Brexit: la vittoria di Pirro della gente comune

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Tra i tanti articoli e titoli che ho letto per cercare di capire ciò che era appena successo uno mi ha colpito particolarmente. L’istituto di ricerche YouGov, che prima del referendum aveva previsto una vittoria del remain, titolava: «Un’affluenza inaspettatamente alta nelle aree del leave ha spinto la campagna verso la vittoria». Già in molti hanno fatto notare quanto il referendum dello scorso 23 giugno abbia rivelato l’immagine di un Paese profondamente diviso lungo confini di età, classe sociale e livello di educazione, con i “perdenti” della globalizzazione da una parte ed i “vincitori” dall’altra. Benché preoccupanti, questi dati non sono particolarmente sorprendenti per chiunque negli ultimi anni abbia seguito la politica britannica ed europea.

Quello che mi ha fatto riflettere è, più che altro, quest’idea che il referendum sul Brexit abbia portato alle urne molti (troppi?) “votanti inaspettati”. Secondo me questo rivela uno degli aspetti più sconcertanti della campagna referendaria: il fatto che molte persone (più di quante i sondaggisti siano riusciti a prevedere) si siano riavvicinate alla politica. Una campagna ampiamente giudicata odiosa, xenofoba e basata sulla disinformazione è riuscita a catturare l’immaginario politico di persone che i maggiori partiti politici avevano più o meno esplicitamente dato per perse. Questi “votanti inaspettati” provengono da comunità solitamente considerate disinteressate alla politica, viste al massimo come beneficiari passivi di politiche del welfare più o meno generose e, specialmente negli ultimi anni, denigrate dai media come gli undeserving poor, i poveri “immeritevoli” che sottraggono le risorse dello Stato.

Anche se alcuni potrebbero essere tentati di trascurare questo dato, dipingendo queste comunità come irrimediabilmente ignoranti e razziste, credo che questo non ci aiuterebbe a capire quello che è appena successo. Il trionfalismo del leader dell’UKIP Farage sulla “vittoria della gente comune” è certamente una mossa cinica da parte sua, ma i sentimenti che evoca sono qualcosa con cui bisogna fare i conti. Cos’è successo? Perché questa “affluenza inaspettata”? Chiaramente non c’è una risposta semplice (o univoca) a questa domanda. Qui non pretendo offrire una spiegazione completa delle ragioni della vittoria del Brexit, ma piuttosto una riflessione che spero possa essere l’inizio di una conversazione più lunga.

Il sogno che la campagna del leave ha venduto con successo è, tutto sommato, un sogno piuttosto vago: una Gran Bretagna che è di nuovo great, che controlla i propri confini, che si riprende il potere dagli anonimi burocrati di Bruxelles, che è di nuovo indipendente. Nelle settimane precedenti al referendum innumerevoli articoli hanno confutato la maggior parte delle argomentazioni del leave e denunciato la vuotezza e il sottofondo razzista della campagna. Tuttavia, in un Paese in cui molte persone si sentono disconnesse dal potere, marginalizzate da un processo democratico che sembra lavorare contro di loro, e da partiti politici che sembrano sempre parlare per qualcun altro, questi slogan vacui sono straordinariamente potenti. La loro stessa vaghezza è la loro forza, tanto che diversi elettori hanno potuto leggervi i propri reclami e le proprie speranze (no, quelli che hanno votato Brexit non sono una massa indistinta di razzisti).

Certo, xenofobia e nostalgia dell’impero (vedi i riferimenti costanti al “rafforzamento dei rapporti con il Commonwealth”) sono stati una componente importante e per molti versi centrale all’appeal della campagna per il leave. Ma lo sono stati anche l’insoddisfazione con la situazione abitativa, la disoccupazione, i salari bassi, i tagli al welfare, i problemi in seno all’educazione e la sanità pubbliche, l’incertezza per il futuro, e la sensazione generale che il progresso e la prosperità celebrate da successivi governi fossero per “loro” e non per “noi”. Brexit ha offerto a coloro che si sono sentiti lasciati indietro la possibilità di manifestare la propria frustrazione in una  maniera che non potesse essere ignorata.

Questo è il motivo per cui il campo del leave ha potuto presentare il referendum, e in molte parti di Inghilterra e Galles festeggiarne il risultato, come il risveglio (e la vendetta) della “gente comune”, delle masse marginalizzate, contro le élite che hanno perso contatto con la realtà. Sebbene questo sia un classico della retorica populista e c’è poca speranza che questa mobilitazione possa risultare in scelte politiche progressiste che diano davvero potere ai cittadini e migliorino le condizioni di vita coloro che stanno peggio, il messaggio di malcontento e di sfida è chiaro. Ora possiamo solo sperare che i conservatori e (soprattutto) il partito laburista non siano troppo distratti dalle loro lotte intestine per recepire il messaggio. Una cosa è certa: questa vittoria (di Pirro) della “gente comune” è uno brutto risveglio per quelli tra noi che pensavano che una ri-mobilitazione di massa sarebbe avvenuta sotto la bandiera social-democratica.

L’articolo originale, in inglese, è stato pubblicato su canterburypolitics.wordpress.com. L’immagine di copertina è del lavoro di Paul Graham “Beyond Caring” (1984-85). 

Ha studiato Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze, seguito da un Master in Politics, Security and Integration presso lo University College London. Dopo aver ricevuto un dottorato da University College London ora insegna Scienze Politiche alla Canterbury Christ Church University. Si occupa di rappresentanza democratica e politiche sulle minoranze.

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