Dove sono i poeti di piazza Luxembourg?

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Un momento identitario fondamentale nella storia dell’Ungheria moderna è avvenuto il 15 marzo 1848. Quel giorno, la poesia nazionalista recitata con fervore da Sándor Petőfi in quella che oggi è piazza Vörösmarty collocò Budapest sulla mappa rivoluzionaria della Primavera delle Nazioni. Mobilitatasi contro l’oppressione autocratica di Metternich (sancita dal Congresso di Vienna nel 1815), l’élite politica e culturale ungherese rispose affermativamente alla domanda fondamentale posta dalle prime strofe del Nemzeti Dal (canto nazionale): «In piedi, o magiaro, la patria chiama! È tempo: ora o mai! Schiavi saremo o liberi? Scegliete!».

Stampati clandestinamente in ungherese insieme a dodici rivendicazioni contro la dominazione austriaca, e distribuiti clandestinamente tra i bar ed i caffè della città, questi versi infiammarono la folla radunata di fronte al Museo Nazionale, appena costruito, dando il via alla rivoluzione. Leggerli in ungherese fu esso stesso un gesto di dichiarata ribellione, dal momento che la città subiva anche linguisticamente l’egemonia germanica, sebbene fosse abitata da numerose minoranze etniche, linguistiche e religiose.

Questa evidente diversità di Budapest, così come quella di Varsavia, Praga, Lviv o Bratislava, simboleggiava l’atmosfera di varietà culturale che si respirava nella maggior parte dei territori dell’Europa centro-orientale, in particolare nelle grandi città dell’Impero Austroungarico, da sempre abitate da folte minoranze tedesche e slave, di religione ebraica, cattolica, ortodossa e/o protestante. Questa pluralità, rimasta stabile nei secoli, venne messa in discussione da alcune delle decisioni prese dopo la Prima Guerra Mondiale dalle élite conservatrici, e dalla loro intenzione di essere politicamente associate con i progetti etno-culturali di rinnovamento identitario, piuttosto in voga nell’Europa del Nuovo Ordine (fascista). Tale impresa riguardava essenzialmente la rigenerazione dello spirito nazionale e puntava alla creazione di nuove narrative identitarie allo scopo di forgiare il Nuovo Uomo (nazionale), connesso con la sua (nuova) Nazione, libero da ogni influenza esterna ed estranea.

I regimi comunisti durante la Guerra Fredda respinsero le aspirazioni nazionali, rimpiazzando per cinquant’anni la ricerca di un’identità nazionale con un’ideologia omogenea e uniforme, mentre ridisegnavano le caratteristiche dell’“uomo nuovo”, diventato un mix di nazionalismo e internazionalismo. Il risultato è che, dopo la caduta del comunismo in Europa, molti di questi Paesi oggi sentono il bisogno di ritornare a quello che vivono come un processo sospeso artificialmente. Il caso ungherese risulta essere piuttosto illuminante. Orbán ha sottolineato l’esigenza imperativa di modificare la Costituzione nel 2010, con la necessità di produrre il suo primo testo costituzionale libero e autoctono: infatti Horty non introdusse alcuna modifica durante il suo governo (1920-1944), i regimi socialisti del 1918-1919 e 1949-1989 sono considerati importazioni straniere, quindi di origine non ungherese, e la transizione del 1989-90 non è mai riuscita a produrre un testo che rompesse definitivamente con quelli di matrice sovietica.

Quindi credo che sottotraccia, nei discorsi xenofobi che si diffondono a macchia d’olio in Europa oggi, vi sia lo sforzo di concludere determinati processi etno-nazionali che si pensava si fossero interrotti: di qui il ritorno, a volte per nulla sottile, alle narrazioni identitarie degli anni ‘30. Sfortunatamente, le istituzioni affondate nella cacofonia politica di Bruxelles non sembrano troppo preoccupate dalle questioni identitarie, perché se lo fossero si accorgerebbero subito che si mettono in discussione i fondamenti essenziali dell’integrazione europea e il suo dinamico trans-nazionalismo culturale, in contrasto assoluto con la diffusa idea di riduzionismo nazionale.

È un peccato che, invece di andare avanti, si stia ritornando ad un periodo oscuro della nostra storia comune. Il nuovo ordine promesso dall’Unione Europea non dovrebbe richiedere la ricerca di nuovi poeti, o di qualcuno che oggi, magari da piazza Luxembourg – la piazza di Bruxelles al centro del quartier generale dell’Unione Europea – rivendichi ancora una volta la nostra libertà, questa volta dalla schiavitù dei nazionalismi.

Place du Luxembourg nel 1985. Foto di Michel Huhardeaux, https://www.flickr.com/photos/52086447@N00/11532473323/in/photolist-iz5WwX-8ZbWHf-76y6qU-82PbZa-hNa4Jp-8Z8TFx-asaiH8-8ZbXAm-oTWhSo-aATqnD-8Z8Ue2-8hyujc-8Z8TSM-8ZbWAJ-bH18vB-8ZbXm9-c5UZWY-8ZbWWL-8z13cu-8Z8TDr-8Z8TMH-8Z8UK6-c5UZjY-oDtuWL-9gCZAL-76y8if-bu6kgS-7hjyJs-8rExMB-8ZbWtW-6rK5em-8Z8TWM-82SvCN-6G2Lku-9gu8on-9gCiGE-8GqJs5-dwiypR-at9k9g-859Z4T-7hfARn-82SUf9-nx9bzL-82SX2W-8Ry1L6-3xAxoM-82SFuQ-7FFUXN-uR6AY-82SHVu
Place du Luxembourg nel 1985. Foto di Michel Huhardeaux,

Traduzione di Federica Dadone. Immagine di copertina: Place du Luxembourg/Luxemburgplein, di Alexander Marc Eckert.

BA in Relazioni Internazionali presso l'Università di Lusíada (Lisbona). Master in Scienze Politiche presso l'Università di Essex University. Master in Olisipografia presso l'Università Autonoma di Lisbona e in Storia Contemporanea presso la Nuova Università di Lisbona. PhD in Storia Contemporanea alla Nuova Università di Lisbona. Guest Research fellow presso la Central European University. Specializzato in storia comparata dei fascismi europei. A pubblicato nel campo della scienza politica e storia comparata.

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