La democrazia diretta vista da vicino

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Se quasi venti anni fa, quando sono arrivato in Svizzera per insegnare “Tecniche di fabbricazione” agli studenti di ingegneria di quello che ai miei occhi appariva come “un piccolo Politecnico di montagna” nel Canone francofono di Neuchâtel, mi avessero detto che mi sarei occupato di politica, non ci avrei creduto. Se poi mi avessero detto che da questo mio coinvolgimento nella politica locale di Le Locle, cittadina emblematica della orologeria svizzera, ne sarebbe uscito un libro, allora la cosa sarebbe stata per me proprio incredibile. Eppure tutto questo è avvenuto ed il libro non parla né di macchine utensili né di orologi e nemmeno di tecniche di fabbricazione: parla del sistema politico svizzero come da me non solo visto, ma come lo ho vissuto attraverso il Consiglio comunale della cittadina, le discussioni in piazza o al bar con i cittadini e gli amici.

La Svizzera non sono solo orologi, macchine utensili, banche e cioccolata. Gli svizzeri hanno costruito, nell’arco dei secoli, un sistema politico molto particolare, che è servito già come modello per essere copiato in diverse occasioni ed in angoli disparati del pianeta. Pochi sanno che un paio di decine di Stati USA, tra cui la California nel 1911, introducevano la democrazia diretta sapendo di copiare il sistema politico svizzero. L’approdo all’introduzione di questo sistema politico avvenne, negli Stati USA che lo hanno adottato, come strumento per combattere lo strapotere dei partiti e la conseguente corruzione, che a fine ‘800 aveva effetti spesso devastanti.

La democrazia diretta moderna, di tipo svizzero, consente ai cittadini di legiferare anche senza passare attraverso i rappresentanti i quali di conseguenza vengono privati, con i loro partiti, del monopolio del potere legislativo. Appena arrivato in Svizzera mi stupivo di quanto frequentemente si votasse per i temi più disparati. Confesso che non ne capivo la ragione, mi pareva una bizzarria.

«Insomma, a cosa serve la democrazia diretta?» alla domanda non avrei saputo rispondere. Eppure, arrivato a fare parte del Consiglio comunale della cittadina sebbene io fossi straniero (non racconterò qui il percorso tortuoso che mi ci portò) scoprii l’effetto e la profonda ragionevolezza della cosa e come mai gli Stati USA, ammorbati dalla corruzione, l’avevano copiata. Ad ogni seduta del Consiglio, così come in tutte le riunioni delle commissioni, ma anche nelle riunioni preparatorie interne ai gruppi consiliari (i partiti), insomma sempre, la domanda ricorrente tra i rappresentanti eletti è: «…e se poi i cittadini prendono l’iniziativa?». Un intervento in Consiglio può terminare con la seguente frase conclusiva: «…per cui, cari colleghi consiglieri, teniamo conto che o questa sera prendiamo noi questa decisione, oppure non è affatto escluso che i cittadini prenderanno loro stessi l’iniziativa…».

I cittadini questa benedetta “iniziativa”, vale a dire un referendum abrogativo oppure una delibera di iniziativa popolare, non la prendono quasi mai, eppure questa semplice eventualità influenza tutto il sistema rappresentativo nel suo agire quotidiano. Se poi i cittadini “prendono l’iniziativa” non succede niente di particolarmente grave per i rappresentanti, resta il fatto che questi sono però indotti a fare effettivamente i “rappresentanti”, nel senso corretto e proprio del termine, dato che si domandano continuamente se e cosa i cittadini deciderebbero al posto loro. E se lo domandano perché questi possono effettivamente decidere al posto loro. Questo comporta che i partiti stessi perdano un po’ del loro peso ed influenza sui rappresentanti: a cosa serve il “voto della squadra” se poi tanto i cittadini possono “prendere l’iniziativa”? Tanto vale votare come a ciascuno pare opportuno. Per questo ogni consigliere è e si sente libero di votare secondo la sua personale convinzione, mentre so bene che in altri contesti democratici il “rappresentante dei cittadini” degenera in “funzionario del partito”.

Ho quindi scoperto che la democrazia diretta ha un impatto importante sull’economia. Un esempio illustrava molto chiaramente la cosa. Pochi anni fa, Governo e Parlamento federale avevano deciso l’acquisto di 22 aeroplani da caccia, per la modica cifra di poco più di tre miliardi di franchi (poco meno di tre miliardi di euro). Nessun problema: la Confederazione dispone di una cifra del genere, senza che si creino inconvenienti. Un referendum popolare ha però abrogato la decisione. I venditori degli aeroplani da caccia hanno rilasciato interviste nelle quali dichiaravano tristemente: «Noi, in un Paese come questo, non possiamo lavorare!». Ed avevano ragione: come puoi “fare lobby” se poi i cittadini “prendono l’iniziativa”?

Certo, non è escluso che i cittadini si sbaglino. Ed infatti accade che, a volte, prendano decisioni che in seguito, nel tempo, si rivelano erronee. Ammettiamolo, anche la decisione popolare di non acquistare gli aeroplani da caccia potrebbe rivelarsi sbagliata: nessuno può sapere se quei 22 aeroplani un giorno non possano essere indispensabili. Ma una cosa è comunque già subito certa e certamente benefica: per le lobby ed i potentati, che con metodi convincenti inducono il sistema rappresentativo ad approvare certe decisioni, il lavoro diventa più difficile. Chi “paghi” se poi tanto i cittadini “prendono l’iniziativa”? Per i lobbisti il «rischio di non ritorno su investimento» diventa forte e concreto tanto da far loro dichiarare che non riescono a lavorare, «in un Paese come questo».

Il fatto che il debito pubblico svizzero sia solo il 38% del PIL sono certo dipenda in larga misura da questa difficoltà. Chi le decisioni pubbliche “se le compera” (magari anche per fini non ignobili e con mezzi del tutto legali) ha bisogno di sapere con precisione chi decide. Se fosse possibile, vorrebbe saperlo «la sera stessa della domenica delle elezioni». A questo punto mi sono domandato se non fosse questa l’origine di tanta enfasi, esistente in Paesi diversi dalla Svizzera, per il problema detto della “governabilità”. Incuriosito, mi sono messo a domandare a chi mi circondava cosa ne pensava della “governabilità”. Lo ho chiesto ai miei colleghi consiglieri, ma anche al bar. Nessuno capiva di cosa io parlassi: il vocabolo stesso non esiste. Lo dovevo spiegare ed alla fine dovevo necessariamente specificarlo: «significa avere la maggioranza e poter decidere anche a prescindere dai contenuti della decisione». A questo punto la reazione è da copione: si indignano e scandalizzano, chiosando la conversazione con frasi del tipo: «Ma qui si parla di dittatura!». Io stesso sono arrivato a convincermi che lo sarebbe. Insomma, «in un Paese come questo», dove l’organo legislativo a livello federale è bicamerale ed è popolato da parlamentari votati in modo rigorosamente proporzionale, dove i cittadini possono attribuire preferenze anche a candidati di partiti differenti, dove comunque le decisioni di questi rappresentanti possono essere abrogate ed i cittadini possono proporne di altre, non esiste nessuna “governabilità”. Come si possono prendere le decisioni?

Per avere la “maggioranza sicura” in Consiglio comunale noi consiglieri abbiamo una sola strada percorribile: proporre qualcosa che raccoglie sicuramente il consenso della maggioranza dei consiglieri indipendenti e di opinioni diverse. Punto. Le proposte che godono di questa caratteristica saranno almeno “proposte di buon senso”. Insomma, mi sono convinto che il modo di prendere decisioni collettive usato «in un Paese come questo» meritava di essere raccontato. Mi avevano invitato in Italia ad una conferenza per descrivere la mia esperienza di consigliere in Svizzera. Alla mia esposizione avevo dato come titolo: “La democrazia diretta vista da vicino”. Ho deciso di scrivere un libro con questo titolo. Anche il modo con il quale i cittadini utilizzano gli strumenti di cui dispongono meritava di essere osservato e raccontato.

Una bicicletta è una bellissima cosa: ci puoi fare delle meravigliose pedalate.  È però evidente che appena monterai su una bicicletta la prima cosa che ti capiterà è che ruzzolerai per terra. Anche i ciclisti esperti, come sono diventati gli svizzeri, ogni tanto ruzzolano per terra. Pertanto nel libro che avevo deciso di scrivere ho cercato di descrivere alcuni dei “ruzzoloni”, ma anche le precauzioni che i cittadini prendono per evitarli. Del resto anche noi consiglieri sbagliamo. L’ho potuto constatare personalmente, tanto che mi è capitato persino di incitare i cittadini a prendere l’iniziativa per abrogare una decisione che io stesso e l’intero Consiglio all’unanimità avevamo votato, ma che mi ero convinto che fosse sbagliata.

Difficile sintetizzare in poche righe le precauzioni che gli svizzeri prendono per evitare i “ruzzoloni”: aneddoti ed episodi che illustrano questi modi di fare costituiscono la parte forse più consistente del libro stesso. Ma pur in forma scarna e sintetica ne cito due, quelli che mi paiono i più importanti: non votare in “modo gregario”, cioè per partito preso e prestando fiducia al “partito del cuore”. Devi essere personalmente convinto del tuo voto; ricordare che «è meglio non votare che sbagliarsi a votare». La frase me la sono sentita dire anche da persone molto impegnate politicamente e che però, con mio stupore, mi spiegavano che non avevano votato su alcuni temi sui quali giudicavano non essere abbastanza preparati.

Nulla è perfetto. Soprattutto in un campo come quello politico e sociale. Per questo alla fine del libro ho deciso di mettere un capitolo con quelle che paiono essere i difetti della democrazia diretta oggi in Svizzera. Una volta scritto e pubblicato il libro è diventato (e dico, purtroppo) di maggiore attualità di quanto avrei immaginato: in Italia qualcuno ha messo all’ordine del giorno una modifica della Costituzione esistente che a me pare vada nella direzione contraria. La Costituzione italiana, del ‘48, è citata nel mondo intero per essere stata precorritrice. In questo campo, da secoli l’Italia è stata effettivamente innovatrice, dato che i liberi comuni italiani usavano la democrazia diretta, quella di tipo medioevale, già cinquecento anni prima che gli svizzeri la adottassero. Merito della Svizzera è stato quello di avere saputo conservare e fare evolvere nella forma moderna questo tipo di democrazia che oggi può essere studiata in questo Paese per il bene di tutti.

In questo piccolo Paese, pieno di montagne, l’unica risorsa naturale estraibile dal sottosuolo è l’acqua. Negli indici sulla competitività industriale svetta però al primo posto nel mondo. Ho scoperto che, nei secoli, si è sedimentato qui un ricchissimo “giacimento di democrazia ”. Ho cercato di farlo conoscere.

Articolo di Leonello Zaquini. Docente di Tecniche di fabbricazione, Professore Onorario alla University of Applied Sciences of Western Switzerland, e imprenditore. In Italia ha contribuito alla redazione della legge di iniziativa popolare “Quorum zero per più democrazia”. Membro del gruppo di studio e riflessione “Atelier pour la démocratie directe” .

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