Calais: tra “giungle” e umanitarismo

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Tra il 7 e il 9 marzo scorso più di un migliaio di persone che vivono ai margini della città di Grande-Synthe, 40 kilometri a nord di Calais, nella “giungla” di Basroch, designata come il peggior campo rifugiati della Francia, si sono trasferite nel nuovo campo della Linière. Il campo, progettato per ospitare dalle 1500 alle 2000 persone, è stato istituito da Medici Senza Frontiere (MSF), in collaborazione con il comune di Grande-Synthe. L’associazione ha speso 2,6 milioni di euro per costruirlo, con un contributo del comune di 500.000 euro. Il trasferimento degli abitanti della “giungla” – prevalentemente curdi iracheni – in 375 capanne di legno riscaldate è avvenuto in un’atmosfera rilassata e di consenso.

Da allora, peró, il sindaco di Grande-Synthe, Damien Quaresima (Europe Écologie – Les Verts), si trova ad affrontare delle serie difficoltà. Il governo francese, opponendosi alla presenza di un campo con propositi umanitari sul proprio territorio, ha chiesto che venga messo “a norma” e “in sicurezza”, ovvero che segua le stesse norme che regolano i siti aperti al pubblico come i campeggi. Un requisito che MSF considera irrealistico. Appoggiando la presenza del campo, il sindaco rischia quindi di esserne considerato penalmente responsabile davanti alle autorità.

Dodici persone in 14 metri quadri

Nel frattempo, a una quarantina di chilometri di distanza, il governo ha portato avanti, a forza di bulldozer e CRS (Compagnie Républicaine de Sécurité), lo smantellamento della zona sud della cosiddetta “nuova Giungla” di Calais, un campo sorto meno di un anno fa a 7 kilometri dalla città, nei pressi di una vecchia discarica. Per  gli oltre 3000 migranti che vivevano lì, le soluzioni offerte sono state ben poche: prendere degli autobus che li disperderebbero ai quattro angoli del Paese, in previsione di una domanda d’asilo il cui risultato è per molti incerto, o trasferirsi nel CAP (Centre d’Accueil Provisoire) di Calais, di recente costruzione.

Qualificato come il “campo della vergogna” dalle associazioni e dai giornalisti di Calais, il CAP è costituito da container, circondato da un recinto di filo spinato e controllato con un sistema di video-sorveglianza. Per accedervi è necessario sottoporsi a un controllo biometrico. I container, di 14 metri quadrati l’uno, sono pensati per ospitare 12 persone ciascuno e sono sprovvisti di acqua e bagni, né prevedono uno spazio per cucinare. Nonostante la costruzione del centro sia costata allo stato francese circa 18 milioni di euro, sono pochi i rifugiati che vi si sono trasferiti volontariamente: la maggioranza ha preferito spostarsi nella parte nord della nuova Giungla, nonostante la sovrappopolazione e le condizioni di vita insalubri.

I giornalisti presenti sul territorio hanno evidenziato il contrasto tra questi due metodi – quello di MSF e quello del governo – entrambi i quali mirano ad evacuare e chiudere le “giungle”, ovvero i campi non ufficiali, che sono sorte nel nord del dipartimento del Passo di Calais sulla scia della distruzione di Sangatte nel 2002. Riflettendo due approcci e due etiche dell’ospitalità radicalmente diverse –  una basata sull’uso della forza e di un controllo ferreo in nome della “sicurezza”, l’altra centrata su un riflesso umanitario volto alla protezione dei più vulnerabili – entrambe le risposte trovano nel dispositivo del campo l’unico orizzonte possibile per l’accoglienza dei rifugiati in Francia.

Lo stato perde il braccio di ferro

A metà febbraio otto associazioni presenti a Calais, tra cui Emmaüs Francia, La Cimade e Medici del Mondo, hanno pubblicato una lettera aperta a Bernard Cazeneuve, l’attuale ministro degli Interni francese, in cui hanno espresso la loro «profonda opposizione» alla distruzione della nuova Giungla di Calais. In questa dichiarazione viene inoltre ricordato come questa situazione sia stata creata dallo Stato stesso con gli sfratti di migliaia di persone. Le organizzazioni segnalano come il nuovo CAP di Calais non sia una alternativa reale, posto che oltre ad essere «sottodimensionato» richieda anche seri «miglioramenti in termini di rispetto dell’intimità delle persone e delle condizioni di vita».

La prefettura ha cercato di migliorare la propria immagine invitando i giornalisti a visitare  il CAP, per mostrarlo sotto una luce diversa, positiva. Tuttavia, il confronto con il campo aperto da MSF in Grande-Synthe, che offre agli esuli condizioni di soggiorno dignitose, non gioca a suo favore. Questo braccio di ferro attorno all’immagine, che è stato chiaramente perso dal governo, ha contribuito ad aumentare la sua ostilità nei confronti del progetto alternativo sorto a Grande-Synthe.     

Controllo e autonomia

L’incoerenza di una politica puramente repressiva, impiegata a Calais sin dagli anni Novanta, obbliga oggi ad una riflessione a lungo termine sulla situazione dei migranti e rifugiati nella regione di Calais.

L’opposizione del governo rivela, soprattutto, la sua perdita di controllo rispetto alla gestione dei flussi migratori. Una perdita di controllo sorprendente, se si pensa che l’autorità “sulla vita e sui corpi” dei cittadini di stati terzi viene generalmente interpretato dall’opinione pubblica come un aspetto integrante della sovranità statale.

Le occupazioni organizzate dagli esuli, che avevano preceduto la creazione della nuova Giungla, non sono state tollerate, in quanto riflettevano la possibilità di una forma di autonomia che le istituzioni non volevano accettare. Allo stesso modo, lo sviluppo di spazi di commercio, di educazione e di luoghi di culto nella nuova Giungla lasciava presagire l’emergere di una soggettività politica e sociale che è stata e continua a essere sistematicamente ostacolata dal governo attraverso strategie di repressione e dispersione. L’apertura del CAP iper-controllato illustra, in questo quadro, la volontà di neutralizzare ogni forma di socialità e di auto-organizzazione attraverso una segregazione spaziale di tipo quasi carcerario. Questo centro, di fatto, non offre praticamente nessuno spazio di incontro né di scambio.

Al contrario, la filosofia dell’accoglienza del nuovo campo di Grande-Synthe si manifesta in un’organizzazione dello spazio molto mista. Le capanne possono essere modificate in base ai desideri di chi le abita. Gli ingressi e le uscite dal campo non sono ristrette in nessun modo. All’ingresso, un grande capannone funge da luogo d’incontro e di discussione. Tutte e cinque le zone che costituiscono il campo includono delle aree e degli spazi comuni. Secondo Michael Neuman (MSF), questo luogo sarà «quello che i residenti ne faranno collettivamente». Il suo collega Michel Janssens afferma che il raggiungimento dell’ “autonomia” da parte dei suoi abitanti è stata una questione centrale sin dalla progettazione del campo.

Ciononostante, la Linière rimane un campo. Come sottolinea Michael Neuman, la questione sul futuro del luogo rimane aperta: si tratta di uno strumento di accoglienza emergenziale, che risponde a quei requisiti minimi di umanità e dignità che sono assenti nei container del campo governativo di Calais. Se la traduzione in termini spaziali di una filosofia umanitaria, piuttosto che di un’ideologia securitaria, ha permesso la creazione di un posto decente in cui vivere, dove le persone hanno la possibilità di diventare autonome, resta il fatto che il modello di campo si basa sul desiderio di isolare e separare i migranti dai centri abitati. E di fatto l’ingresso alla Linière si trova lontano dal centro della città, nei pressi di un raccordo autostradale.

Durante la fase di progettazione si era pensato all’idea di sviluppare dei rapporti di prossimità con la città. Una riflessione urbanistica importante, secondo Michael Neuman, ma che rimane tutt’oggi «nel regno della fantasia». Imposto, invece, il veto per ciò che riguarda l’apertura delle scuole pubbliche nel campo: un punto, questo, che solleva la questione della scolarizzazione dei circa 200 bambini che abitano la Linière. Le associazioni presenti stanno cercando di colmare questa lacuna organizzando dei centri ricreativi e delle attività per i più piccoli.

Il modello di Linière

La creazione dei campi rivela un approccio repressivo e materialista mirato al controllo delle persone e della loro libertà di circolazione. Tale approccio è rafforzato dalla tendenza a preferire strutture d’emergenza – meno dispendiose e più facili da controllare – rispetto ad altre più vivibili, dove ad essere privilegiate sono la dimensione sociale e la convivialità.

Ciononostante, nel contesto politico attuale, la creazione del campo della Linière sembra rappresentare un passo in avanti, un possibile esempio da seguire per garantire una protezione minima agli esuli che si trovano sul territorio francese. Il modello di un’alleanza locale, circostanziale e operativa, stipulata tra funzionari comunali e organizzazioni umanitarie potrebbe essere esplorata altrove. Il modello di convivenza basato su libertà e indipendenza, incoraggiato da MSF e fondato sull’organizzazione spaziale di una struttura che prevede spazi d’incontro, di scambio e di condivisione, è da apprezzare.

Fino a quando le politiche migratorie francesi ed europee continueranno a produrre luoghi dove centinaia o addirittura migliaia di persone si trovano immobilizzate in condizioni precarie lungo il percorso che hanno intrapreso, offrire un’accoglienza con condizioni minime come a Grande-Synthe sarà necessario. In attesa che questo cambi – o che noi lo facciamo cambiare – possiamo lasciarci trasportare dal sogno di filosofie d’accoglienza emancipatorie per tutte e per tutti, e di una società europea che sia finalmente in grado di offrire uno spazio, non delimitato dal filo spinato, a coloro che arrivano sul suo territorio.

Traduzione di Tina Magazzini. Articolo pubblicato in francese su The Conversation. Immagine di copertina: il campo della Linière. Philippe Huguen/AFP.

Visiting Research Fellow presso il Center for Policy Studies (CPS) della Central European University di Budapest. Dottorato in “Refugee Studies” presso il Centre for Research on Migration, Refugees and Belonging dell’Università di East London. Ricercatrice Marie Curie nel programma INTEGRIM presso il centro di ricerca Migrinter dell’Università di Poitiers. La sua ricerca si centra su movimenti e organizzazioni di solidarietà a immigranti e rifugiati in Francia, Italia, Regno Unito e Ungheria, e sulla maniera in cui si sono adattati alla progressiva all'europeizzazione delle politiche migratorie e di controllo delle frontiere.

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