Voci dal silenzio. La detenzione dei rifugiati in mare aperto

di

Manus Island è una piccola isola nell’arcipelago della Papua Nuova Guinea dove sono detenuti circa un migliaio di richiedenti asilo giunti in Australia. Trasferiti nel centro di detenzione dell’isola, vivono nascosti e tagliati fuori dal mondo. Nessuno di loro metterà più piede in Australia, neanche dopo la chiusura del centro annunciata due mesi fa. Visitatori e giornalisti sono praticamente banditi dall’isola e così delle storie di queste persone non si sa quasi niente. Eccezion fatta per quelle raccontate da Lukas Schrank, un regista londinese di 32 anni.

Lukas studia design: i suoi lavori spaziano dall’animazione alla live-action, dalla fiction alla realizzazione di documentari. Gradualmente il suo desiderio di raccontare storie ha preso il sopravvento, fino a quando, come afferma lui stesso, «Ho accettato che il mio obiettivo è fare film». Nel corto animato “Nowhere Line: Voices from Manus Island”, Lukas narra il viaggio di due richiedenti asilo rinchiusi nel centro di detenzione di Manus. Le voci dei due uomini, distanti e disturbate, registrate per telefono, accompagnano lo spettatore su un’isola dove pochi possono mettere piede.

“Nowhere Line” è stato selezionato e proiettato in vari festival internazionali, come il Palm Springs Film Festival negli Stati Uniti, prima internazionale, o il Melbourne International Film Festival, prima australiana del film. Fin dall’inizio, l’intenzione del suo autore era di raggiungere un pubblico il più vasto possibile, poiché il tema del film va ben oltre la politica migratoria australiana. Commenta Lukas: «Lo stiamo ancora proiettando nelle scuole, in conferenze, nelle chiese … Credo che questo sia in parte dovuto al fatto che si tratti di un film animato: è un genere che attrae persone di tutte le età e le culture».

Quando hai iniziato a interessarti alla politica migratoria australiana?

Ho iniziato a interessarmi al dibattito sulla detenzione in mare aperto mentre ero a Melbourne, dove ho vissuto due anni e mezzo. All’epoca il governo australiano aveva prodotto un romanzo a fumetti che veniva distribuito in Afghanistan come propaganda per prevenire l’esodo verso l’Australia: racconta la storia di un uomo che voleva trasferirsi a Perth per cercare lavoro, ma finisce in un centro di detenzione in mare aperto. Era la prima volta che vedevo l’arte grafica utilizzata in questo modo, per influenzare le scelte migratorie delle persone, e mi è sembrato disonesto e sbagliato. Ho cominciato a pensare a dei modi per creare un lavoro di rappresentazione simile, qualcosa che raccontasse la stessa storia, ma dando voce alle persone che questa esperienza l’hanno vissuta.

Pensi che la tragedia raccontata in Nowhere Line sia distorta dai media?

Direi che la rappresentazione di questo tema in Australia è molto polarizzata dai mass-media, siano essi di destra o di sinistra. Anche le persone qualsiasi, o sono fortemente a favore o completamente contro le detenzioni in mare aperto. C’è molta disinformazione e la copertura mediatica è di parte, e le cose non cambiano a livello governativo. La terminologia che viene utilizzata, gli ‘slogan’ scelti e gli stessi fatti di cronaca che vengono proposti sono fuorvianti. Ad esempio, uno degli uomini con cui ho parlato è stato intervistato da un notiziario di estrema destra che ha completamente manipolato le sue parole per presentare un’immagine distorta di come si stesse bene sull’isola di Manus e come le condizioni di vita fossero quasi di lusso.

Ci puoi raccontare come sei entrato in contatto con il rifugiato iraniano di cui il film racconta la storia?

C’è voluta molta ricerca e cinque mesi di tentativi per entrare in contatto con gli uomini imprigionati sull’isola di Manus, e alla fine ci sono riuscito attraverso Facebook. L’anonimato è stato un problema costante, ed è un aspetto a cui ho prestato molta attenzione, ma una volta completato il film uno degli uomini che ho intervistato, un giornalista di nome Behrouz Bouchani, è diventato un personaggio pubblico e parte di una campagna per PEN International, una piattaforma di autori per la libertà d’espressione. Mi ha chiesto di cambiare il suo nome nel film, includendo il suo vero nome e la sua voce originale. Da allora Behrouz continua a fare campagna per la libertà di tutti i detenuti sulle isole di Manus e Nauru, e la fine della detenzione in mare aperto. È addirittura riuscito a porre una domanda in diretta televisiva a Malcolm Turnbull, l’attuale primo ministro australiano.

Hai affermato che il documentario è “in divenire”. Cosa vuol dire, e che sviluppi prevedi per la tua opera?

Dipende da come la situazione continuerà a evolversi. Per il momento il film finisce in modo molto aperto, indeterminato, e sono consapevole di avere molto altro materiale che potrebbe essere incluso. Quindi senz’altro ci rimetterò le mani: in primo luogo, per dargli un finale vero e proprio, e possibilmente per raccontare la storia in formato più lungo, magari utilizzando solo l’audio.

1

Hai qualche suggerimento da dare ai giovani registi che lavorano a cavallo tra il cinema e l’attivismo?

Non mi descriverei necessariamente come un attivista. Penso che sia necessario rimanere concentrati sul mezzo attraverso cui si lavora: che si tratti di pittura, scrittura, animazione e così via, non cambia molto. Io mi sono semplicemente promesso di raccontare questa  storia come meglio potevo, con onestà e umanità. Se si tenta di imporre la propria opinione sul pubblico, o se si cerca di influenzare le azioni delle persone, c’è il pericolo di sconfinare attraverso l’arte nel territorio della propaganda. Del resto, mi pare che dire alla gente cosa fare o pensare susciti spesso la reazione opposta. In fondo, questo è esattamente quello che è successo quando ho visto il fumetto propagandistico del governo australiano: ho reagito contro.

2

Traduzione di Tina Magazzini. “Nowhere Line” è stato proiettato durante il festival Visual narratives of migration in contemporary Europe, nell’ambito della conferenza finale del progetto INTEGRIM, a cui partecipano alcuni membri di WOTS Magazine.

È dottoranda specializzata in teoria politica presso il dipartimento di Scienze Politiche della Central European University di Budapest, ricercatrice Marie Curie presso l'Università di Koç, Istanbul, e visiting scholar presso la New York University di New York. Di formazione filosofa, si dedica allo studio delle questioni morali e politiche legate alle migrazioni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Comunità internazionale

Il soldato perfetto

La stagione delle piogge sta iniziando. Gonfie nuvole cariche di pioggia vanno
Torna SU