.

La dialettica tra dimensione spaziale e dimensione sociale di cui parlava Soja è tutta qui: la società produce, organizza e dà significato agli spazi in cui viviamo, ma la dimensione spaziale a sua volta produce fenomeni sociali (dalla radicalizzazione islamica all’islamofobia) e conforma le relazioni capitaliste.

«Per favore», spiegava un abitante di Molenbeek un anno fa a un giornalista francese, «dovete capire che se molti giovani qui sono partiti per la Siria, è soprattutto perché nessuno qua si è mai occupato veramente di loro, fino a che dei fanatici hanno dato loro per la prima volta la sensazione di esistere davvero. Io ho studiato, parlo tre lingue, ma per cercare lavoro do sempre l’indirizzo di un amico che non abita a Molenbeek». È questo il valore simbolico della zona: essere di Molenbeek non è nient’altro che uno stigma sociale. Niente di più favorevole per la riqualificazione urbana, leggasi speculazione. In questo contesto, non si può evidentemente sostenere che gli attentati abbiano riportato giustizia in un contesto ingiusto. Sì che si possono interpretare, però, come un’ulteriore ingiustizia che si aggiunge all’ingiustizia.

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A un anno di distanza dai fatti di Parigi, la vita in città continua più o meno normalmente, dopo la grande riconquista dello spazio pubblico in barba a l’état d’urgence, con le manifestazioni contro la Loi Travail della primavera scorsa e le Nuits Debut in piazza de La Republique. D’altra parte una nuova ondata di islamofobia ha travolto una parte della società francese, come hanno dimostrato quest’estate le polemiche sul burkini e il suo divieto nello spazio pubblico.

Sotto la superficie di apparente normalità, interessi e tensioni continuano a dare forma allo spazio (che si tratti di grandi città o spiagge) e alle dinamiche sociali (che si tratti di radicalizzazione di una o dell’altra parte). In tutto questo l’idea di giustizia spaziale continua ad essere, a un anno di distanza, non solo l’eredità viva del grande lavoro di Edward Soja, ma anche una chiave di lettura importante per cercare di comprendere ciò che succede senza esserne travolti.

Cecilia Vergnan è candidata PhD presso il programma di "Estudios Avanzados en Antropología Social" dell'Università di Barcellona, con una tesi sui processi di costruzione della romofobia nella città di Torino (Italia). È membro del Dipartimento di Antropología Culturale e Storia di America e Africa dell'Università di Barcellona in qualità di docente ricercatrice. È anche membro del GRECS (Grup de Recerca sobre Exclusió i Control Social) e del GRACU (Grup de Recerca sobre Antropología del Conflicto Urbano).

1 Comment

  1. Il legame fra ambiente fisico e sociale è fondamentale, se il primo è degradato/non curato/abbandonato non attira nessun investimento e nessuna politica di sviluppo socio-economico. Vivo in un paesino dell’entroterra marchigiano (provincia di Macerata, Italia) assolutamente sterile, povero di tutto, servizi compresi, che sono fondamentali per generare una rete con il resto del territorio. Mi trovo in un condominio con persone ottuse/ostili e spesso moleste nelle parole e nei comportamenti. Tutti italiani gran parte pensionati. Il contesto sociale è adatto solo per coloro che vivono chiusi nei loro appartamenti o al massimo nei piccoli negozietti di paese ossia adatto a coloro che hanno una vita sociale ristretta al paese di residenza. Per me è un contesto sociale privo di input positivi. In questo caso il terrorismo non c’entra niente ma il degrado sociale c’è comunque, non c’è correlazione tra terrorismo e degrado. Il degrado (fisico e sociale) nasce da certe culture a mio avviso. La chiusura mentale è uno degli aspetti rilevanti per il degrado.

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