La macchina dell’accoglienza. Seconda parte

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Nella prima parte di questo saggio abbiamo dimostrato come la logica dell’emergenza – lo “stato di eccezione” di Schmitt e di Agamben – sia emersa alla superficie della vita politica italiana come un dispositivo stabile di gestione del welfare, trasversale agli schieramenti politici e all’intero territorio nazionale. Gli esempi infatti non mancano: il primo giunge alla fine degli anni Novanta, con la famosa “emergenza freddo” con la quale l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, affrontava un fenomeno periodico e prevedibile come l’arrivo dell’inverno per i senzatetto. Non sono sono stati da meno Walter Veltroni, che attraverso l’“emergenza casa” istituì finanziamenti speciali a proprietari immobiliari privati per alloggiare sfrattati e sfollati, e Prodi, che fece ricorso alla Protezione Civile per la gestione di compiti teoricamente ordinari come lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Stesso discorso si applica alle innumerevoli emergenze annunciate dal penultimo sindaco di Roma Gianni Alemanno (emergenza pioggia, neve, nomadi, rifiuti, casa, acqua, etc.), così come alla decretazione dell’“emergenza nomadi” da parte del governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con i casi di appalti d’urgenza a cooperative sociali difficilmente controllabili per la gestione dei cosiddetti “campi rom” in svariate province d’Italia e la gestione emergenziale del fenomeno migratorio sull’intero territorio nazionale, da Lampedusa e Siracusa fino a Udine e Gorizia. 

Xenofobia e “accoglienza”: due retoriche complementari 

La conseguenza di questo scenario è che un intero settore di popolazione italiana – presente sul territorio italiano, quindi tutelata dalla Costituzione – viene mantenuto artificialmente segregato dal resto della società e privato di diritti di base quali la mobilità, l’accesso all’educazione, alla sanità pubblica, al lavoro. Per i migranti questa segregazione è incarnata nel dispositivo del “centro”, variante contemporanea del campo agambeniano. Il territorio italiano è disseminato di “centri d’accoglienza” di diverse dimensioni e con varie denominazioni: si va dagli oltre 4.000 “ospiti” del CARA di Mineo, fino a centri di piccolissime dimensioni, in cui vivono meno di dieci migranti; anche lo status burocratico dei centri cambia continuamente: esistono CARA, CIE, CPSA, SPRAR, HUB, HOTSPOT che dipendono da diversi livelli amministrativi: prefettura, regione, comune, e così via. Non esiste una mappatura generale di tutti i luoghi deputati all’“accoglienza”, che vengono aperti e chiusi in continuazione, generalmente senza preavviso per chi vi abita; così come non c’è trasparenza nelle decisioni che orientano i “flussi” dallo sbarco ai centri.

All’interno dei centri, i migranti possono rimanere anche diversi anni privi di documenti di identificazione, e in ogni caso alla mercé di una burocrazia incomprensibile che determina le loro vite sulla base di criteri in continua mutazione. Risulta quantomeno inquietante che persone che hanno sofferto in gran misura la detenzione – per chi attraversa il Mediterraneo, ad esempio, nelle carceri libiche – e che sono state vittime di tratta di esseri umani, si ritrovino dall’altro lato della frontiera in uno stato di semi-detenzione. Di questa continuità traumatica sono in varie misure coscienti gli abitanti dei centri, che spesso esprimono il proprio rigetto in forme paradossali o provocatorie (Portelli, 2014).

Ma ciò che più ci interessa qui è che questo regime di extralegalità e di quasi extraterritorialità si mantiene grazie alle due retoriche complementari della xenofobia e dell’accoglienza. È infatti grazie all’appello “umanitario” all’accoglienza, che il governo italiano ottiene dall’Unione Europea i fondi necessari al funzionamento dei centri: finanziamenti che si rinnovano soprattutto in occasione di tragedie, esattamente come accadde dopo il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Ed è con lo spettro della xenofobia e del razzismo (“culturale”, ovviamente) che si giustifica la necessità di tenere separati i nuovi arrivati dal resto della popolazione.

Mineo, Roma, Torino: contesti diversi, logiche trasversali

Episodi di xenofobia come quelli avvenuti nel mese di ottobre 2014 nella periferia romana di Tor Sapienza, per quanto limitati nello spazio e nel numero di persone coinvolte, sono di fatto funzionali a legittimare un’iperprotezione dei migranti, a cui viene affibiato l’utile ruolo di vittime, anche molti anni dopo il trauma del viaggio in mare. È significativo a questo punto il fatto che, dopo gli episodi di razzismo di Tor Sapienza, l’ex-sindaco di Roma Ignazio Marino abbia deciso unilateralmente di trasferire in un’altra struttura alcune decine di giovani migranti con l’intenzione di garantire la loro protezione. La struttura di destinazione era gestita dalla stessa cooperativa che, poche settimane dopo, sarebbe stata al centro dello scandalo di “Mafia Capitale”. A Roma, razzismo e accoglienza si sono rivelate come retoriche che si sostengono l’una con l’altra, parte di uno stesso sistema di segregazione forzata di una parte di popolazione finalizzata all’appropriazione indebita di risorse pubbliche.

Analogo è il caso dei centri della Sicilia, una delle regioni in cui avvengono più sbarchi di migranti dal Nord Africa. Un esempio lampante è quello del Centro d’Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA) di Mineo, in provincia di Catania, che con i suoi 4.000 “ospiti” (ufficiali) è il più grande campo profughi d’Europa. L’enorme struttura richiede per la sua gestione un flusso considerevole di denaro, che il Ministero dell’Interno copre con gli aiuti dell’Unione Europea per la gestione dell’“emergenza immigrazione”. Il consorzio di cooperative che amministra il CARA di Mineo viene creato da Luca Odevaine in maniera illecita, in occasione del bando pubblico del 2011, indetto sulla scia dell’“emergenza Nord Africa”. Un nome, quello del politico, che è già apparso nelle varie intercettazioni di “Mafia Capitale”, tra le persone in grado di «orientare i flussi che vengono da giù». A differenza dei centri d’accoglienza romani, il CARA di Mineo è gestito da strutture assistenziali legate alla Chiesa ed al movimento ecclesiale cattolico Comunione e Liberazione. La presenza del centro, che offre lavoro a 400 persone ed a molte imprese subappaltanti in una parte di Sicilia cronicamente afflitta dalla disoccupazione, dall’emigrazione e dall’assenza di attività produttive, sembra aver determinato gli altissimi risultati che ha ottenuto nella zona il partito Nuovo Centro Destra (40% dei voti, rispetto al 3% della media nazionale). Questo tipo di fenomeni, legati al voto di scambio, e possibili grazie alle duplici retoriche della xenofobia e dell’accoglienza, non sono certo limitati al Sud Italia, anche se è sotto la capitale che essi emergono con più evidenza.

Anche la gestione dello “svuotamento” dell’insediamento di baracche di Lungo Stura Lazio a Torino presenta tutte le contraddizioni di questo doppio discorso che, oltre ai centri per i migranti, legittima anche l’istituzione dei “campi rom”: un sistema di segregazione su base etnica peculiarmente italiano (vedi anche Brunello 1996) e sul quale sia l’Unione Europea sia il Consiglio d’Europa hanno richiamato l’Italia a più riprese (vedi ad esempio il Quarto Rapporto ECRI). Così come in tutte le città italiane, anche a Roma – la città con il maggior numero di rom in Italia – i campi sono gestiti da cooperative sociali. Grazie alla retorica dell’emergenza, queste entità possono mantenere allo stesso tempo un discorso sull’integrazione sociale ed una pratica basata sulla segregazione, sia sociale che geografica, nonché una gestione economica quantomeno opaca, come documenta il Rapporto Annuale 2014 dell’Associazione 21 luglio. Al contrario di Roma, la città di Torino viene spesso presentata come uno degli esempi modello in Italia per la gestione del welfare, che a Roma è ormai associato indissolubilmente al malaffare. Ma nel prossimo paragrafo, a partire da un’etnografia dello smantellamento della baraccopoli di Lungo Stura Lazio, vedremo come anche il caso di Torino illustra come, pur in assenza di fenomeni classificabili come mafiosi, l’ambito del no-profit è ormai viziato dalla penetrazione delle logiche di mercato nella gestione dell’intervento sociale.

Torino: gestire i campi rom

L’insediamento informale di Lungo Stura Lazio a Torino ha rappresentato durante più di dieci anni una di quelle “extraterritorialità” all’interno dei confini nazionali. Situato sulle rive del fiume Stura, questo “campo non autorizzato” (o spontaneo) era un insediamento di baracche abitato da circa un migliaio di persone etnicamente connotate come rom, ma di fatto immigrati rumeni (non solo rom) per la maggior parte. Negli ultimi due anni, il campo è stato beneficiario di un progetto denominato La Città Possibile (su cui abbiamo già scritto in passato), con l’obiettivo di “svuotare” la baraccopoli e, almeno sulla carta, “riallocare” i suoi abitanti.

Anche qui, le decisioni e gli interventi che riguardano Lungo Stura nascono in un contesto di opposizione trasversale, da parte di molti abitanti del quartiere, alla presenza di tale baraccopoli: un’opposizione che è arrivata a concretizzarsi in un movimento di quartiere, protagonista di una partecipata manifestazione nel giugno del 2012 e di una proposta di delibera di iniziativa popolare approdata in Consiglio Comunale l’anno successivo. Lo slogan del movimento, raccolto dai politici locali di tutti gli schieramenti e dai vari agenti che hanno partecipato allo smantellamento del campo, era costituito da queste due parole: «Rigore e solidarietà».

Non può risultare più chiaro il binomio che presiede alla rappresentazione dello straniero e che condiziona direttamente il trattamento politico di cui è oggetto: gli abitanti del campo sono stati rappresentati, nel migliore dei casi, come famiglie inadatte alle esigenze della vita urbana, prive dei mezzi di sostentamento e quindi meritevoli di solidarietà (leggi “accoglienza”), da un lato; dall’altro, come potenziali criminali, delinquenti, completamente privi della “volontà di integrarsi” e ai quali applicare “rigore”.

Il progetto La Città Possibile è stato finanziato con cinque milioni di euro stanziati dal Ministero degli Interni per “l’inclusione dei rom” nella città di Torino. Tale stanziamento rappresentava di fatto una delle sequele dell’“emergenza nomadi” proclamata dal governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011, che covogliò decine di milioni di euro alle prefetture di Roma, Napoli, Milano e, dal 2009, anche di Torino e Venezia. Verso la fine del 2011 una sentenza del Consiglio di Stato dichiarò illegittimo il decreto sull’emergenza nomadi e i cinque milioni di euro previsti per Torino fecero ritorno al Ministero.

È importante ricordare che nel periodo tra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, in assenza di finanziamenti per le cooperative sociali e le associazioni che lavoravano nei campi di Torino, sono state le stesse Onlus, in alcuni casi, a riaprire lo spazio discorsivo dell’emergenza per evidenziare la necessità del loro operato (Vergnano 2015), nonostante il Consiglio di Stato avesse giá dichiarato illegittimo un trattamento della questione in termini emergenziali. Quando i cinque milioni di euro furono sbloccati e riassegnati alla municipalità, non più per l’“emergenza nomadi” di Berlusconi ma per “iniziative a favore della popolazione rom”, le stesse associazioni, riunite in un unico raggruppamento, si presentarono all’appalto per la gestione di tali iniziative. Nonostante alcune reticenze tra gli operatori, il raggruppamento di organizzazioni del terzo settore – costituito da AIZO, Valdocco, Stranaidea, Liberitutti, Terra del Fuoco e Croce Rossa Italiana – si è presentato alla gara d’appalto, in nome di una retorica della «sfida da vincere» e «l’occasione da non perdere» che caratterizza molti dei discorsi degli operatori del sociale.

Rom buoni, rom cattivi

Nella pratica, per le organizzazioni del terzo settore si trattava di reperire immobili e alloggi dal mercato privato, da mettere a disposizione delle famiglie del campo ad affitti calmierati, pagati in parte con il denaro disponibile per il progetto e in parte con contributi da parte delle famiglie stesse, per un periodo di due anni. Alla fine di tale periodo, si supponeva che il “percorso verso l’autonomia” fosse definitivamente concluso e che le famiglie sarebbero state in condizione di pagare l’affitto autonomamente.

Inutile dire che la qualità degli alloggi e delle strutture reperite era in molti casi inadeguata per le esigenze di una famiglia (sono state messe a disposizione anche strutture senza abitabilità), proprio a causa della difficoltà di reperire in tempi ristretti una grande quantità di alloggi a costi contenuti all’interno del mercato immobiliario. Non è un caso che non si parlasse di case, ma di social housing, utilizzando un inglesismo del tutto distorto, visto che l’espressione social housing fa riferimento, in inglese, a quello che per noi sarebbe la casa popolare – che non è quello che è stato dato alle famiglie: insomma, si parla di social housing quando in realtà si tratterebbe, se proprio vogliamo dirlo in inglese, di charity housing.

Nel segno del«rigore e solidarietà», ovviamente, non tutte le famiglie sono state beneficiarie di charity housing. Come spiegò l’Assessore ai Servizi Sociali di Torino in una partecipata riunione aperta al pubblico tenuta nella sede della VI Circoscrizione, il 28 gennaio 2015:

«Attualmente sono state allontanate le persone senza requisiti personali [sic!] e giurdici [sic!] necessari per poter stare dentro a un percorso [di integrazione]. È evidente che le 300 persone che non hanno i requisiti per stare dentro al patto di emersione, perché non gli interessa, non sono nelle condizioni o hanno delle caratteristiche dal punto di vista giuridico che non lo permettono, dovranno essere allontanate» (28/1/2015).

È importante sottolineare che i mesi precedenti all’implementazione de La Città Possibile sono stati caratterizzati – secondo gli stessi dati della Prefettura – da un vero e proprio assedio poliziesco al campo di Lungo Stura, con 298 controlli in sei mesi, quasi due controlli al giorno, in molti casi alle prime luci dell’alba, chiudendo le vie di accesso al campo. Questi controlli hanno dato luogo a 17 arresti e a una serie di fogli di via, rilasciati in molti casi in maniera arbitraria. A quanto pare, non è possibile concepire l’accoglienza senza il suo rovescio della medaglia, ovvero la criminalizzazione (il cosiddetto “rigore”). È in questo modo che si aprono spazi di eccezione e si creano allarmi sociali che costituiscono la base perfetta per la sospensione dello stato di diritto.

In seguito a questo processo di “scrematura” degli abitanti, alle famiglie beneficiarie sono state proposte due opzioni:  la riallocazione in charity housing o il “rimpatrio assistito” in Romania. Negli ultimi mesi del progetto, queste due opzioni sono state ridotte a una: la seconda. Nel frattempo si è proceduto allo sgombero progressivo dell’insediamento, in differenti fasi, secondo una logica “a zone”, successivamente recintate e sorvegliate da operatori della Croce Rossa per evitare la loro rioccupazione.

La continuità tra il progetto di inserimento sociale e la pulizia etnica del territorio è rivelata da questa logica di tipo quasi militare: il campo viene sgomberato come si trattasse della “presa” di un territorio invaso da stranieri – e questa modalità ha influenzato notevolmente i criteri di intervento degli operatori del terzo settore. I risultati finali sono facilmente immaginabili: alcune famiglie sono state sgomberate senza alternative, altre rimpatriate in Romania e successivamente rientrate a Torino, altre ancora rialloggiate in strutture di charity housing per le quali si annuncia nel futuro imminente una serie di sfratti, in corrispondenza del termine dei due anni previsti dal progetto.

Le ultime fasi del progetto sono state caratterizzate da mobilitazioni di carattere chiaramente rivendicativo, come l’occupazione della caserma di via Asti da parte di alcune famiglie, rapidamente sgomberate. Inoltre, due esponenti delle cooperative del La Città Possibile sono state iscritte nel registro degli indagati (leggi qui e qui). Il fatto che il capo d’imputazione sia stato quello di turbativa d’asta (per l’alloggiamento di famiglie in edifici senza abitabilità) è significativo ma rappresenta allo stesso tempo un risultato esiguo. L’indagine della Procura non mette in discussione (né gli compete) la logica del progetto nel suo complesso, che è stato basato su criteri opachi di selezione delle famiglie, su un processo di criminalizzazione, sulla provvisorietà delle soluzioni abitative offerte e, in definitiva, su una gestione delle risorse pubbliche del tutto inefficiente.

La Città Possibile può essere considerata un sostanziale fallimento: con cinque milioni di euro spesi, le baracche sono state demolite usando la retorica dell’inclusione sociale, senza offrire un’alternativa reale agli abitanti. Per comprendere questo fallimento, è importante considerare la progressiva penetrazione della logica di mercato, sia nelle soluzioni proposte per il rialloggiamento – l’edilizia residenziale pubblica sembra essere un capitolo definitivamente terminato nella storia delle politiche per la casa – sia nelle logiche dell’intervento sociale – con lo slittamento di responsabilità verso le organizzazioni del terzo settore, in assenza, però, di una separazione chiara tra “economia no profit” ed “economia di mercato”.

La realtà della logica umanitaria

Se la “ragione umanitaria” è stata oggetto di critiche anche molto note (Fassin 2010, e prima di lui Ryfam 2006), il discorso sulla necessità di accogliere i protagonisti della recente “crisi migratoria” ha giustificato un ritorno in forze della retorica umanitaria per legittimare politiche di “accoglienza”. Eppure, da decenni le ricerche sul reality of aid nei cosiddetti paesi in via di sviluppo dimostrano come da decenni la logica umanitaria stia facendo da contrappunto alle politiche neocoloniali che impoveriscono progressivamente le stesse popolazioni “beneficiarie” degli aiuti elargiti dalle ONG  spesso, anche lì, grazie alla gestione emergenziale di situazioni post-catastrofe. In ambito urbano, il ruolo smobilitante della logica umanitaria sulle strutture autogestite o sulle tecniche di convivenza e risoluzione dei conflitti della società civile è stato messo in luce da diversi osservatori (ad esempio Valdoski 2014, Portelli 2001). Tuttavia, per quanto riguarda le politiche sulla migrazione e sull’inclusione degli stranieri in Europa, il rinnovato appello all’emergenza sembra impedire un’analoga riflessione sugli effetti perversi di tali retoriche.

L’esempio di Torino, come quello di Roma e di Mineo, possono essere considerati casi rilevanti per illustrare l’ipotesi sostenuta nella prima parte di questo saggio: che il discorso sulla repressione e quello sull’accoglienza collaborano a mantenere in piedi situazioni di segregazione sociale e di extragiudizialità altrimenti impossibili da legittimare in un ordinamento di diritto. Riconoscere la funzione perversa della logica umanitaria – che ammette di fatto situazioni intollerabili di esclusione e di violazione di diritti umani – ci permette di affrontare il problema della migrazione sotto un’ottica diversa da quella abituale.

Correntemente si tende a far ricadere i discorsi sulla presenza di migranti e rom in una polarità immaginaria, che situa il razzismo e l’accoglienza ai due estremi di una scala, con cui si misura se una determinata politica è inclusiva o esclusiva: per quanto riguarda l’Italia, i maggiori controlli alle frontiere sarebbero una politica esclusiva, l’aumento di fondi per i centri d’“accoglienza” sarebbe invece una politica inclusiva. Invece, comprendere la complementarietà di questi due poli, e la loro sostanziale collaborazione garantita dalla logica dell’emergenza, ci consente di vedere anche l’“accoglienza” come una macchina per l’estrazione del profitto dalle sofferenze dei settori più svantaggiati della società. Tale profitto si originerebbe, dunque, dal mantenimento di un sistema di esclusione, e dalla naturalizzazione di un sistema che mantiene segregati alcuni settori della società, giustificando la loro esclusione dai diritti di cittadinanza. Trattandosi di accoglienza, sembra che sia quasi legittimo lo spreco del tutto irrazionale di fondi pubblici, la brutalità e l’inconcludenza degli interventi, anche senza arrivare a forme di gestione mafiosa o illecita.

Conclusione

Attraverso questa ricostruzione si è provato a mettere in risalto non tanto una serie di casi isolati, più o meno comparabili gli uni agli altri, ma una serie di elementi intrinsecamente connessi: i dualismi pubblico/provato e umanitarismo/criminalizzazione, la logica dell’emergenza, l’affermazione del clientelismo. Di fatto, l’esasperazione del dibattito pubblico in termini accoglienza vs. xenofobia, in un contesto di riconfigurazione delle relazioni tra privato e pubblico in materia di intervento sociale, se da un lato sostiene il trattamento emergenziale di fenomeni sociali che sono invece di natura strutturale, dall’altro produce dinamiche clientelari che permettono di trarre beneficio dall’esclusione sociale di soggetti fragilizzati, vittimizzati e vulnerabilizzati.

Come l’esempio torinese dimostra, la natura stessa degli interventi di accoglienza risulta viziata da dinamiche strutturali che si ripetono in differenti contesti, anche senza arrivare ai livelli estremi della corruzione, della speculazione e dello sfruttamento che hanno caratterizato il caso “Mafia Capitale”. È proprio grazie alla trasformazione dell’assistenza pubblica in un mercato, e quindi alla costruzione di un interesse privato sull’esclusione sociale, che questo settore si è reso vulnerabile alle scorrerie dei predoni. In questo contesto, la retorica della legalità (o della lotta alla mafia, nel caso romano) è una narrazione necessaria affinché, una volta eliminate le “mele marce”, tutto ritorni come prima. Affinché lo sfruttamento trovi forme più moderne, più efficaci, meno grossolane, più difficili da individuare e sanzionare.

Fonti e approfondimenti

  • Bonetti, Paolo; Simoni, Alessandro; Vitale, Tommaso (ed.), 2010. La condizione giuridica di Rom e Sinti in Italia, Atti del Convegno Internazionale, Università Bicocca, Milano 16-18 giugno.
  • Brunello, Piero (ed.), 1996. L’urbanistica del disprezzo: campi Rom e società italiana. Roma: Manifestolibri.
  • Portelli, Stefano, 2001. La cooperazione internazionale in Nicaragua: problemi e aspetti socioantropologici. Tesi di Laurea, Università di Roma “La Sapienza”.
  • Portelli, Stefano, 2014, I centri del triangolo: migrazioni e neocolonialismo in Sicilia Orientale. Napoli Monitor, 4 dicembre.
  • Valdoski, Fabiana, 2014. A territorialização de organizações não governamentais nas periferias urbanas: uma experiência na metrópole de São Paulo. Atti del XIII Coloquio Internacional de Geocràitica, Barcelona 5-10/5/2014.
  • Vergnano, Cecilia, 2015. Salir del campo rom. Estrategias desde abajo y planificación institucional en la ciudad de Turin. Tesi dottorale, Universitat de Barcelona

Articolo di Cecilia Vergnano e Stefano Portelli. Foto di copertina di Torino Day rielaborate dall’autrice.

Cecilia Vergnan è candidata PhD presso il programma di "Estudios Avanzados en Antropología Social" dell'Università di Barcellona, con una tesi sui processi di costruzione della romofobia nella città di Torino (Italia). È membro del Dipartimento di Antropología Culturale e Storia di America e Africa dell'Università di Barcellona in qualità di docente ricercatrice. È anche membro del GRECS (Grup de Recerca sobre Exclusió i Control Social) e del GRACU (Grup de Recerca sobre Antropología del Conflicto Urbano).

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