We’ve broken Sykes-Picot! Un confine nelle mani del Califfo

di

Il confine divide e distingue, segna la fine di un’area e indica il principio di un’altra. Un mondo senza confini è un mondo sterminato e spaventoso perché, celato dietro la linea dell’orizzonte, l’ignoto ha sempre fatto paura. Invece, limitando la realtà a uno spazio dai contorni ben definiti, il confine offre sicurezza e serenità, ci fa sentire protetti perché segnala dove finisce la nostra realtà e dove ha inizio un’altra. Per questo stesso motivo il confine è anche il luogo dell’incontro-scontro tra realtà differenti, la soglia dei dissidi, il criterio di esclusione tra coloro che si trova al suo esterno e coloro che si trovano al suo interno. 

Nel suo libro Linee sulla terra, Andrea Pase, professore dell’Università di Padova, afferma che i confini come noi li conosciamo presentano tre caratteristiche: l’unicità, poiché se la giurisdizione dello stato è unica, così dev’essere anche il confine, altrimenti si verrebbero a creare ambiguità, zone franche, caos; la visibilità, perché un confine dev’essere trasportabile e trasportato sulle carte e sul territorio stesso; la linearità, poiché è la linea che definisce il territorio dominato dallo Stato e la sua estensione spaziale. Solo la geometria assoluta della linea può annullare completamente le incertezze e i margini di ambiguità.

La casualità del confine

Ci si potrebbe chiedere quali altre possibilità esistano se non quella del confine come come è inteso nel mondo occidentale. Sicuramente questa non è l’unica opzione. Gli attori che componevano la società prima dell’avvento degli stati nazione avevano certamente un’area geografica di azione, una dimensione spaziale con dei limiti. Tuttavia questi limiti non sono stati sempre lineari, stabili e cartograficamente definibili: spesso, le aree di influenza delle varie entità pre-statali (città, feudi, signorie, centri ecclesiastici, etc.) si sovrapponevano, si mescolavano, si intrecciavano, dando origine ad una convivenza di più diritti e ordinamenti.

Spostandoci nello spazio invece che nel tempo, vediamo come nelle società tradizionali africane la rappresentazione dello spazio si basa sulla centralità, la sacralità e l’unicità di alcuni luoghi, di alcuni centri, che vanno a disegnare una geografia topocentrica. Altro esempio è la concezione dello spazio tra gli aborigeni australiani: questi non vantano diritti di proprietà fondiaria, né possiedono un territorio, ma anzi affermano di essere loro stessi proprietà della terra. È una concezione dello spazio completamente capovolta rispetto a quella da cui siamo partiti: uno spazio in cui i ruoli si invertono, in cui non vi è più confine, poiché non vi è più diritto di segnare la terra.

Insomma, la creazione del confine così come lo intendiamo noi oggi è una scelta arbitraria operata dalla civiltà occidentale ed esportata in tutto il mondo. Possiamo spingerci oltre ed affermare provocatoriamente che il confine – che a molti pare così imprescindibile, univoco, irrimediabilmente inevitabile – non è che una casualità storica.

Quei segni tracciati dai colonizzatori

Disegnare una linea sulla carta, trasportarla sulla terra e stabilire che quella è confine, non è un’azione neutra: è un’azione arbitraria, politica. Come afferma Massey (2001), «tracciare un confine vuol dire esercitare un potere».

Raramente la linea disegnata sulla terra è una linea discussa tra i vari attori sociali, mediata e ottenuta cercando di andare incontro alle esigenze e alle richieste di ciascuno. Più spesso è un’imposizione calata dall’alto, che non ha orecchio per chi non ha voce. Questo perché creare territorialità, dare significato ad un luogo o, nel nostro caso, disegnare un confine sono, appunto, azioni di forza, atti di potere. Chi vanta il presunto diritto di disegnare linee sulla terra è l’attore più forte e dunque, nella quasi totalità dei casi, la territorialità che si crea tende a riflettere il suo volere a discapito di altre interpretazioni, di altre volontà.

È esattamente ciò che è successo in Medio Oriente ed in particolare nella definizione del confine tra Siria e Iraq, per il quale dobbiamo risalire alla fine della Prima Guerra Mondiale, conclusasi con la vittoria delle potenze dell’Intesa. L’alto commissario britannico in Egitto, Henry McMahon, promise all’allora sharif di La Mecca Hussein, in cambio dell’aiuto a sconfiggere l’Impero Ottomano, la collaborazione del proprio governo nella costruzione di un grande regno arabo indipendente che avrebbe dovuto comprendere la Penisola Arabica, la Mesopotamia e la Siria.

In una lettera risalente al 24 ottobre 1915 ed indirizzata allo stesso Hussein, McMahon scrive che «la Gran Bretagna è pronta a riconoscere e sostenere l’indipendenza degli Arabi entro tutti i confini richiesti dallo Sceriffo della Mecca». Subito dopo questa dichiarazione, tra il novembre 1915 e il maggio 1916, Gran Bretagna e Francia conclusero in segreto gli accordi di Sykes-Picot, i cui punti erano evidentemente in contrasto con quanto promesso da McMahon.

Mappa dell'accordo Sykes-Picot, 9 maggio 1916
Mappa dell’accordo Sykes-Picot, 9 maggio 1916

Durante le trattative tra le due potenze europee per la spartizione della Mesopotamia, il diplomatico inglese Mark Sykes, aiutandosi con una carta dei territori del Vicino Oriente, dichiarò: «Mi piacerebbe tracciare una linea dalla “e” di Acre (San Giovanni d’Acri, nda.) all’ultima “k” di Kirkuk». La linea immaginata da Sir Mark Sykes fu la chiave delle trattative e il nucleo centrale attorno al quale si sviluppò l’accordo definitivo: i territori a nord della linea furono assegnati alla protezione francese, quelli a sud a quella britannica. L’accordo fu definitivamente firmato il 16 maggio 1916. Al momento della firma terminarono non solo i negoziati, ma anche il sogno del grande regno arabo indipendente promesso da McMahon.

Verso una nuova geografia

Un secolo dopo, tale ordinamento calato dall’alto e frutto di logiche eterocentrate, viene ora messo in discussione dallo Stato Islamico. I membri del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, infatti, non solo ritengono l’imposizione europea illegittima, non riconoscendola né politicamente né socialmente, ma ne hanno già dichiarato il decadimento in favore di un nuovo ordinamento, una nuova geografia islamica.

Clip del documentario di VICE News "The Islamic State"
Clip del documentario di VICE News “The Islamic State”

Nel luglio 2014, dopo la proclamazione della nascita del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, venne pubblicato su Youtube un video intitolato “La fine di Sykes-Picot” in cui un militante cileno annunciava l’annientamento del confine tra Siria e Iraq deciso dagli accordi franco-britannici del 1916. Secondo Loretta Napoleoni (2014), affidare l’annuncio ad un cileno è una strategia comunicativa volta a rendere «un’immagine dello Stato Islamico tanto cosmopolita quanto reale, un’organizzazione dotata di un raggio d’azione globale». 

Malgrado l’account del video sia stato immediatamente bloccato e reso indisponibile l’indirizzo internet collegato, il filmato è ancora accessibile ed un ampio frammento è stato usato all’interno del documentario di VICE News “The Islamic State”. Esso mostra un bulldozer che spiana i cumuli di terra che segnavano il confine tra Siria e Iraq. Il vecchio ordinamento territoriale, quello imposto nel 1916 con i trattati di Sykes-Picot e materialmente tangibile nei reticolati posti nel bel mezzo dei deserti mediorientali perde di valore, mentre acquista senso e legittimità quello imposto dal Califfato.

Il confine come noi lo conosciamo entra in crisi: la geografia che Abu Bakr al-Baghdadi vuole imporre è infatti una geografia nuova. Nuova non solo perché diversa da quella attuale – anche se ormai dovremmo dire “precedente”, poiché le conquiste territoriali del Califfato non sono semplici progetti ma realtà tangibili – che prevedeva degli stati mediorientali divisi da confini ben definiti ideati nei primi decenni del XX secolo. Ma nuova soprattutto perché completamente diversa da quella a cui ci aveva abituato la cartografia del Novecento. Lo Stato Islamico, infatti, non divide tra stati nazionali, non pone i confini che, prima di loro, hanno posto francesi e inglesi, non ragiona con le loro (e le nostre) logiche. È un unico stato, lo Stato: lo dice il nome stesso. Uno stato la cui discriminante è il suo essere islamico. È l’Islam dunque, che pone il confine: dove c’è l’Islam c’è (o ci dovrebbe essere) lo Stato Islamico.

Il progetto di conquista di Abu Bakr al-Baghdadi non si limita ad Africa e Asia, ma giunge idealmente nel cuore dell’Europa, scuotendo le coscienze dei suoi abitanti e accendendo le loro paure. Se fosse una minaccia confinata ad altri continenti, gli europei la confinerebbero in un lontano altrove. Sarebbero circostanze terribili, certo, ma legate esclusivamente al destino di territori lontani in cui regna il caos e l’instabilità politica – contrapposti alla pace del “democratico e civile” Occidente. Gli europei garantirebbero il loro dissenso contro la barbarie e la loro solidarietà alle sue vittime, ma se ne dimenticherebbero presto, convinti che crisi del genere riguardino solo gli altri, sicuri all’interno della “Fortezza Europa”. Non è così: la bandiera del terrore colora di nero anche la Spagna e i Balcani e la sua propaganda, amplificata dai mass-media occidentali, colpisce anche Roma, l’Italia, il resto dell’Europa e dell’Occidente.

ISIS caliphate
La mappa del califfato secondo l’ISIS

Siamo di fronte a quella che viene spesso definita jihad globale, cioè la lotta armata per l’espansione dell’Islam in tutto il mondo. Jihad viene spesso tradotto in “guerra santa”, ma il suo significato letterale e profondo è quello di “sforzo”, uno sforzo volto a vivere attivamente la propria fede. Il musulmano pio ha il compito di fare il possibile per aumentare la qualità e la quantità, per usare dei termini economici, del proprio servizio a Dio.

Abu Bakr e i suoi seguaci sembrano intenzionati a portare avanti e fino in fondo una jihad fatta con le armi contro chi non si piega al volere del Califfo, imponendo l’Islam teoricamente in tutto il mondo. La jihad dello Stato Islamico è un mezzo attraverso il quale portare la propria concezione di mondo in tutto il globo, annullando le geografie nazionali, le logiche politiche e creando la umma (nazione) mondiale.

Il senso del luogo

Importante sottolineare, infine, che la trasgressione operata dallo Stato Islamico, cioè il dichiarato decadimento del confine nazionale tra Siria e Iraq e la conseguente formazione di un nuovo ordinamento con la creazione del Califfato, trova legittimità e consenso tra i suoi sostenitori anche a causa del sentimento di opposizione e non rappresentazione nei confronti del precedente confine.

Identificarsi con un luogo significa avere «la sensazione di appartenere a quel luogo» (Jess e Massey 2001). In questo quadro entrano in gioco i sentimenti personali che vanno a costituire il sense of place, il senso del luogo, cioè il modo in cui esso viene sentito e pensato. Un luogo, però, può essere anche percepito come estraneo, eventualità frequente in quei contesti in cui l’ordinamento è stato imposto: difficile identificarsi in un luogo che non si sente proprio, che ci si è visti calare dall’alto. Questo è proprio quello che è accaduto nel nostro caso, in Siria, in Iraq e più in generale in Medio Oriente.

La creazione dello Stato Islamico ci pone di fronte a due riflessioni. Innanzitutto dobbiamo tentare di mettere da parte il nostro etnocentrismo, cioè cercare di superare i nostri preconcetti e le nostre categorie: la nostra idea di Stato è quella occidentale dello Stato-nazione, cioè di un’entità che esercita sovranità su un territorio definito da confini lineari, all’interno del quale vive un popolo che condivide lingua, cultura, storia, etc. Lo Stato Islamico non rappresenta questa idea: ha certamente delle caratteristiche e delle peculiarità che lo accomunano al paradigma statale occidentale, ma esso fonda la propria sovranità su un territorio senza confini, in continua ideale espansione, e su un popolo che non deve condividere altro se non il credo in un unico dio, “Il Dio” (Allah), e il messaggio del suo profeta Muhammad. Nonostante non sia totalmente assimilabile al modello occidentale di Stato, non significa che la sua concretezza geografica e politica non abbia consistenza.

Questo ci porta alla seconda considerazione. Lo Stato Islamico è una realtà geografica in continua evoluzione ed espansione territoriale, ufficialmente in vita da più di un anno: possiamo quindi affermare che non si è rivelata una minaccia facilmente risolvibile, anzi. Il Califfato si è rapidamente concretizzato sullo scacchiere internazionale e non è detto che in un futuro, prossimo o remoto che sia, non saremo costretti a confrontarci con esso in altri termini che non siano quelli militari.

Fonti e approfondimenti

  • Barr, James. 2011. A Line in the Sand. Britain, France and the Struggle for the Mastery of the Middle East. Londra, Simon & Schuster.
  • Jess, Pat; Massey Doreen (a cura di). 2001. Luoghi, culture e globalizzazione. Torino, UTET Libreria.
  • Molinari, Maurizio. 2015. Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente. Milano, Rizzoli Editore.
  • Napoleoni, Loretta. 2014. ISIS. Lo stato del terrore. Chi sono e cosa vogliono le milizie islamiche che minacciano il mondo. Milano, Feltrinelli Editore.
  • Pase, Andrea. 2011. Linee sulla terra. Confini politici e limiti fondiari in Africa subsahariana. Roma, Carocci Editore.
  • Quirico, Domenico. 2015. Il grande califfato. Vicenza, Neri Pozza Editore.

Questo contributo è tratto dal lavoro di tesi  triennale dal titolo “Il confine tra Siria e Iraq. Dagli accordi di Sykes-Picot alla nuova geografia dello Stato Islamico”, Università degli Studi di Padova, a.a. 2014-15. Immagine di copertina: clip del video dell’ISIS “La fine di Sykes-Picot”.

Nato a Thiene (VI), ottiene la laurea di primo livello in Storia all'Università degli studi di Padova con una tesi sulla geografia dello Stato Islamico e prosegue ora i suoi studi magistrali coltivando il suo interesse per l'area africana e mediorientale.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Articoli

Torna SU