Shampoo, cioccolata e deforestazione in Perù

di

Il 19 maggio siamo scesi per le strade di Iquitos per manifestare. Al grido di «los bosques no se venden, los bosques se defienden» in piazza sono arrivate qualche centinaia di persone, soprattutto giovani, universitari, scout, ma anche comitati (come il Comité de Agua, uno dei promotori della manifestazione), cittadini comuni e molti agricoltori di Tamshiyacu, un piccolo paesino a mezz’ora di barca da Iquitos il cui nome negli ultimi anni è stato associato soprattutto alla lotta contro la deforestazione.

«Questo è il posto con il minor costo al mondo per la produzione del cacao» aveva detto Dennis Melka puntando con il dito la mappa del Perù che era proiettata nello schermo. Era un pomeriggio di maggio del 2015 e l’impresario statunitense, già denunciato per la deforestazione di più di 13mila ettari di bosco, parlava a un gruppo di investitori in Inghilterra. «Abbiamo terre senza limiti, manodopera a basso costo, zero tasse e il miglior bosco e le migliori qualità di cacao», aggiunse. Poi spiegò che la sua impresa Cacao del Perù Norte operava nella località di Tamshiyacu, dove è proprietaria di 3mila ettari di terreno, e assicurò che qualsiasi investimento fatto con lui era più che garantito. Alla fine dell’esposizione il pubblico applaudì soddisfatto.

Il signor Melka è noto per la sua capacità di sviluppare piantagioni dalla gran redditività in Paesi con leggi lascive. Asian Plantations, l’impresa che fondò nel 2008, è proprietaria di una piantagione di palma da olio di 20.000 ettari in Malesia. Oggi uno dei soci di Melka è Bill Randall, fondatore della Pacific Agri. Insieme hanno creato la United Cacao Limited, impresa che attraverso la controllata Cacao del Perù Norte, ha deforestato la foresta a Tamshiyacu per farne una piantagione di cacao.

Non solo Melka aveva puntato quel dito sul Perù: dal 2007 alcune imprese operanti in Malesia, hanno cercato di negoziare con le autorità peruviane l’acquisto di grandi porzioni di terreno amazzonico. La Malesia, infatti, è il secondo produttore mondiale di palma da olio ma oggi affronta un problema della scarsità di suolo: si prevede che la disponibilità di territori coltivabili terminerà nel 2020. Una di queste è la Sime Darby, considerata la terza azienda più importante al mondo nel settore: chiedeva la garanzia di poter disporre di 100.000 ettari per coltivazioni agroindustriali nella Amazzonia, ma i negoziati si bloccarono davanti alla resistenza della maggioranza dei governi regionali.

Dennis Melka fu più astuto: creò un insieme di 25 compagnie con le quali cominciò a tessere accordi con i governi regionali di Loreto e Ucayali. Queste compagnie furono create con un capitale sociale di 1000 soles (353 dollari al cambio del 2010, data di creazione delle compagnie) e oggi valgono insieme circa 200 milioni di soles (oltre 70 milioni di dollari). Nel 2010, Melka cominciò a chiedere al governo regionale di Loreto di potersi aggiudicare oltre 100mila ettari con l’obiettivo di creare piantagioni di palma da olio. In alcuni casi le aree richieste si sovrapponevano a zone di foresta vergine o zone protette, come quelle a ridosso della riserva nazionale Allpahuayo Mishana che ospita i boschi con più biodiversità al mondo con più di 300 specie di alberi differenti a ettaro. Fu questo uno dei motivi che spinse il governo regionale di Loreto a rifiutare le sue proposte.

A inizio 2013, Melka cambiò strategia, modificò il nome della compagnia, creando così la Cacao del Perù Norte e cominciò a cercare proprietari di grandi terreni agricoli disposti a vendere. Nelle zone di Tamshiyacu, alcuni dei proprietari possedevano 50 ettari l’uno grazie al decreto legislativo 838/1996, che alla fine del conflitto tra il governo ed i guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso aveva in sostanza permesso a emigranti interni e beneficiari della riforma agraria di acquisire le terre senza alcun pagamento. Questi, non essendo agricoltori, in molti casi non utilizzavano il terreno. Fu facile per l’impresa convincerli a vendere al prezzo folle di 100 soles all’ettaro, come dire 3 metri quadri di foresta per meno di un centesimo di euro. Altri però non volevano vendere perché semplicemente non ne avevano bisogno: il bosco donava loro frutta e animali per cibarsi e corsi d’acqua per rilassarsi e farsi un bagno. Con loro l’impresa applicò una tecnica diversa. «Mi dissero che se non vendevo, lo Stato mi avrebbe tolto il terreno perché non avevo seminato in tutti i 50 ettari. Non conoscendo la legge nel dettaglio accettai di vendere. Poi capii che mi avevano ingannato». Queste le parole di un agricoltore che, insieme ad altri 19, vogliono denunciare la compagnia per averli indotti a vendere. Altri hanno denunciato che le loro proprietà sono state deforestate senza permesso e quindi a loro non è restata altra scelta se non vendere, così come chi si è trovato completamente circondato da terreni di proprietà dell’impresa. 

Grazie a questi stratagemmi, in poche settimane la compagnia si trovò proprietaria di 3mila ettari di terreno, molti dei quali ricoperti di alberi. Dovevano “pulire” il terreno per piantare cacao e così, senza avvisare nessuno né chiedere alcun permesso, furono deforestati oltre 2mila ettari di bosco primario, che non era mai stato tagliato prima nella storia. Un bosco raro e particolarmente prezioso da un punto di vista sia naturalistico che economico. È stato calcolato che la comunità di Tamshiyacu ha perso più di 55 milioni di soles (quasi 15 milioni di euro) a causa di questa deforestazione. Mentre l’impresa guadagna ogni anno 22.000 soles (5.874 €) a ettaro, dopo aver comprato il terreno a 100 soles al metro quadro.

La stessa strategia utilizzata nella regione di Loreto fu poi applicata nella regione di Ucayali. In entrambi i territori l’impresa possedeva, già nel 2014, circa 15mila ettari di cui quasi 14mila vennero deforestati durante l’anno successivo: 2.126 a Tamshiyacu (Loreto) e 11.750 a Nueva Requena (Ucayali).

Nonostante le molte denunce di ONG e comitati di agricoltori, il blocco al taglio di vegetazione imposto da una risoluzione della Direzione Generale di Problemi Ambientali e Agrari a settembre 2015 e da una nuova misura cautelare del nono giudice costituzionale di Lima a marzo 2016, i piani di espansione delle imprese di Melka non sembrano arrestarsi. Gli agricoltori di Tamshiyacu assicurano che le richieste di acquisto dei terreni continuano.

Oltre al progetto di Cacao del Perù Norte, cinque imprese di Melka hanno iniziato le pratiche per altri cinque progetti nella zona, questa volta per delle piantagioni di palma da olio, per un totale di oltre 45mila ettari, un’area grande come Il Cairo. Queste nuove acquisizioni lasciano presagire che a Tamishiyacu si stabilirà la piantagione di palma da olio più grande del Perù, oltre alla già citata piantagione di cacao.

I piani di espansione di Melka
I piani di espansione di Melka

Nulla sembra poter fermare Melka ed è per questo che lo scorso 19 maggio  le strade di Iquitos si sono riempite di gente. La maggior parte della popolazione non è cosciente di quanto stia succedendo a Tamshiyacu nonostante sia alle porte dalla città ma è anche per questo che si organizzano marce e manifestazioni: per sensibilizzare tutti sul tema.

L’arrivo di un’impresa con progetti di questo tipo, non è da valutarsi solo in termini di terreni disboscati. L’impossibilità di cacciare, di raccogliere frutta e legna, insieme all’enorme contaminazione dei corsi d’acqua tradizionalmente utilizzati per la pesca e per lavarsi  rappresentano conseguenze molto più dirette che pesano sulla vita quotidiana delle persone e delle comunità che abitano quei luoghi. Inoltre, come ci insegna l’esperienza degli ultimi decenni, con l’arrivo delle imprese di petrolio nelle comunità della foresta amazzonica, anche l’impatto sociale dell’arrivo di centinaia di lavoratori esterni in una piccola comunità causa l’aumento di uso di alcol, delle violenze e una forte crescita di prostituzione.

Comitati in marcia a Iquitos
Comitati in marcia a Iquitos

La lotta a Tamshiyacu è una lotta in difesa dell’ambiente, dell’Amazzonia e della sua biodiversità. Un dato su cui riflettere, andando avanti di questo passo nel 2050 avremo disboscato un terzo della foresta amazzonica. Ma è anche una lotta per il diritto al territorio di quelle piccole comunità che troppo spesso, in Perù, come nel resto del mondo, viene schiacciato in nome degli interessi privati dei grandi capitali.

Ed è la lotta anche di Ruperto Vasquez, dipendente del comune di Tamshiyacu, che è stato licenziato in seguito alla sua partecipazione alla marcia di protesta di giovedì. A lui e alla sua famiglia va la nostra solidarietà, coscienti che questo non fermerà la battaglia per la difesa dei diritti della foresta e della popolazione di Tamshiyacu.

Laureato in ingegneria per l'ambiente ed il territorio all'università di Padova, ha lavorato per alcune aziende venete nel campo delle energie rinnovabili, ricoprendo il ruolo di responsabile dell'area tecnica. Amante dei viaggi e di natura curioso verso nuove culture. Attualmente sta svolgendo il servizio civile nazionale all'estero a Iquitos, Perù, nel mezzo della foresta amazzonica. Lavora in difesa dell'ambiente e dei diritti delle popolazioni indigene.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Articoli

Torna SU