La macchina dell’accoglienza. Prima parte

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Curiosando nelle 479 pagine del Dossier Statistico Immigrazione 2015 si apprendono cose interessanti. Per esempio, che gli stranieri residenti in Italia al 31 Dicembre 2014 sono 5 milioni e 400 mila, l’8,2% della popolazione. Il numero è sostanzialmente identico a quello dell’anno precedente: il fenomeno migratorio è stabile, e per la prima volta da quindici anni non conosce incrementi significativi (pag. 8). Si apprende anche che, con le loro tasse e i loro contributi, gli stranieri versano allo Stato 16 miliardi di euro l’anno. Lo Stato spende, per servizi e prestazioni destinate ai migranti, 13 miliardi di euro. Dunque, se non ci fossero gli immigrati, il nostro paese avrebbe tre miliardi di euro in meno ogni anno (pag. 12).

Una fotografia in bianco e nero

Nonostante i dati di realtà, il fenomeno migratorio in Italia è così politicamente strumentalizzato che appare impossibile una discussione seria al riguardo, una riflessione pubblica in grado di prescindere dalla demagogia politica e le banalizzazioni mediatiche. Quando si parla del fenomeno migratorio, sembra che non ci sia spazio per concetti chiari o dati veridici, e risultino pertinenti solo argomenti arbitrari e rappresentazioni distorte della realtà. Questo avviene, in primo luogo, perché l’intero fenomeno migratorio è associato continuamente ai nuovi arrivi, quindi al settore di popolazione migrante più vulnerabile e stigmatizzata. In secondo luogo, che è quanto ci riguarda qui, perché il dibattito sull’“accoglienza” o sul “respingimento” di questi nuovi arrivati automaticamente divide l’opinione pubblica in due campi contrapposti, garantendo legami di rappresentanza sicuri a diversi schieramenti politici. Tale bipartizione è inoltre associata ad un linguaggio dominato dall’urgenza, corredato da immagini spettacolari e dalla presenza invadente di determinati numeri – i cui ordini di grandezza generalmente sfuggono al grande pubblico. La percezione della presenza degli stranieri in Italia, quindi, così come la discussione sulle innovazioni legislative che regolano l’accesso alla residenza, alla cittadinanza e alla nazionalità, sono pesantemente influenzate da questa dicotomia, che riguarda di fatto una porzione numericamente poco significativa degli stranieri presenti sul territorio italiano (già di per sé relativamente poco numerosi).

Quindi, la rappresentazione del migrante è il risultato di una costruzione sociale, culturale, mediatica e politica fortemente bipolare. Da una parte c’è il richiedente asilo bisognoso di assistenza umanitaria, in fuga da guerre o catastrofi documentate; dall’altra il “migrante economico” che crede di arricchirsi alle spalle delle migliori condizioni economiche dell’Italia. Da una parte l’oggetto di protezione, di compassione, meritevole di accoglienza; dall’altra l’indesiderato, il clandestino, l’imbroglione, quando non il sospetto di terrorismo. Queste due figure danno luogo a due diversi discorsi sul fenomeno: quello umanitario, riservato ai migranti “buoni”, e quello disciplinare, per i “cattivi”. L’immagine di partenza, restituita dai dati statistici di cui sopra, viene rielaborata esasperando i contrasti e saturandola, al punto da restituirne una versione così distorta da divenire irriconoscibile. Questo tipo di schematizzazione è estremamente dannosa non solo per i migranti, ma per la società nel suo complesso, dal momento in cui appiattisce il dibattito, costruisce una categoria difficile da smontare, genera risposte politiche inadeguate e impedisce di vedere “il migrante” (se vogliamo ancora chiamarlo così) come un soggetto attivo, dotato di strumenti, risorse, capace di inserirsi in reti sociali, attivare strategie di collaborazione con i locali, ed, evidentemente, anche di contribuire all’economia del paese d’arrivo. Come una persona, insomma.

In questo articolo ci interroghiamo sulla possibilità di considerare i due poli di questa dicotomia – quello disciplinare e quello umanitario – come due facce della stessa medaglia, o come due dispositivi di esclusione paralleli e complementari. Sia se presentati come vittime inermi da proteggere (come suggerisce la parola “rifugiato”), che come potenziali intrusi da smascherare (un’immagine implicita nella definizione “clandestino”), ai migranti si rifiuta la forma umana, cioè la possibilità di decidere sul proprio futuro e sul proprio ruolo nella società. Questo bisogno di schiacciare “l’altro” in una classificazione rassicurante ricorda da vicino ciò che racconta Todorov (1982) su come gli europei del XVI secolo percepivano i nativi americani con cui erano entrati in contatto: li si descriveva o come dei demoni senz’anima (perché privi del messaggio cristiano) o come degli angeli in terra (perché lontani dalla corruzione del mondo europeo); ma entrambe le descrizioni esorcizzavano la necessità di dialogare con essi come esseri umani, come potenziali interlocutori alla pari. Purezza e pericolo, ci insegna Mary Douglas (1966), sono due modalità di sacralizzazione che hanno identica funzione: quella di escludere dalla norma, di allontanare ritualmente, e di mantenere artificialmente separato. Nella sua colossale descrizione del meccanismo del “capro espiatorio”, René Girard (1982) evidenzia come chi è escluso dalla società per preservare la coesione collettiva, una volta eliminato viene anche ritenuto meritevole di protezione e adorazione, ma solo per mantenerlo comunque separato da “noi”.

Sulle forme che prende la xenofobia si è scritto molto, sin da quando, negli anni Ottanta, riapparvero in Europa dei partiti dichiaratamente razzisti, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale (Caldiron 2008). A questa nuova destra si oppose subito un discorso orientato alla promozione della diversità culturale e dei benefici di una società “multiculturale”. Ma, contrariamente alle intenzioni, questo discorso offrì una nuova possibilità di riformularsi alla xenofobia: ora l’esigenza di mantenere lontani i “diversi” poteva distanziarsi dal razzismo biologico, ormai screditato, ed adottare una nuova retorica “culturalista” (Barker 1981, Stolcke 1995, Taguieff 1987 y 1999, Wren 2001). Nei decenni successivi più autori hanno messo in luce come, soprattutto nel Sud europeo, si è sviluppato un nuovo “razzismo democratico”, che usa il linguaggio dei diritti umani per rafforzare l’esclusione e la chiusura delle frontiere (Pallidda 2009). Ma le frontiere non sono solo quelle visibili sulle mappe. In generale, possiamo dire che ci troviamo davanti a una frontiera tutte le volte che meccanismi più o meno arbitrari di selezione intervengono per regolare le modalità della presenza sul territorio di cittadini di altri paesi.

In questo testo ci proponiamo di analizzare alcuni esempi “fortunati”, sul territorio italiano, in cui sulla logica securitaria ha prevalso quella dell’accoglienza. Vedremo come il compito di accogliere ricada su organizzazioni del cosiddetto “privato sociale”: cooperative sociali, ONLUS, associazioni no-profit o ONG. Quest’area viene generalmente chiamata “terzo settore”, perché rappresenta una “terza via” tra il pubblico e il privato, sorta dal bisogno di offrire servizi ai più disagiati in tempi di smantellamento dello stato sociale. Vedremo però come i meccanismi di esclusione operati da queste strutture preposte all’“accoglienza” ed all’“integrazione” non siano meno dannosi di quelli che si rifanno esplicitamente ad un paradigma xenofobo.

Genesi del terzo settore

Le politiche sociali  sono state caratterizzate negli ultimi decenni da un progressivo ridimensionamento e, allo stesso tempo, dalla privatizzazione, esternalizazzione o, appunto, “terziarizzazione” dell’intervento sociale, attraverso l’appalto dello stesso a imprese, associazioni o entità private. Si tratta di un fenomeno che ha interessato tutti gli ambiti del welfare, e che ha portato alla costituzione di un settore economico diretto a soddisfare domande (in ambito di alloggio, sanità, educazione, assistenza) alle quali né lo Stato né il mercato sarebbero in condizione di rispondere. Lo stato sociale avrebbe quindi adottato un modello di welfare mix, cioè di una collaborazione tra le amministrazioni pubbliche e il terzo settore. In Italia, il settore che si è incaricato di gestire i servizi appaltati dallo stato ha origine nelle organizzazioni caritatevoli gestite dalla Chiesa, e nel volontariato (Barbetta 2000, Patanè 2003).

A partire dalla legge 381 del 1991 si è imposto un nuovo modello di gestione, caratterizzato da un funzionamento più imprenditoriale, alternativo sia al volontariato che alla beneficenza, e rappresentato dalle cosiddette “cooperative sociali”: entità teoricamente no-profit con l’obbiettivo di offrire servizi sociali, educativi e sanitari alla popolazione, collaborando con l’amministrazione pubblica. Queste trasformazioni avrebbero portato a un modello peculiare di rapporto tra lo Stato e il terzo settore.

Il caso italiano non può confrontarsi con nessuno dei modelli concettuali più noti che vengono comunemente usati per interpretare la relazione tra Stato e terzo settore. Non si può considerare un modello neoliberista, visto il basso livello di indipendenza delle organizzazioni no-profit nel nostro paese; non si può considerare un modello socialdemocratico, vista la scarsa regolamentazione da parte dello Stato; ma non si può considerare neanche un modello corporativo, vista la mancanza di norme standarizzate e il basso livello di coordinamento tra i diversi settori. Il caso italiano non sembra caratterizzato da altro che da elementi contraddittori: una forte interdipendenza funzionale [tra lo Stato e il terzo settore] in assenza di una forma di coordinamento efficace; una grande autonomia aziendale delle organizzazioni senza fini di lucro, in assenza di un profilo legale ben definito che le distingua dalla sfera statale e le renda indipendenti dell’influenza da parte  (Ranci 1999: 246).

Le conseguenze di questa trasformazione, a posteriori, sono evidenti. Su un primo livello, abbiamo una necessaria frammentazione delle competenze e delle responsabilità tra settore pubblico e settore privato, con la conseguente facilità di “rimpallo” delle responsabilità quando insorgono problemi. A livello lavorativo, il ritiro del settore pubblico implica una maggiore precarizzazione del lavoro sociale, con gli operatori contrattati sulla base di progetti di breve durata, spesso con competenze sovrapposte o poco chiare. Ma soprattutto, le cooperative che gestiscono i diversi settori devono provvedere al proprio mantenimento economico, e si trovano quindi prese in un conflitto di interessi tra la volontà dichiarata di lavorare per l’inclusione e la risoluzione dei problemi sociali, e la necessità di perpetuare uno stato di necessità che garantisca il rinnovamento dei contratti con l’amministrazione pubblica. La stessa indeterminatezza dei rapporti tra pubblico e privato porta con sé il pericolo costante di alimentare un “sistema” di rapporti politici a livello locale, in grado di orientare in forma opaca la gestione degli appalti, e quindi l’apparizione di forme di clientelismo.

La situazione contemporanea è caratterizzata da una forte interdipendenza tra lo Stato e il Terzo Settore, per quanto riguarda la fornitura di servizi, che è marcata dall’assenza di una netta distinzione di ruoli e sfere di competenza e da bassi livelli di cooperazione – una condizione che fa che le associazioni no-profit siano chiamate in causa nella gestione dei servizi ma coinvolte solo in minima parte nei processi decisionali riguardanti le politiche pubbliche. Questa interdipendenza sembra pertanto essere caratterizzata da un progressivo slittamento di responsabilità pubbliche verso l’area di competenza del privato sociale, che è esposta per sua stessa natura a considerazioni discrezionali e forme di favoritismo locale, e controllata solo in minima parte dall’amministrazione pubblica (Patanè 2003: 7).

«Il traffico di droga rende di meno»

In Italia, la gestione opaca delle cosiddette emergenze sociali e i rapporti clientelari di alcune cooperative e operatori no-profit con le amministrazioni pubbliche erano già sorti come problemi importanti negli anni passati (si veda Bonadonna 2009, Furlanetto 2013, ma anche Rastello 2014). Ma nel novembre 2014 un’indagine della Procura di Roma ha fatto emergere un’articolata trama di manipolazione degli appalti pubblici, che coinvolgeva cooperative sociali, gruppi criminali e politici di diversi schieramenti, e che garantiva grossi profitti proprio dalla gestione delle emergenze sociali. Pur se operanti in diverse parti del territorio nazionale, i legami di queste organizzazioni con le amministrazioni cittadine di Roma tanto del sindaco di sinistra Walter Veltroni come dell’amministrazione di destra di Gianni Alemanno ha fatto sì che a questa rete clientelare fosse dato il nome di “Mafia Capitale”.

In una delle intercettazioni più conosciute, il presidente della cooperativa maggiormente coinvolta nelle indagini, Salvatore Buzzi di Eriches 29 Giugno, dichiarava «Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti su[gl]i zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati». In un’altra intercettazione, lo stesso personaggio chiedeva ad un interlocutore «Tu c’hai idea di quanto ci guadagno sugli immigrati?», e si rispondeva: «Il traffico di droga rende di meno». Gli alti introiti della sua cooperativa, derivanti dalla gestione di strutture per l’emergenza prive di alcun controllo sulla qualità dei servizi, gli permettevano di versare mensilmente grosse somme ad alcuni politici, che in cambio garantivano un costante afflusso di utenti alle sue strutture, e un canale preferenziale per ottenere informazioni e appalti. Uno dei consiglieri comunali da lui “stipendiato”, il vice-capo di Gabinetto del sindaco Veltroni, Luca Odevaine, confessa che grazie alla sua posizione come presidente del Tavolo nazionale sull’immigrazione, era in grado di «orientare i flussi che vengono da giù», e quindi di indirizzarli ai centri gestiti da “Mafia Capitale”.

La natura della corruzione, del clientelismo e del potere mafioso in Italia è stata studiata a lungo. Molti studiosi anglosassoni classici che vi hanno lavorato, spinti anche da un interesse “orientalista” verso gli aspetti più folkloristici della criminalità italiana, hanno descritto la mafia come una struttura di mediazione tra le istituzioni e il popolo, nel contesto di uno stato distante e inefficiente, che esige dalla popolazione degli obblighi ma offre anche benefici (ad esempio: Scott 1972, Boissevain 1974). Ma la violenza e la relazione di dominio che implicano queste relazioni sono spesso sottovalutate, quando non ignorate. Fuori dalle visioni romantiche, che cercano di isolare un sistema sociale autoctono del mondo mediterraneo invocando prospettive “culturaliste” per giustificarne il radicamento, i sistemi clientelari e mafiosi come quello emerso nel 2014 a Roma sono soprattutto meccanismi di repressione e controllo incredibilmente efficaci, che rinforzano l’accumulazione delle risorse da parte di una classe dirigente parassitaria e orientata al profitto personale (si vedano: Arlacchi 1980, Signorelli 1983). Più che strumenti di mediazione, le relazioni clientelari sono «strutture di invasione e conquista del pubblico da parte del privato» (1983, 15), e piuttosto che favorire (sia pure personalisticamente) l’accesso alle funzioni statali, esse si sostituiscono alle istiuzioni, manipolandole per i loro fini. Scrive Signorelli (ibid.):

In particolare nel caso italiano, ma non mancano esempi stranieri, sembrerebbe di poter dire che stiamo assistendo a un ribaltamento dello schema, ad un’inversione della tendenza: come moltissimi fatti suggeriscono, invece di essere [la struttura clientelare] progressivamente riassorbita nella più vasta struttura centralizzata e burocratizzata; o invece di arrivare a quell’istituzionalizzazione latente della sitauzione di incapsulamento che in alcuni casi rappresenta per una società statale il modo più economico di governare sotto-sistemi troppo arcaici e periferici o invece troppo centrali e potenti per essere inglobati; in Italia la struttura [clientelare] incapsulata sembra essersi rovesciata ed espansa, attraverso le relazioni di mediazione, sulla struttura incapsulante, fino a modificarne sostanzialmente quei caratteri di universalità, razionalità, centralizzazione che avrebbero dovuto distinguerla. Graecia capta victores coepit, verrebbe voglia di dire.

Insomma, non ci troviamo in presenza di uno stato che ha “subappaltato” alcune competenze che non riesce a gestire a gruppi di potere locale che ne garantiscono il funzionamento; ma di oligarchie locali, che mantengono il controllo sul territorio con la violenza (tra gli imputati di “Mafia Capitale” ci sono ex terroristi, usurai, sicari), e che riescono a orientare le politiche pubbliche in modo da assicurarsi altissimi profitti. Mantenendo il monopolio su gran parte degli appalti pubblici, i gruppi clientelari che controllano l’emergenza oggi ottengono la possibilità di creare lavoro in zone deprivate, e quindi di garantire voti a determinati partiti politici; i quali in cambio offrono la garanzia di continuare con le stesse politiche che richiedono appalti come quelli che le cooperative di “Mafia Capitale” possono gestire.

Uscire dalla situazione d’emergenza

Ma tutto questo sistema non potrebbe funzionare se venisse a mancare l’emergenza, cioè la necessità impellente di offrire alloggio e cibo a persone vulnerabili, non in grado di provvedere a se stesse o di lavorare. I migranti, appena sbarcati da viaggi estenuanti e traumatici, spesso fuggiti da zone di guerra, sono una miniera d’oro per gli imprenditori del terzo settore, che hanno in questo senso interesse a mantenerne il più alto numero possibile, e per il maggior tempo possibile, in condizioni di dipendenza. Per quanto tra i lavoratori dell’accoglienza ci siano moltissime persone oneste, che si adoperano anche oltre le proprie mansioni per risolvere i casi individuali di migranti in cerca di una sistemazione dignitosa, è senz’altro interessante vedere quanto poco si siano mosse le loro organizzazioni per uscire dalla situazione di emergenza, e per esigere soluzioni permanenti per un fenomeno che persiste da almeno due decenni sulle coste italiane.

La logica dell’emergenza – lo “stato di eccezione” di Schmitt e di Agamben – emerge alla superficie della vita politica italiana come un dispositivo stabile di gestione del welfare, trasversale agli schieramenti politici e all’intero territorio nazionale. Gli esempi non mancano: il primo giunge alla fine degli anni Novanta, con la famosa “emergenza freddo” con la quale l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, affrontava un fenomeno periodico e prevedibile come l’arrivo dell’inverno per i senzatetto. Ma non sono sono stati da meno né Walter Veltroni, che istituì finanziamenti speciali a proprietari immobiliari privati per alloggiare sfrattati e sfollati attraverso l’“emergenza casa”, né Romano Prodi, che ricorse alla Protezione Civile per la gestione di compiti teoricamente ordinari come lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Stesso discorso si applica alle innumerevoli emergenze annunciate dal penultimo sindaco di Roma Gianni Alemanno (emergenza pioggia, neve, nomadi, rifiuti, casa, acqua, etc.), così come alla decretazione dell’“emergenza nomadi” da parte del governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con i casi di appalti d’urgenza a cooperative sociali difficilmente controllabili per la gestione dei cosiddetti “campi rom” in svariate province d’Italia e la gestione emergenziale del fenomeno migratorio sull’intero territorio nazionale, da Lampedusa e Siracusa fino a Udine e Gorizia.

Fonti e approfondimenti

  • Arlacchi, Pino, 1980. Mafia, contadini e latifondo nella Calabria tradizionale. Bologna: Il Mulino.
  • Barbetta, Gian Paolo, 2000. Italy’s third sector on consolidation course. German Policy Studies, 1(2), pp. 136-160.
  • Barker, Martin, 1981. The New Racism: Conservatives and the Ideology of the Tribe. London: Function Books.
  • Bonadonna, Federico, 2009. Occasioni mancate: Antropologia delle marginalità estreme e politiche sociali per gente degli interstizi. Roma: L’orecchio di Van Gogh.
  • Caldiron, Guido, 2008. Populismo globale. Culture di destra oltre lo stato-nazione. Roma: Manifestolibri.
  • Douglas, Mary, 1966. Purezza e pericolo: un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù. Bologna: Il Mulino.
  • Furlanetto, Valentina, 2013. L’industria della carità. Chiarelettere.
  • Girard, René, 1982. Il capro espiatorio, Milano: Adelphi.
  • IDOS, 2015. Dossier Statistico Immigrazione 2015Presidenza del Consiglio dei Ministri.
  • Pallidda, Salvatore, (ed.), 2009. Razzismo democratico: la persecuzione degli stranieri in Europa.
  • Patané, Simonetta, 2003. The Third Sector in ItalyEuroSET Report. Rome: European Social Enterprise Training, Centro Italiano di Solidarietà di Roma.
  • Ranci, Costanzo, 1999. Oltre il welfare state. Terzo settore, nuove solidarietà a trasformazioni del welfare. Bologna: Il Mulino.
  • Rastello, Luca, 2014. I Buoni. Chiarelettere.
  • Stolcke, Verena, 1995. Talking Culture: New Boundaries, New Rhetorics of Exclusion in Europe. Current Anthropology, vol.36, n.1, pp 1-24.  
  • Signorelli, Amalia, ed., 1983. Chi può e chi aspetta: giovani e clientelismo in un’area interna del Mezzogiorno. Napoli: Liguori
  • Taguieff, Pierre André, 1987. La force du prejugé. Essai sur le racisme et ses doubles. París: La Decouverte.
  • Taguieff, Pierre André (ed.), 1991. Face au racisme, Paris: La Decouverte.
  • Todorov, Tzvetan 1982. La conquista dell’America. Torino: Einaudi.
  • Wren, Karen, 2001. Cultural Racism: Something Rotten in the State of Denmark?. Social and Cultural Geography, vol.2, n.2, pp.141-162.

Articolo di Stefano Portelli e Cecilia Vergnano. Immagine di copertina: video promozionale 8xMille alla Chiesa Cattolica.

Antropologo culturale nato a Roma, si occupa dell'impatto sociale delle trasformazioni dello spazio, della mobilità forzata e della pianificazione urbana, in particolare nelle periferie. Ha scritto "La ciudad horizontal" sulla demolizione di un quartiere di Barcellona, ora lavora in un dipartimento di urbanistica dell'universitá La Sapienza (Roma), e nel 2015 è stato visiting scholar a Harvard.

1 Comment

  1. Rispetto all’articolo di Stefano Portelli e Cecilia Vergnano La Macchina dell’Accoglienza, vorrei offrire uno spunto di riflessione sulla parabola della cooperazione sociale che si conclude con la fine della stessa. Una morte annunciata che è contemporaneamente un omicidio, un suicidio e la fine di un ciclo.

    Fine di un ciclo
    Nato su una contraddizione ontologica (su cui non entreremo qui) e proliferato nell’ambiguità, il Terzo Settore applicato all’accoglienza delle marginalità a Roma (questo il tema), è oggi alle sue battute finali. Il cadavere della cooperazione non verrà però sepolto, anzi, sarà tenuto in vita artificialmente. Perché la cooperazione sociale rappresenta ancora un bacino di voti, ma soprattutto un residuo di partecipazione incarnata, dunque persone con gambe e braccia capaci di andare a votare alle primarie e nei seggi, volantinare, fare presenza nelle manifestazioni e nelle cene elettorali: gli operatori sociali sono ottime comparse e in una fase virtuale come quella attuale queste figure umane rappresentano il certificato in vita di una realtà invece defunta (Nb. Chi dice che le cene elettorali sono finite con Mafia Capitale non conosce Roma oppure mente). In cambio di questa “partecipazione passiva”, le cooperative sociali continueranno ad avere appalti pubblici per lo sfalcio del verde, i centri di accoglienza per disagiati, le attività di scolarizzazione, eccetera. I cosiddetti “operatori sociali” manterranno così il proprio posto, i presidenti lo stipendio onorevole e l’amministrazione pubblica continuerà a risparmiare qualche milione di euro. Perché il patto tra il comune e la cooperazione sociale si basa sul minor prezzo che quest’ultima è in grado di garantire. O almeno è quello che si vuole fare credere, perché il risparmio in realtà non è affatto così alto, specie in relazione della qualità del servizio reso. E pensare che la cooperazione sociale era iniziata proponendo servizi “creativi” che il pubblico non riusciva nemmeno a immaginare, a volte creando anche bisogni, molto spesso però colmando lacune strutturali dell’amministrazione. Insomma, a partire dalla fine degli anni Ottanta e fino alla fine dei Novanta, la cooperazione a Roma aveva un buon retroterra di professionalità (educatori, psicologi, assistenti sociali), innovazione, creatività, decisamente superiore a quello dei pubblici amministratori. E soprattutto sapeva leggere i bisogni reali (cosa che ai politici non interessava più e alla parte tecnico-amministrativa della macchina capitolina non aveva mai interessato). Riempiva quindi un vuoto politico, di elaborazione, di pensiero. La cooperazione è stata dunque fondamentale per far evolvere la retrograda e sonnacchiosa amministrazione romana. Mano a mano che passavano gli anni però, aumentavano i bisogni, lo sguardo sulle povertà si diversificava e la complessità del reale richiedeva interventi sempre più articolati e costosi. Le cooperative che avevano occupato quello spazio fin dal principio, non volevano far entrare soggetti nuovi per non dover spartire quote di mercato con altri, ma i soggetti che ciononostante si affacciavano all’orizzonte, individuavano nuove nicchie (anche di mercato). Per esempio esplodeva il fenomeno dei Rom e dei senza fissa dimora e bisognava “inventare” altre risposte. Il mercato si allargò, arrivarono nuovi fondi e nuove prassi. Fino ad un certo punto – e compatibilmente con le ristrettezze mentali della politica – si tentò di fare programmazione (almeno nel mio settore, cioè l’accoglienza ai senza tetto), poi, all’inizio del terzo millennio, si aprì la stagione degli sgomberi a tappeto. E fu il disastro.

    L’omicidio
    Nel 2006 il centro-sinistra che sostiene il sindaco Veltroni per il secondo mandato, tappezza la città con questo manifesto: «Mentre a Roma sono state spostate in 5 anni 8.000 persone dagli insediamenti abusivi e chiusi decini di campi Rom, il governo Berlusconi ha consentito arrivi indiscriminati senza regole e controlli alle frontiere», firmato Ulivo, Verdi, Rifondazione, Udeur e Radicali.
    Una media di 133 persone al mese sgomberate dalla giunta progressista. Posto che uno sgombero costa in media 1.000 euro a persona, dove sono andate a finire queste 133,3 persone? La risposta è: la stragrande maggioranza si è arrangiata, alcuni nei nuovi residence (“emergenza abitativa”) aperti per l’occorrenza (leggi: bisogno indotto) e in minima parte nei nuovi “Villaggi della Solidarietà” (Leggi: quando i mulini erano bianchi…). Una politica emergenziale questa sostenuta anche dai maggiori quotidiani italiani. All’indomani del “trasferimento” di Vicolo Savini a Castel Romano La Repubblica del 15 settembre 2005 scrive: «“Se passi con l’auto in quella pozzanghera, vomiti per tre giorni”. Kemo Hamidovic, 17 anni, racconta con un sorriso il miracolo che sta vivendo: l’addio per sempre al campo nomadi di vicolo Savini […] L’addio alla favela sarà così il punto di partenza per provare a vivere all’italiana (sic!), godendone i benefici e rispettandone le regole. “È una delle cose più importanti – commenta il sindaco Veltroni – che abbiamo fatto in questi quattro anni. […] Grazie a dialogo e partecipazione stiamo spostando 850 persone senza tensioni. Per noi è un modello nel merito e nel metodo: fiele e veleno non hanno mai dato soluzioni, noi con un lavoro silenzioso abbiamo ottenuto i risultati che possiamo oggi raccontare con tanta soddisfazione”».
    “Vivere all’italiana”: chiunque avesse scritto quelle parole riferite ai Rom sarebbe stato tacciato di razzismo. E invece il modello Roma riesce anche nel miracolo di farci credere che c’è una via italiana alla legalità. E che questa è di sinistra.
    Ma la maggioranza delle persone sgomberate che non è andata nei nuovi Villaggi della Bontà e nei centri di accoglienza destinati ai senza tetto che sono stati occupati indebitamente dalle famiglie Rom per nascondere la polvere sotto al tappeto e consentire a Veltroni di mollare la nave capitolina che stava affondando candidandosi all’ultimo momento contro Berlusconi nel 2008 non prima di avere fatto fuori il secondo, inutile, governo Prodi, dove sono andate? In altri campi e in altre occupazioni, nuove e vecchie. Nonché nei nuovi residence. Una media di 30 milioni di euro all’anno per accogliere circa 3.000 persone l’anno in appartamenti di circa 25 mq. Un sistema, quello dei residence, inaugurato dal sindaco Vetere per “dare casa” a quanti, tra quelli che vivevano nelle baracche di via dell’Acquedotto, non erano riusciti ad accedere agli alloggi popolari. Erano i primi anni Ottanta. Il conto è facile. Così com’è facile capire come si sarebbero potuti investire quei soldi, anziché regalarli agli immobiliaristi.
    Tornando al nostro tema, la cooperazione sociale è stata dunque assassinata dal centro sinistra che ha contribuito a snaturarla riducendola a semplice (e misera) agenzia interinale di manovalanza a basso costo sempre più qui dequalificata: l’operatore sociale general generico, senza qualifiche e spesso senza nessuna coscienza politica, grazie anche a sindacati incapaci quando non proprio collusi.

    Il suicidio
    Davanti alla grande trasformazione del mercato sociale, la cooperazione – o meglio le centrali cooperative storiche – si divisero idealmente in due grandi tronconi. Quelle che partecipano con realistico sdegno alla mutazione del settore (tutti si deve campare) e quelle che spartiscono con la politica, a suon di mazzette, le spoglie della città morente. Le prime opporranno timidissime denunce (se parliamo non lavoriamo più, dicono) sui comportamenti delinquenziali delle seconde. Le seconde mangeranno fino a Mafia Capitale, la terra di mezzo in cui entra il magistrato per dire che la ricreazione è finita. Restano sullo sfondo i grandi scandali romani in termini di illeciti (quella del sociale è una goccia). Ma il cadavere eccellente che ancora galleggia è di quelli che dovrebbero fare discutere. Non i magistrati, ma la politica ha contribuito alla morte della cooperazione che, sì, è vero, aveva esaurito il suo ciclo perché non era riuscita a rinnovarsi, ma soprattutto ha accettato un sistema che non le apparteneva. Per essere più chiari: il suicidio della cooperazione avviene quando questa accetta passivamente il mero ruolo di prestatore d’opera. La fragile identità del terzo settore si dissolve in questo frangente.
    Senza dubbio la sinistra di governo ha agevolato questo suicidio compiendo una mutazione senza precedenti nel panorama italiano. Ingrao, il vecchio leader comunista, aveva parlato di “mutazione antropologica” a proposito del passaggio dal PCI al PDS. Nel 2007 è avvenuta la “mutazione genetica” di quel patrimonio.
    Tra il 2007 e il 2008, alcuni gravissimi fatti di cronaca nera sconvolsero Roma. In particolare due omicidi che, nel giro di un anno, fecero cambiare atteggiamento al sindaco Veltroni. Il Campidoglio siglò un protocollo per la sicurezza con alcune città rumene che prevedeva rimpatri assistiti e un accordo con la polizia rumena per il controllo dei campi Rom. Allo stesso tempo si scagliò contro la comunità rumena (attirando le proteste dell’ambasciatore e del Presidente della Romania).

    Da La Repubblica del 31 ottobre 2007:
    «“È necessario assumere iniziative straordinarie e d’urgenza sul piano legislativo in materia di sicurezza”, ha detto il sindaco di Roma e leader del Pd Walter Veltroni durante una conferenza stampa improvvisata in Campidoglio dopo l’aggressione della donna a Tor di Quinto. Veltroni ha avuto parole dure contro Bucarest ricordando che Roma era la città più sicura del mondo “prima dell’ingresso della Romania nell’Ue” […].
    Il presidente della Repubblica [Napolitano ndr], ha spiegato Prodi, è d’accordo sul “contenuto e l’urgenza” del decreto legge sulle espulsioni. Via libera anche dai “ministri della sinistra radicale” […].
    Il capo della Polizia si è messo in contatto con il nuovo capo della polizia romena, George Popa, che recentemente è stato in visita a Roma. Come prima misura, è stato deciso dalla Romania l’invio di una task force di investigatori specializzati in criminalità e controllo del territorio, attesi a breve in Italia […].
    “Non ci si può girare intorno – ha ribadito il leader del Pd – la sicurezza è una grande questione nazionale che chiama in causa iniziative d’urgenza sul piano legislativo: i prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone” […].
    “Credo che l’Italia debba porre la questione” riguardo ai flussi migratori provenienti dalla Romania “in sede europea: è un problema di natura politica. Ritengo che l’Europa debba chiamare in causa le autorità romene”, ha detto il sindaco di Roma. “Se si sta in Europa bisogna starci a certe regole: la prima non può essere quella di aprire i boccaporti e mandare migliaia di persone da un Paese europeo all’altro” […].
    Veltroni ha precisato di non fare “generalizzazioni verso un singolo Paese”, ricordando tuttavia che “il 75% di arresti effettuati l’anno scorso hanno [sic!] riguardato i romeni. […]».
    È un cambiamento di atteggiamento radicale, paradossale, incongruo perché fino al momento dei due omicidi – in linea con la tendenza storica molto bassa della Capitale – da parte del Campidoglio c’era stata una certa tolleranza nei confronti dei più marginali. Tanto che i due fatti delittuosi sono avvenuti in un contesto di degrado spiegabile con una gestione del territorio patologica. Dopo il secondo omicidio, il leader radicale Marco Pannella dichiarò: «Il dolce Veltroni ha ispirato una cosa da non credere: un romeno ammazza una persona e il nostro governo si rivolge all’Unione Europea e al governo romeno come se questo fosse il rappresentante dell’aggressore. Trovo che questi siano capaci di fare soltanto disordine pubblico».

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Diritti e cittadinanze

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