Il referendum ungherese sulle quote dei rifugiati

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Margaret Thatcher, riferendosi a Clement Attlee, una volta osservò che «il referendum è uno strumento di dittatori e demagoghi». Anche nell’Europa centrale e orientale, negli ultimi decenni, si sono prodotti una serie di plebisciti, e il referendum ungherese del 2 ottobre non è un’eccezione. Domani agli elettori si chiederà di rispondere “sì” o “no” alla seguente questione: «Vuoi permettere all’Unione Europea di imporre l’arrivo di cittadini non ungheresi senza l’approvazione del Parlamento?».

La domanda fa riferimento alla disposizione temporanea adottata dal Consiglio Europeo nel settembre 2015, secondo la quale 120.000 rifugiati verrebbero trasferiti dai paesi di arrivo, che secondo la Convenzione di Dublino avrebbero l’obbligo di gestire le procedure di asilo, ad altri stati membri. Questa disposizione è stata respinta da Ungheria, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, mentre la Finlandia si è astenuta. La quota prevista per l’Ungheria è di 1.294 persone. Fino al luglio 2016, nessun richiedente asilo è stato ancora trasferito nel paese magiaro.

La notizia che in Ungheria si terrà un referendum sulla quota di rifugiati era già stata diffusa il 24 febbraio di quest’anno (vedi articolo sul The Guardian). Fu accolta con una certa sorpresa, visto che il primo ministro Viktor Orbán si era già in qualche modo “arreso” pochi giorni prima, firmando alcuni accordi in un summit europeo, impegnandosi tra le altre cose a implementare pienamente il processo di riallocazione. Il 5 luglio 2016 il presidente ungherese János Áder dichiarò che il referendum avrebbe avuto luogo il 2 ottobre dello stesso anno.

Il referendum è già stato criticato sia per il suo valore sia le potenziali conseguenze, che rimangono in buona misura ancora poco chiare. Il risultato, ad esempio, non sarà legalmente vincolante, il che spiegherebbe perché altri Stati Membri non siano ricorsi alla stessa strategia. Tuttavia, il raggiungimento del quorum del 50% e la vittoria del “no” permetterebbe al governo ungherese di avere ancora più legittimità per far valere in Europa la sua posizione contraria alle quote.

Caratteristiche della campagna referendaria

La campagna è iniziata ufficialmente il 20 agosto 2016, giorno della festa nazionale ungherese, e si è spinta ben oltre la propaganda sui mezzi d’informazione tradizionali, televisione, giornali, internet e social media. Secondo il sito di informazione nol.hu, la campagna include anche chiamate telefoniche e visite porta a porta. Nonostante io abbia incontrato solamente un paio di gazebo a Budapest – esclusivamente di sostenitori del “no” – quel che è sicuro è che uno deve essere letteralmente caduto da Marte per non accorgersi che in tutta l’Ungheria è in corso un’intensa campagna referendaria. Basti notare gli onnipresenti cartelloni blu che espongono forti messaggi anti-immigrati, dal carattere spesso dubbio e poco chiaro, tra cui: «Lo sapevi? 1,5 milioni di immigrati illegali sono arrivati in Europa lo scorso anno» o «Lo sapevi? Bruxelles vuole trasferire in Ungheria un numero di immigrati illegali equivalente alle dimensioni di una città».

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Lo sapevi? Gli attentati di Parigi sono stati commessi da immigrati

Inoltre, a ogni famiglia è stato mandato un opuscolo pubblicato dal governo e intitolato “Referendum 2016 contro i trasferimenti forzati”, che già dal nome indica la la posizione del governo. Il libretto sostiene che l’Europa non protegge le sue frontiere, mentre l’Ungheria lo fa. Per dimostrarlo mostra numeri enormemente divergenti di immigrati (l’opuscolo non fa mai riferimento ai rifugiati) arrivati in Ungheria prima e dopo la costruzione del muro al confine con la Serbia, e cita anche il primo ministro bavarese, Horst Seehofer, che tempo fa aveva dichiarato che «molti ringrazieranno Orbán per quello che ha fatto con le nostre frontiere». Nell’opuscolo si sostiene che «i trasferimenti forzati pongono in pericolo la nostra cultura e i nostri costumi» e che ci sono centinaia di «zone proibite» (perché controllate dagli immigrati) in tutte le grandi città europee. Il messaggio finale recita «Bruxelles deve essere fermata!» e «c’è bisogno di mandare un messaggio» perchè ci sono «milioni di persone sono in cammino verso l’Europa». Infine, è interessante notare, che la coalizione al governo FIDESZ-KDNP è l’unica forza politica che ha mandato un opuscolo alle famiglie ungheresi.

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Le zone “NO-GO” secondo l’opuscolo del governo ungherese

Tutto ciò sembra stia portando gli effetti desiderati: secondo una recente ricerca, l’atteggiamento della popolazione ungherese nei confronti dei rifugiati si sarebbe chiaramente deteriorato rispetto al settembre del 2015, che corrisponde all’apice della “crisi dei rifugiati”. Questo cambiamento indica l’importanza della retorica politica sulla percezione del problema da parte degli ungheresi, ora che la presenza di rifugiati in Ungheria è praticamente nulla: mentre a luglio il 50% era sicuro di andare a votare, la cifra è addirittura aumentata al 53% ai primi di settembre.

Cosa dicono i partiti politici?

Il panorama politico ungherese, com’è noto, è dominato da partiti di destra. Tutti e tre (sia la coalizione FIDESZKDNP che l’estrema destra di Jobbik) fanno campagna per il no. Nonostante ciò, i tanti partiti più a sinistra di FIDESZ non sono riusciti a prendere una posizione comune, e tantomeno a fare una campagna coordinata. Almeno due partiti di sinistra (i socioliberali di Együtt e gli ecologisti di PM) ed un nuovo movimento (i liberali conservatori del MoMa) hanno lanciato una campagna di boicottaggio. Alcuni la interpretano come un invito a non votare, mentre altri come un invito a invalidare le schede referendarie. Però, data la definizione abbastanza ristretta di “voto non valido” in Ungheria, alcuni media di sinistra sconsigliano questa tattica. Tra i partiti a sinistra di FIDESZ, il primo ed il terzo per ordine di voti (i socialdemocratici del MSZP ed i verdi del LMP), sono tendenzialmente a favore della campagna di boicottaggio, ma spesso non lo comunicano chiaramente. Nel caso di MSZP, la ragione di questa ambiguità risiede nella crescente preoccupazione per l’arrivo di rifugiati tra un elettorato socialdemocratico generalmente anziano. Solo i liberali dell’HLP fanno una campagna esplicita per il “sì”.

La campagna di boicottaggio
La campagna di boicottaggio di MoMa, Együtt e PM.

Una delle caratteristiche più interessanti della campagna è la presenza dell’MKKP, il “Partito Ungherese del Cane a Due Code”, una sorta di partito-farsa creato nel 2006. Il Cane a Due Code è molto conosciuto principalmente grazie ad alcune campagne contro il governo, ma questa volta – dichiara il fondatore del partito in un’intervista con il Budapest Times – «lo scopo principale è prendere in giro la campagna allarmista del governo mostrando che in realtà si può avere paura di ogni cosa». I manifesti dell’MKKP riportano fatti che vengono spesso taciuti dal governo, ad esempio «Lo sapevi? In Siria c’è la guerra», ma cercano anche di contrastare il clima di paura che accompagna la campagna referendaria con frasi del tipo «Lo sapevi? La vita è bella». Qualunque sia il loro impatto, questi poster sono impossibili da ignorare e sono diventati argomento di conversazione tra molte persone.

Cosa dice la società civile?

I leader religiosi ungheresi oscillano tra le posizioni di Papa Francesco, che ha criticato esplicitamente le misure del governo ungherese su migranti e rifugiati, e quelle del Primo Ministro Viktor Orban. A livello locale, i parroci tendono a non pronunciarsi. Tuttavia, alcuni vescovi hanno cominciato ad esporsi e di recente i quattordici decani della Chiesa Transilvana Riformata (formata prevalentemente dalla minoranza ungherese in Romania) hanno pubblicato una circolare che sostanzialmente si schiera a favore della posizione del governo. Non è una cosa da poco, dato che tutti i cittadini ungheresi hanno diritto al voto a prescindere dalla residenza. Nel momento in cui scrivo quest’articolo, l’Ufficio Elettorale Nazionale conta 274.736 potenziali votanti che non sono residenti in Ungheria.

Infine, ma non per ordine di importanza, i circa 600.000 rom ungheresi sembrano divisi sulla questione referendum, o almeno così pare da due articoli pubblicati nello stesso giorno. Il primo riporta di un’organizzazione anti-immigrati fondata da rom che sostengono come le loro figlie, le loro mogli, ed il loro posti di lavoro verrebbero messi in pericolo dagli immigrati. L’altro articolo riporta invece la storia di alcuni sindaci rom che hanno rifiutato la campagna di odio del governo, e anche i tentativi di un sindaco non-rom di intimidire i suoi concittadini rom sostenendo che l’arrivo dei migranti avrebbe minacciato l’accesso alle prestazioni sociali.

Cosa c’è in gioco?

Almeno nel breve termine, migranti e rifugiati avranno poco da perdere, visto che la maggior parte avrebbe evitato l’Ungheria a prescindere dalla campagna del governo. L’importanza del referendum è tutta di politica interna. Nessuno dubita che vincerà il “no”. La posta in gioco è dunque l’affluenza. Se questa non arrivasse al 50%, sarebbe un vero schiaffo per FIDESZ, che deve proprio alla crisi dei rifugiati la sua popolarità, in crescita dal gennaio 2015. Un plebiscito, invece, legittimerebbe ulteriormente il partito. I partiti di opposizione sostengono che un FIDESZ vittorioso potrebbe passare all’incasso indicendo elezioni anticipate, anziché aspettare la primavera del 2018. FIDESZ non conferma né nega tale ipotesi. Come già detto, il referendum non avrebbe ripercussioni sulle decisioni prese a livello europeo, o almeno non nel breve periodo. Tuttavia, Órban non è l’unico politico europeo con posizioni critiche su migranti e rifugiati. Nel medio periodo la posta in gioco sarà dunque la direzione che l’Unione Europea prenderà sulle politiche migratorie, e sui temi ad esse collegati.

L’articolo originale è stato pubblicato in inglese su Baltic Worlds. Traduzione di Cecilia Vergnano e Andrea Varriale. 

Ricercatore post-dottorale presso il Institute for Regional Studies, Center for Economic and Regional Studies della Hungarian Academy of Sciences (CERS-HAS). I suoi interessi di ricerca riguardano la nozione di "Europa Centrale" e le trasformazioni dalle narrative geopolitiche in Ungheria e in Europa centro-orientale.

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