Fiat-Chrysler in Messico: diritti sindacali in rottamazione

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Sono le sette del mattino del 16 aprile 2014 a Monclova, un municipio di Coahuila, uno degli Stati messicani che a nord confinano con il Texas. Sessanta operai del primo turno della Teksid Hierro de México, una filiale dell’impresa italiana del gruppo Fiat Chrysler Automobiles (FCA) con sede a Carmagnola, stanno alzando due barricate davanti all’ingresso per occupare lo stabilimento insieme ai compagni del turno di notte.

«La gente era arrabbiatissima, però non sapeva come comportarsi» ha affermato una delle lavoratrici leader del movimento. Lo sciopero più che il risultato di un’attenta riflessione o di una strategia politica, segnala un momento di rottura: il superamento della soglia della tolleranza dei lavoratori e  della paura che fino a quel momento li aveva costretti a sopportare gli abusi dell’impresa. I 1200 operai della Teksid di Monclova, infatti, hanno turni estenuanti di dodici ore al giorno, per sei giorni a settimana, con un salario inferiore a quattrocento euro al mese. Inoltre affrontano processi produttivi complessi e faticosi senza le attrezzature di sicurezza e gli strumenti necessari.

«Lì ti obbligano. Tutti i giorni dalle sette alle sette. Ti obbligano a venti ore di straordinario alla settimana ed è contro la Legge Federale del Lavoro!», dichiarano alcuni operai. «Non si prendono cura della nostra salute: quando hai un incidente non ti mandano alla mutua, ti mandano in magazzino fino alla fine del turno, così non devono pagare l’infortunio», dicono altri. Per le donne, vittime delle molestie sessuali dei superiori, la situazione è ancora più difficile. Uno degli operai con maggiore anzianità nello stabilimento racconta gli abusi sulle sue colleghe: «Alcune hanno sofferto abusi sessuali da parte di responsabili di linea. Io li ho visti. Ci sono diverse compagne che mi hanno mostrato messaggi di Facebook in cui gli stessi capi le chiedevano quanto volevano per andare a letto con loro, le chiedevano foto che le ritraggono nude. Durante il turno di notte, l’ho persino visto, uno dei responsabili: si è insinuato alle spalle di una signora e la molestava mentre lavorava in linea, e non era la prima volta. Le chiedeva quanto voleva per prostituirsi! Sono i superiori che fanno queste cose e le continuano a fare. Fino ad oggi nessun caso di molestie sessuali, anche quando sono stati denunciati, è stato punito».

Sfruttati a contratto

Nella Teksid Hierro de México la precarietà e l’impotenza dei lavoratori è strutturata istituzionalmente da irregolarità contrattuali e dall’assenza dei sindacati. «Secondo la legge, dopo aver lavorato sei mesi ottieni un contratto a tempo indeterminato, però l’impresa continua a dirti che sei precario e continua a rinnovarti contratti mensili  o semestrali. A volte non ti chiedono neanche di firmarli», ha spiegato un’operaio impiegato da oltre tre anni con contratti temporali della durata di trenta giorni. E continua: «Il sindacato li protegge, non ti difende, non gli dice: “Sta lavorando da più di sei mesi, deve essere assunto a tempo indeterminato!”. Tutti dovremmo conoscere il contratto collettivo ed il regolamento interno di lavoro, ma non ce l’hanno mai mostrato, anche se è un nostro diritto. Anche quando glielo abbiamo chiesto ce l’hanno negato, sia l’impresa, che il sindacato, e anche la Junta Local de Conciliación y Arbitraje (il tribunale del lavoro, nda.) dove sono depositati. Poi ti accusano di non aver eseguito correttamente il regolamento: ma dov’è il regolamento? Come faccio ad infrangere una regola che non conosco? Il fatto è che l’impresa ed il sindacato sono alleati. La Junta, il sindacato e l’impresa sono una mafia, si sostengono a vicenda, al di fuori di qualsiasi accordo legale».

Teksid
Lo sciopero degli operai Teksid

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha spinto all’esasperazione gli operai della Teksid è stata la riduzione di oltre il 50% delle utilità, una prestazione stabilita dalla costituzione messicana, che consiste nella distribuzione fra gli operai del 10% del guadagno annuale dell’impresa. Nel 2014 la Teksid ha offerto 370 euro contro i 790 euro dell’anno anteriore, nonostante la crescita della produzione. I lavoratori hanno iniziato a riunirsi autonomamente in assemblee clandestine durante il turno di notte, per organizzare una risposta alla negazione fraudolenta di un diritto costituzionale: «Era tutto illegale: lo facevamo da soli, per noi, perché il sindacato non sapevamo neanche che esistesse».

Sabato 19 aprile, tre giorni dopo l’inizio dello sciopero, l’adesione è integrale. 1200 operaie ed operai stavano occupando lo stabilimento, reclamando, oltre che la distribuzione delle utilità, il cambio sindacale, la reintegrazione dei lavoratori licenziati il durante il primo giorno, il pagamento delle giornate di sciopero e il licenziamento dei responsabili dell’ufficio di risorse umane. Una rete di solidarietà spontanea, composta dai familiari dei lavoratori e dalla popolazione locale, ha offerto alimenti, consulenza ed appoggio logistico al movimento.

«È iniziata la rivoluzione!»

«Fai conto che è iniziata la rivoluzione! Sono stati pochi giorni, ma giorni di un coinvolgimento straordinario» racconta una delle operaie, descrivendo con entusiasmo l’improvvisa esplosione di un movimento compatto e radicale. Il carisma e l’attitudine dei membri del movimento hanno presieduto all’elezione della delegazione composta da otto operaie ed operai che ha partecipato al tavolo di negoziazione organizzato presso il tribunale del lavoro. Tuttavia, dopo l’incontro, sia l’impresa, sia il sindacato sia il tribunale hanno mostrato il volto violento di un gruppo di interessi impegnato a mantenere i propri privilegi: all’uscita dal tribunale i lavoratori hanno trovato cento picchiatori armati di spranghe e bastoni che li hanno aggrediti intimandogli di desistere dalla lotta. «Quando eravamo li – racconta uno dei delegati – è entrato il presidente del tribunale e ci ha detto: muovete i furgoni no? Perché li avete parcheggiati qui di fronte e deve arrivare un TIR. Non potete metterli qui dietro? E noi siamo usciti a spostare i furgoni. Quando siamo usciti di nuovo, alla fine dell’incontro, nel parcheggio c’erano i picchiatori e le pattuglie della polizia erano sparite».

Le vittime dell’aggressione hanno riconosciuto e denunciato fra i picchiatori alcuni membri della Confederación de Trabajadores de México (CTM), sindacato titolare del contratto collettivo, e alcuni lavoratori degli Altos Hornos de México (AHMSA), una fonderia di Monclova tra le più grandi dell’America Latina. Già in passato alcuni lavoratori impiegati presso AHMSA hanno denunciato le pratiche attraverso cui vengono reclutati i picchiatori nelle linee di montaggio: «Sono sempre gli stessi, quelli di Risorse Umane gli pagano la giornata o qualcosa in più, e gli danno marijuana e cocaina».

Nonostante l’aggressione i lavoratori della Texid hanno deciso di resistere e tornare dai compagni per continuare lo sciopero. Grazie alle pressioni esercitate della rete globale di Sindacati di Fiat-Chrysler (mai riconoscita da Marchionne) e di IndustriALL Global Union, i lavoratori hanno ottenuto un nuovo tavolo di trattative e la firma di un accordo con l’impresa, il sindacato e il tribunale del lavoro che prevede: la distribuzione delle utilità secondo la legge, la  reintegrazione dei lavoratori licenziati durante lo sciopero, il ritiro della denuncia contro gli operai e le operaie in sciopero, l’impegno a non intraprendere rappresaglie.

Teksid Hierro de México (Monclova-Coahuila)
Teksid Hierro de México (Monclova-Coahuila)

Questa notizia ha spinto gli operai di altre due imprese della zona a scioperare: Gunderson-Gimsa, nata nel 2007 dall’associazione fra il gruppo statunitense Grienbrieer Companies ed il Grupo Industrial Monclova, dove 2.800 lavoratrici e lavoratori sindacalizzati da CTM, producono vagoni ferroviari che esporta mondialmente soprattutto negli Stati Uniti; Pytco, fondata nel 1998 da un gruppo di industriali messicani, che produce tubi e profilati di acciaio per il mercato canadese, statunitense, europeo e latinoamericano. Dopo una settimana di scioperi anche i movimenti operai delle due imprese hanno ottenuto gli stessi accordi firmati dai loro compagni della Teksid. 

Un sistema industriale criminale 

A distanza di due anni, gli accordi non sono stati rispettati in nessuno dei tre stabilimenti, con l’esclusione della distribuzione delle utilità: già durante lo sciopero di aprile 2014 i contratti collettivi furono riconfermati alla CTM senza votazione e attraverso una procedura completamente estranea alla legge, che manifesta nuovamente l’alleanza fra imprese, sindacato e tribunale del lavoro, depositario e firmatario degli accordi. Nel frattempo oltre 600 lavoratori sono stati licenziati nelle tre imprese e le aggressioni violente contro i membri del movimento non sono mai cessate. Inoltre, i licenziati sono stati  registrati come “sovversivi”, precludendogli l’accesso all’impiego in qualsiasi altro stabilimento della zona e costringendo le loro famiglie  a una situazione di povertà estrema. «Quando uno viene registrato come sovversivo, a partire dal giorno seguente non può entrare in nessuna impresa. Alcuni compagni di altre fabbriche ci hanno detto che durante alcune riunioni i delegati sindacali hanno proiettato le nostre foto, dicendo ai compagni che non dovevano avvicinarci per nessuna ragione, perché siamo dei corrotti, destabilizzatori, ladri e violenti».

Ma le irregolarità non sono cessate con il licenziamento: gli assegni di liquidazione sono stati calcolati arbitrariamente (fino a 2.500 euro per alcuni, solo 20 euro per altri) negando agli operai la possibilità di avvalersi di consulenza legale. «Quando ho chiesto una copia dell’assegno di liquidazione per chiedere una consulenza legale mi hanno risposto di no, non mi hanno voluto dare nessuna copia. Non mi è sembrato corretto, perché c’è un detto che dice: “Chi non ti deve niente, non ha paura”. In quel momento ho cominciato a sospettare».

Nonostante tutto, oggi gli operai della Teksid Hierro de México hanno costruito un’alleanza con i loro colleghi di Gunderson-Gimsa e Pytco. A Monclova poco meno di 5.000 operai, stanno lottando da oltre due anni per il diritto ad una votazione democratica del sindacato. Con l’appoggio del Sindicato Nacional de Trabajadores Mineros, Metalúrgicos, Siderúrgicos y Similares de la República Mexicana (Sindicato Minero) il 19 settembre del 2014 hanno intrapreso una causa contro le tre imprese e la CTM. Ma da ormai un anno il tribunale del lavoro ostruisce il legale svolgimento del processo, favorendo la conservazione delle geometrie di potere fra impresa e sindacato subordinato.

Operai Pytco al tribunale del lavoro
Operai Pytco al tribunale del lavoro

Per gli operai della Teksid Hierro de México la situazione è particolarmente delicata. Con l’avvicinarsi della votazione per la titolarità del contratto collettivo sono aumentati gli episodi di violenza e repressione, spesso incaricati ai gruppi di narcotrafficanti capillarmente presenti sul territorio di questa regione di frontiera. Ad oggi, la gestione dei rapporti di lavoro nella Teksid Hierro de México ed in altri stabilimenti di Fiat-Chrysler Automobiles della Repubblica Messicana, insieme all’assoluta mancanza di partecipazione democratica dei lavoratori e alle strategie violente e criminali di gestione del conflitto, sono oggetto di una negoziazione tra l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) delle Nazioni Unite ed il Ministro del Lavoro messicano. Anche le maggiori sigle sindacali italiane del settore metallurgico e metalmeccanico FIOM-CGIL e FIM-CISL sono in contatto diretto con gli operai e le operaie della Teksid Hierro de México con l’obbiettivo di creare sinergie fra le organizzazioni e spingere l’amministrazione di FCA a una presa di posizione rispetto alle rivendicazione dei lavoratori.

Pratiche di lavoro ed esperienze di lotta in Fiat Chrysler Automobiles

Il prossimo giovedì  WOTS ha organizzato presso il Campus Einaudi di UNITO un incontro tra ricercatori, sindacalisti, lavoratori italiani, messicani e turchi su Pratiche di lavoro ed esperienze di lotta in Fiat-Chrysler Automobiles. Le operaie e gli operai di Teksid Hierro de México saranno presenti in video-conferenza. 

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