Dalla violenza al diritto reale di asilo

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Nelle società contemporanee si definisce il problema delle migrazioni come qualcosa di straordinario, eppure, se si pensa alla storia dell’essere umano, muoversi è sempre stata una cosa normale come parlare, cucinare, costruire. Nel XXI secolo non sembra che questo fenomeno sia destinato a scomparire.

I mass media sembrano interessati più al fatto in sé – la migrazione che si moltiplica nel mondo – che al modo e alle condizioni all’interno delle quali essa si produce. Tutto ciò genera un allarme sociale fondato sull’idea della straordinarietà dell’evento, generando paura nei confronti dell’“altro” il migrante senza pensare a questo evento come a una risposta umana abituale per la quale la società si è già dotata di meccanismi regolamentati.

Ci ritroviamo a distanza di 68 anni dall’istituzione del diritto d’asilo mediante l’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Oggi è imprescindibile focalizzarsi su come si stia garantendo questo diritto all’interno dell’Unione Europea a tutte quelle persone che si stanno muovendo ogni giorno, fuggendo dalla catastrofe scoppiata nei loro Paesi d’origine.

È indispensabile ricordare che tanto l’Unione Europea come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo si presentano come una risposta a uno stesso problema: l’atrocità fascista (dell’Asse), annientata durante la Seconda Guerra Mondiale. La Dichiarazione aveva lo scopo di preservare la dignità di ogni essere umano, chiedendo a tutte le nazioni di rispettare un criterio internazionale in accordo con un’etica e una giustizia universali. La fondazione dell’Unione Europea, con l’obiettivo di evitare nuove guerre, stabiliva un criterio condiviso di cooperazione e fratellanza che potesse estendersi in maniera esponenziale a tutte le comunità di persone che abitano l’Europa.

La scelta operata dal Consiglio Europeo lo scorso 18 e 19 febbraio, invece, sprofonda nella crisi istituzionale che affligge l’Unione Europea. In base a ciò che fino ad oggi è stato deciso, sembra che il fine sia quello di rafforzare le frontiere e non di praticare una politica d’accoglienza degna per le persone richiedenti asilo. Questa attitudine si adotta senza mettere in discussione la possibilità di fermare la violenza e il conflitto nelle zone che hanno contribuito a destabilizzare le guerre, guerre alle quali partecipano e hanno partecipato diversi stati europei.

Si tratta degli stessi conflitti che stanno provocando un’emorragia di fughe verso l’Europa. Una fuga che sta costando molto in termini di vite umane: nei primi due mesi del 2016 sono morte 410 persone, che si sommano alle 4.000 dell’anno passato. Bisogna anche ricordare, come si è già accennato all’inizio, che questo esodo non è l’unico che si sia verificato nella società moderna. Secondo dati forniti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), nell’ultimo decennio le persone sfollate forzatamente nel mondo sono passate  da 38 a 60 milioni. Un dato che ci dimostra quanto sia scarso il numero di persone che arrivano in Europa, se si considerano, in proporzione, le statistiche a livello mondiale.

Nella situazione attuale queste persone sono esposte a una costante violenza: scappano dalla violenza della guerra, attraversano la violenza perpetrata dalle mafie, e giungono alla violenza delle frontiere esterne ed interne dell’Europa. E questo vale solo per i più “fortunati”. Per porre fine a questa crudeltà, è necessario attaccare tutte queste forme di violenza. Bisogna frenare il meccanismo di retroalimentazione all’interno del quale queste tre violenze coesistono. Contribuire, cioè, alla costruzione della pace in Siria, Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, è necessario comprendere che sullo stesso cammino marcato dai segni della fuga delle sue vittime, circolano a piede libero i protagonisti che alimentano l’industria della violenza.

Bisogna bloccare la vendita delle armi: la guerra e la violenza non possono essere considerati un mercato in espansione. Bisogna garantire procedimenti che possano bloccare il business delle mafie e offrire asilo nei Paesi immediatamente prossimi ai luoghi del conflitto. E come società bisogna garantire un’accoglienza degna che superi la paura nei confronti dell’altro e l’imposizione della disciplina attraverso uno stato di sicurezza oppressivo; senza l’obbligo di portare bracciali per essere riconosciuti e ottenere del cibo, senza contrassegnare le porte delle loro case, senza requisire il loro denaro ed i loro averi, senza confinare la gente nei campi di accoglienza, senza negare la libera circolazione con transenne e fili spinati, senza militarizzare la frontiera, senza deportare, espellere e, soprattutto, evitando di lasciar morire persone innocenti.

In ragione di tutto ciò, è confortante vedere come la società non si arrende di fronte a tutto questo e come il passato 27 febbraio una parte della cittadinanza europea si sia mobilitata per esigere da parte dei governi dell’Unione la fine della violenza mediante regole di circolazione sicure e la difesa dei diritti umani delle persone rifugiate che arrivano in Europa.

Articolo pubblicato in spagnolo su Diagonal. Traduzione di Manuela Antonucci. 

Dottorando in Antropologia Sociale e Culturale presso il Dipartimento di Antropologia sociale e culturale dell’Università Autonoma di Barcellona (UAB). Membro del gruppo di ricerca EMIGRA, responsabile della comunicazione del Centre d'Estudis i Recerca de Migracions (CERM) e collaboratore della Fundación de los Comunes.

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