La sfida neomunicipalista di Ada Colau a Barcellona

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Il rinnovamento democratico. La partecipazione. Il risanamento delle istituzioni. Il grido “Sí, se puede”. È nel municipalismo che Barcelona en Comú ha individuato l’unica opzione possibile. L’ente di prossimità.  L’azione concreta come antidoto per incidere nella società e praticare il cambiamento: azioni di cooperazione dal basso, mutualismo, lavoro territoriale. Non si ipotizzano rivoluzioni dall’alto, ma si incita a “pensare facendo”, riecheggiando lo storico “camminare domandando” degli zapatisti.

«Il processo elettorale nasce in un contesto di rivoluzione democratica. Dobbiamo esserne orgogliosi: in altri Paesi la risposta è stata di tutt’altro segno», ha dichiarato Ada Colau. Il municipalismo è storicamente il luogo di rottura dal basso, dove la politica è più vicina alle persone, ha a che fare con la qualità della vita. La piazza è la culla della democrazia.

Il libro “Perché i sindaci dovrebbero governare” di Benjamin Barber ci racconta l’enorme affinità di quattro primi cittadini che amministrano città lontane tra loro come Shangai, Helsinki, Barcellona, Johannesburg. Quando si riuniscono, invece, i quattro capi di Stato delle rispettive città faticano ad entrare in sintonia, dovendo affrontare problematicità differenti. In un mondo su più livelli, gli enti locali occupano l’ultimo posto, vittime di tagli draconiani e politiche di austerity, mentre l’ambito locale finisce per essere il più globale. E importante. «È necessario un maggiore decentramento per dare potere ai municipi» – afferma il politologo Joan Subirats – «Va totalmente rovesciata la piramide e bisogna ripartire dai nostri territori». Le nostre metropoli, intese come lo spazio della resistenza e dell’invenzione di nuove forme di vita, libere e tendenzialmente egualitarie. Il luogo dove proliferano conflitti sociali nuovi, forme di cooperazione mutualistica, iniziative culturali indipendenti.

Da Porto Alegre a Barcellona

Già all’inizio degli anni Duemila, sulla scorta del laboratorio di Porto Alegre in Brasile, si erano avviati discorsi simili ed esperienze di partecipazione all’interno degli enti locali di molti Paesi del mondo. Sotto il nome di “nuovo municipalismo” si era fatta strada l’idea che processi partecipativi che coinvolgessero attivamente la cittadinanza potessero riformare “dal basso” le logore istituzioni locali. Oggi si constata che quel progetto di riforma ha subito nel tempo una battuta d’arresto. E bisogna riformularlo e rilanciarlo.

Quello di Barcellona più che un “modello” sarebbe uno straordinario exemplum, perché in grado di sovvertire l’ordine dei ruoli assegnati. Come quelli che arricchiscono le pagine spinoziane dell’Ethica. Un qualcosa in divenire. Alla crisi di paradigmi tradizionali se ne ricercano di nuovi, al massimo influenzati – in maniera indiretta e contestuale – da esperienze internazionali.

Con la crisi economico-finanziaria che si è avviata nella seconda metà del 2007, assistiamo ad un profondo processo di espropriazione della decisione politica da parte delle istituzioni a danno dei cittadini. Dal principio di sussidiarietà, quindi, discende la necessità di un potenziamento del ruolo dei cittadini, di un loro empowerment, in quanto, uscendo dallo schema tradizionale che contrappone cittadini e pubblica amministrazione ed entrando nello schema sussidiario, i cittadini sono riconosciuti come parte delle amministrazioni territoriali e locali. Si cerca il modo per riattivarli nell’era della disaffezione più completa alla politica e degli elevati tassi di astensionismo.

Il nuovo municipalismo di Barcellona aspira proprio a mobilitarsi insieme alla cittadinanza e a risolvere alcuni questioni rimaste irrisolte a livello nazionale. Ada Colau, nei suoi discorsi, prende l’esempio della violenza sulle donne: «È un tipo di violenza che produce decine di omicidi all’anno nel nostro Paese» – afferma la sindaca – «se queste morti riguardassero un qualsiasi tipo di attività politica staremmo già parlando di terrorismo e avremmo tutto il Paese in mobilitazione. Ma siccome si tratta di violenza maschilista non succede nulla. Qui vediamo come lo Stato sia fallito, non sia in grado di rispondere. Al contrario, tra la cittadinanza e tra i nuovi municipalismi, questo tema è sempre più discusso e non è un caso». Lo stesso succederebbe per i rifugiati o per quella democrazia che ignora la corruzione endemica al sistema o nega la trasparenza. «Si sta portando avanti attraverso l’autorganizzazione e la cooperazione» – aggiunge Colau – «con forme e processi che sfidano un determinato modo di fare. Tutto ciò storicamente veniva fatto fuori dalle istituzioni ma adesso inizieremo a farlo anche all’interno. Alla fine ciò che conta sono gli obiettivi e le modalità di perseguirli».

I beni comuni: cogestione e partecipazione reale

Si va oltre l’idea del governo illuminato o dei singoli meriti dei governanti per mettere in atto un serio decentramento delle decisioni. L’obiettivo dichiarato è svuotare il Palazzo del Comune dal potere che invece si deve affermare come diffuso nella società. Aprire a forme di cogestione e partecipazione reale. In tal senso, il nome di Barcelona en Comú fa chiaro riferimento alle esperienze sui commons. L’Italia, in questo, ha aperto la breccia. Sono stati influenzati dalla vittoria nostrana per l’acqua pubblica o dai pensatori Ugo Mattei, Stefano Rodotà e Luigi Farrajoli. Così come Benkler in campo tecnologico o, più in generale, dal populismo teorizzato da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Una delle correnti di Barcelona en Comú ha una tradizione “autonoma” e negriana e viene da Uninomade, che si era radicata da tempo in alcune realtà, come l’Ateneu Candela nella vicina città di Terrassa. Joan Subirats, insieme a Marco Berlinguer, Javier Toret ed altri, erano stati tra i primi a parlarne in Catalogna, mettendo in piedi la “Scuola dei beni comuni”. In prima battuta l’idea fece storcere il naso a molti, ma poi la situazione cambiò radicalmente. «L’orizzonte neomunicipalista non può prescindere da un approccio federativo integrale che sia, al tempo stesso, caratterizzato da forti contenuti di eguaglianza sociale», dice lo storico del pensiero politico ed attivista Beppe Caccia. In Barcelona en Comú, ci aiuterebbe il gioco delle maiuscole tra il/la Comune (nella sua duplice valenza di istituzione locale originaria e di rinvio alla rottura rivoluzionaria) e il concetto di “comune”. «Nel ricco e rinnovato dibattito degli ultimi anni sui beni comuni» – prosegue Caccia – «il contributo tra gli altri di autori come Hardt e Negri ha maturato una definizione che supera ogni equivoco naturalista e organicista: comune è la produzione collettiva e moltitudinaria di realtà, materiale e immateriale, che precede la sua appropriazione, privata o pubblica (cioè statuale) che sia. E qui è la stessa nozione di democrazia ad essere sfidata, teoricamente e praticamente. Se vogliamo azzardarne una brutale sintesi, democrazia oggi non può che essere la decisione politica collettiva, dei molti, su ciò che è comune. E, in questo senso, il neomunicipalismo comporta un tentativo di radicale reinvenzione della democrazia».

L’istituzionale non deve necessariamente sfociare nel pubblico. La trasformazione è collettiva e sociale. Anche i testi di John Holloway sullo Stato post-fordista sono manuali fondamentali per il popolo di Barcellona. L’idea è quella di rompere la dicotomia privato/pubblico. Una realtà binaria (Stato/mercato) artificiosamente naturalizzata dalla retorica dominante.

Gli ultimi decenni, con il trionfo del liberismo e del cosiddetto “pensiero unico”, si sono svolti all’insegna della privatizzazione di tutto l’esistente – persino dell’aria, con le quote di emissione – e della stigmatizzazione di tutto quanto è comune o condiviso. Ma la musica sta cambiando e deve cambiare. In ogni caso la difesa dei beni comuni, che oggi è il denominatore comune di tanti conflitti sociali, non si configura come un ritorno al passato, quando non tutto era ancora mercificato e per questo “privatizzato” in nome di un progresso che identifica efficienza e profitto. Certo, in molti casi – i più tipici sono quelli dell’acqua o delle aree protette – la difesa dei beni comuni si presenta a prima vista come una lotta contro la “novità” della loro privatizzazione. Però è fin da subito evidente che l’esito di una difesa del genere non può essere un ritorno alla situazione precedente. Il bene “comune” verrà salvaguardato come tale solo se per esso si riuscirà a sviluppare una forma di gestione completamente nuova; sotto il controllo, anche se parziale e condiviso, e proprio per questo soggetto a continue revisioni, di coloro che si sono battuti contro la sua appropriazione privata, o di coloro che hanno accettato di rinunciare ad essa. La soluzione non può essere ridotta a un trasferimento del bene sotto il controllo dello Stato. La proprietà “pubblica” di un bene comune, soprattutto se intesa come proprietà dello Stato o di una sua articolazione territoriale, non offre di per sé alcuna garanzia di partecipazione, di condivisione, di comunanza, tra coloro che dovrebbero esserne i beneficiari.

Oltre il municipio

Un altro principio cardine sperimentato da Barcelona en Comú consiste nella rifondazione dello spazio pubblico. Il nuovo paradigma è rappresentato dai commons e quindi bisogna riformulare le intere categorie novecentesche. Non a caso il 15 e 16 aprile si è organizzato a Barcellona un meeting internazionale dal titolo “Rafforzare i beni comuni a partire dal municipalismo”. Una due giorni che si è articolata attorno a cinque laboratori (“Ricomunalizzare i servizi di interesse pubblico”, “Il cooperativismo come progetto socioeconomico”, “Prima la casa”; “Coproduzione e co-esecuzione di politiche pubbliche da parte della cittadinanza: esperienze, sfide e difficoltà” e “Comuni urbani e spazio pubblico”), a cui hanno partecipato diverse realtà sociali e del mondo dell’associazionismo. Si tratta qui di abbandonare definitivamente certe illusioni “partecipative”, che pure avevano accompagnato l’ondata municipalista dei primi anni Duemila. Altro che procedure formali di consultazione, in gioco è, invece, su che cosa, come e soprattutto chi decida. È questa l’eredità delle piazze del 2011, del ciclo di lotte del 15M, delle acampadas e poi delle mareas.

Nella giunta di Colau è evidente che il cambiamento non passa soltanto per un nuovo municipalismo, ma che bisogna intervenire anche sui piani alti. Nei luoghi dove si detiene il potere reale, quello finanziario. Un lavoro, quindi, su un’altra Europa e su modelli alternativi all’ideologia dell’austerity dominata dalle tecnocrazie. Per questo si è creata una rete di “città ribelli” – formata dagli altri Comuni governati in Spagna da liste civiche nate dal basso, come Madrid, Saragozza, Cadice, Santiago de Compostela, La Coruña, Pamplona e Badalona –, si mantengono i contatti con altre esperienze municipaliste europee e si guarda con interesse alle proposte di DiEM 25 di Yanis Varoufakis e al Plan B per un’altra Europa.

Così, il governo di Barcelona en Comú è soltanto un passaggio per un vero rinnovamento, una tappa di un processo più lungo e duraturo, proprio perché nell’era della sovranità mancata c’è una forte differenza tra il detenere il governo e il potere. «Oggi siamo riusciti a stare in questi palazzi, ma continuiamo a non avere né il potere finanziario, né quello giudiziario, né quello mediatico» – è la lucida analisi della stessa Colau –. «L’unico potere che ci può far rimanere al governo, e ancor di più poiché siamo una giunta di minoranza, è la forza della gente. Per assicurarsi che questa forza resista dobbiamo fornirle tutti gli strumenti per giudicarci, per mantenerla esigente e per metterci pressione, questa è infatti la forza che può sostenere un’amministrazione come questa e che può spingerci a fare tutto ciò che è possibile fare».

Questo articolo è tratto dal libro di Giacomo Russo Spena e Steven Forti “Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona” (maggio 2016) dedicato alla proposta neomunicipalista di Barcelona en Comú, la confluenza guidata dall’ex portavoce della Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH, il movimento spagnolo che lotta contro gli sfratti per mutui ipotecari), Ada Colau. Foto di copertina di Marc Lozano.

Nato a Trento nel 1981, Steven Forti si è laureato in Storia Contemporanea presso l'Università di Bologna (2005). Master in Storia Contemporanea presso l'Università Autònoma de Barcelona e l'Universidad Autónoma di Madrid (2007). Dottorato di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Universitat Autònoma de Barcelona e l'Università di Bologna (2011). Attualmente è ricercatore presso l'Instituto de Historia Contemporanea dell'Universidade Nova di Lisbona. Membro di vari ruppi di ricerca (GREF-CEFID, SIdIF, HISPONA, Red de Biografías), i suoi studi riguardano la storia politica e del pensiero politico nel XX secolo, con particolare attenzione allo studio biografico ed all’analisi del linguaggio politico. È autore di "El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras" (USC, 2014) e di numerosi capitoli di libro e di saggi in riviste scientifiche internazionali. Collabora inoltre con riviste e giornali in Italia, Spagna e Grecia ("Micromega", "Bez", "Atlántica XXII", "Avgi", "Epohi"). Con Giacomo Russo Spena ha scritto "Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona" (Alegre, 2016). Nato a Roma nel 1981, Giacomo Russo Spena si è laureato in Scienze Storiche e Cooperazione Internazionale presso l'Università di Roma Tre (2004). È stato redattore de "il manifesto". Attualmente è giornalista di "Micromega". Ha scritto con Daniele Nalbone "Ripuliti. Postfascisti durante e dopo Berlusconi" (Castelvecchi, 2012) ed è co-autore con Matteo Pucciarelli di "Tsipras chi? Il leader greco che vuole rifare l'Europa" (Alegre, 2014) e di "Podemos, la sinistra spagnola oltre la sinistra" (Alegre, 2014). Con Steven Forti ha scritto "Ada Colau, la città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona" (Alegre, 2016).

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