Il soldato perfetto

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La stagione delle piogge sta iniziando. Gonfie nuvole cariche di pioggia vanno e vengono da Nord, lasciando spazio momentaneamente a timidi raggi di sole. La strada, così come la terra attorno, è di colore rosso, ed il silenzio della campagna è rotto solamente dagli sporadici versi di bufali assonnati a mollo in pozze di fango. Raggiungiamo il campo base dell’associazione Apopo, mentre il sole, pallido, sbuca da dietro una collina proprio di fronte a noi.

In Cambogia, tuttora, si contano milioni di mine antiuomo sparse nel Nord. Un’eredità bellica lasciata dal regime di Pol Pot e da anni di crudele guerra civile. Un dramma umano più che mai vivo e tangibile.

Ancora oggi, a distanza di circa 18 anni dalla fine del conflitto, numerosi contadini, bambini, operai perdono la vita o una gamba (a volte due), calpestando questo  ordigno diffuso costruito per amputare persone, ma non per ucciderle. Esiste anche del bene. La fondazione Apopo importa ratti giganti dalla Tanzania, li addestra per bonificare campi minati e rendere coltivabili piantagioni di riso altrimenti inaccessibili. Come racconta Bunthourn: «Nutrirli costa molto meno rispetto ai cani. Trasportarli col furgone è più facile, sono molto sensitivi e riducono pure l’impatto ambientale». E gli effetti sono visibili. Questi enormi topi marroni scorrazzano avanti e indietro lungo lo spazio minato, fin quando fiutano l’esplosivo, si accovacciano grattando delicatamente la superficie del terreno. E allora capisci. La mina è stata trovata! 

Moch Ban ha le mani grandi da contadino, tipiche di chi lavora la terra e si guadagna da vivere col sudore della fronte. In un giorno afoso del lontano 2002, stava tagliando delle canne di bambù in una foresta a dieci minuti dal suo villaggio. Accidentalmente ha pestato una mina antiuomo e la gamba sinistra è stata tranciata via all’ altezza del ginocchio. «Ricominciare a vivere è stato difficile, cosi come camminare, coltivare l’orto e sostenere la mia famiglia. Ho tre figli e siamo molto preoccupati per loro. Tentiamo ogni giorno di tenerli lontani da quei campi maledetti ma è come impedirgli di giocare. Impossibile».

«Era il 1995, nel pieno della guerra. Mi sono incamminata verso una fattoria a 800 metri da qui». Yut Yuth alza il dito rugoso indicando un punto indefinito al di là del muro in pietra. «Ho calpestato una mina e sono svenuta sul colpo. Dicono che mio fratello mi abbia portato nell’ospedale più vicino dove ho poi trascorso ben quattro mesi per la riabilitazione. Tuttora, per muovermi utilizzo i gomiti perché la protesi è troppo piccola per la mia gamba e non abbiamo soldi per comprarne una nuova». I gomiti di Yut sono gonfi e violacei. Lei e la sua famiglia sopravvivono tenacemente, vendendo frutta di fronte alla loro capanna di bambù.

Piove tantissimo. Un improvvisato fornellino in legno emana un forte odore di riso e banane. Seng Ejch, 41 anni, ci viene incontro tenendosi saldamente ad un bastone e saltellando piano sulla gamba integra. Spesso si lascia andare a contagiose risate che riempiono la foresta di allegria e, guardandola, ti chiedi dove trovi la forza di essere cosi solare. La sua storia è simile alle altre. Nel 1997 è andata a pescare in un fiumiciattolo poco distante, ma lungo il sentiero ha calpestato una mina particolarmente carica di esplosivo. La gamba sinistra è stata tranciata via fino a metà coscia e ancora oggi Seng non può adoperare una protesi in plastica dura per spostarsi, ma solo un semplice bastone da passeggio. Lentamente, sopravvive.

Procediamo lungo un sentiero stretto, fangoso, su rotte così disastrate da non averle mai viste in nessun altro viaggio precedente. L’automobile procede piano e a poche decine di metri di distanza, su entrambi i lati, si stagliano i campi minati in cui lavora giornalmente lo staff dell’associazione Apopo. Cartelli rossi carichi di morte conducono al villaggio più vicino.

Moern Ley ha circa 48 anni, ma ne dimostra venti di più. La durezza del suo sguardo ti si pianta dentro,  all’altezza dello stomaco. Con lei c’è suo nipote Oey Sam Nang, 10 anni, curioso e sempre pronto a calciare noci di cocco o semi di mandorle. Nel 1999, Moern è andata a tagliare la legna in una foresta dietro casa. Pochi passi, azione abituale. Ha perso la gamba destra. Ma ciò che sorprende è la sua rabbia e tenacia. Tuttora continua a spingersi in quei campi letali per costruire nuove ceste di bambù. Come puntualizza lei stessa: «Altrimenti chi manda a scuola mio nipote? Qui siamo lasciati soli e dobbiamo cavarcela tra mille difficoltà».

Molti bambini nelle aree remote della Cambogia, tuttora, non sanno cosa siano le mine antiuomo, anticarro, uxo o cluster bombs. Spesso emergono dai campi con pezzi di bomba o mine nelle mani, ci giocano, le tamburellano con rametti secchi, le lanciano in aria. A volte va bene, altre volte invece la quiete di questi villaggi viene squarciata via da un secco e sonoro BOOM. Il motivo si conosce, ma si spera comunque che la vittima, grande o piccola che sia, abbia perso “solo” una gamba e non la vita.

«Benvenuto in Laos, il paese più bombardato nella storia di tutte le guerre. Un B52 ogni otto minuti per nove anni». La bonifica dei terreni minati in Laos è iniziata venti anni fa, ma non passa giorno che team o associazioni locali non facciano esplodere bombe per rendere coltivabili campi agricoli altrimenti inaccessibili.

Ogni giorno. Solamente un anno fa Kunha ha deciso di intraprendere il difficile e pericoloso lavoro di sminatrice. Timida ma molto sorridente, Kunha ha 21 anni e davanti ad una tazza di tè mi racconta la sua storia: «Sono cresciuta nel mio piccolo villaggio di capanne ed ogni giorno vedevo bombe uxo [ordigni inesplosi, nda.] intorno alle nostre abitazioni. Mio zio, non sapendo niente a riguardo, è rimasto gravemente ferito e così ho iniziato questo lavoro. So che è molto pericolo ma qualcuno deve pur farlo per rendere sicure molte aree intorno a paesini e villaggi». È quasi il tramonto. Lungo la strada per Thakek, sei monaci bambini, vestiti con tuniche sgualcite, pedalano forte utilizzando tre bici malandate. L’aria si colora di arancione e di fantasia. Il sorriso del Laos.

Infine c’è Hol Huoy, un veterano di 56 anni: «Quel pazzo di Pol Pot diceva sempre che una mina è il miglior soldato esistente: non mangia, non dorme e sta sempre all’erta. Ne sono sicuro … quella mina aspettava me». Cronache dagli angoli dimenticati del mondo. L’eredità di un conflitto.

Nato nel 1992 a Fano (PU). Dopo la maturità presso il liceo artistico, con la sua macchina fotografica e il suo quaderno degli appunti ha cominciato a raccontare storie di persone comuni viaggiando qua e là nel mondo e pure in Italia, finora ha attraversato i Balcani, le regioni caucasiche, la Turchia, l'est Europa, il vicino medio-oriente e il sud est asiatico. Localmente porta avanti attività legate all'infanzia come semplici incontri nelle scuole, utilizzando illustrazioni e disegni per spiegare ai più piccoli le tematiche affrontate in viaggio.

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