La rotta balcanica. Un puzzle politico e morale

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L’inverno sta presentando nuove difficoltà ai rifugiati che viaggiano verso l’Europa. Rispetto alla scorsa estate gli arrivi sono rallentati, tuttavia un grande numero di persone continua comunque ad attraversare i Balcani. Mentre i governi europei aspettano una “nuova ondata” tentando di bloccare l’afflusso di rifugiati con i mezzi legali a loro disposizione – ad esempio rendendo le procedure sulle richieste di asilo più rigide – i paesi balcanici cercano di arginare l’emergenza umanitaria nei loro territori, ma non hanno né un piano né le risorse sufficienti.

Gli esperti si riferiscono alla rotta balcanica quando parlano del percorso che porta i rifugiati dalla Siria alla Turchia attraverso Egitto, Giordania e Libano; quindi dalla Turchia ai Balcani attraverso il mar Egeo o le frontiere di terra con Grecia e Bulgaria; e infine dai Balcani verso l’Austria, la Germania, la Svezia. È un percorso considerato più sicuro (e fino all’estate scorsa decisamente meno sotto i riflettori) dei pericolosi attraversamenti del Mediterraneo. Un rapporto di Amnesty International dell’estate 2015 ed i dati dell’UNHCR affermano che dalla scorsa primavera questa rotta è diventata il più utilizzato passaggio verso l’Europa, superando la rotta del Mediterraneo.

Già a partire dal 2012, il trend migratorio nella regione balcanica ha subito rapidi cambiamenti, legati alla soppressione dei visti verso l’Unione Europea, trasformando questa zona in una vera e propria area di transito per i rifugiati. Secondo i dati della Frontex, nel 2009, gli attraversamenti di confine “non regolari” sulla rotta dei Balcani occidentali erano poco più di 3.000; nel 2014 sono stati più di 43.000.

A piedi verso nord

Dopo l’arrivo in Macedonia, i rifugiati hanno fatto a lungo uso di un sistema di “open taxi”: automobili impegnate a far la spola quotidianamente da un Paese all’altro. Fino a pochi mesi fa, al confine serbo-macedone, file di autobus restavano in attesa per trasportare i nuovi arrivati, tanto che in molti affermavano che «non c’è nulla di più redditizio della Balkan Express route». Col tempo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) si è fatta carico del trasporto dei rifugiati nel territorio serbo, ma esclusivamente di quelli provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan. Per tutti gli altri l’unica opzione è proseguire a piedi o pagare un passaggio.

Spielfeld, confine austriaco-sloveno, ottobre 2015. Foto di Edd Charlie.

Lungo la rotta sono sorti centri di accoglienza creati dai governi locali. Qui le persone vengono raccolte, contate e schedate tramite rilevamento delle loro impronte digitali. Sebbene ricevano tende e coperte per ripararsi, i rifugiati sono costretti a restare chiusi nei centri, vivendo in condizioni disagevoli e subendo vessazioni da parte della polizia. Le condizioni di questi centri erano tanto degradanti che il 21 ottobre scorso, in un campo sloveno alcuni rifugiati hanno bruciato le tende in segno di protesta per i ritardi nell’accoglienza e i rifornimenti inadeguati di cibo, acqua e coperte. Nel corso dell’inverno, grazie anche agli scarsi finanziamenti arrivati da Bruxelles, la situazione nei campi è migliorata: pur restando inadeguati a far fronte all’emergenza, oggi sono meglio organizzati della scorsa estate, e ormai rappresentano una nuova forma di business in territori scarsamente sviluppati e caratterizzati da disoccupazione endemica.

La maggior parte dei rifugiati che intraprendono la rotta balcanica arriva dalla Grecia. Il 93% proviene da Siria, Iraq e Afghanistan, e in misura minore da Eritrea e Somalia. Fuggono dalla guerra e dalla violenza. L’escalation dei conflitti in Nord Africa e in Medio Oriente ha fatto impennare il numero di persone che cercano asilo in Europa: tra questi, solo i siriani rappresentano il 60%. I numeri parlano chiaro e trasformano il 2015 in un anno da record per quanto riguarda le cifre sull’immigrazione: quasi un milione di rifugiati è giunto in Europa per cercare ausilio, quasi un terzo attraverso i Balcani. È stata soprattutto l’impennata estiva degli arrivi via mare in Grecia (si conta più di mezzo milione di persone dall’inizio dell’anno) che ha fatto aumentare esponenzialmente il numero di persone in transito nei Balcani. Basti pensare che solo nei primi sette mesi del 2015, circa 70.000 persone hanno attraversato i territori dell’ex-Jugoslavia. Al momento si stimano circa 40.000 persone in viaggio sulla rotta balcanica. Ogni giorno 4.000 di loro arrivano al confine tra Slovenia e Austria.

Una rotta in continuo mutamento

Negli ultimi mesi i rifugiati che attraversano i Balcani si sono trovati ad affrontare diversi cambiamenti di assetto della rotta: man mano che si erigono muri e si chiudono frontiere, la strada verso l’Unione Europea diventa più lunga e difficile.

L’Ungheria è stata la prima a bloccare il loro ingresso: a settembre ha costruito un muro alto più di 13 metri e coronato di filo spinato al confine con la Serbia, e sta pensando di estenderlo anche al confine con la Romania. Un mese più tardi ha chiuso le frontiere con la Croazia. Attraverso un provvedimento che equipara, di fatto, l’arrivo dei rifugiati con l’immigrazione irregolare, il  governo ungherese ha reso l’immigrazione clandestina e il danneggiamento del muro un reato penale. Gli uffici ungheresi dell’Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM) hanno evidenziato come il Paese manchi del tutto delle infrastrutture (centri di detenzione) e delle risorse umane necessarie per mettere in pratica la nuova legge. Tuttavia, la nuova legislazione ha permesso a Orbán di scoraggiare l’arrivo di altri rifugiati. Di fatto, i richiedenti asilo vengono portati nei centri di registrazione, ma se la loro domanda viene rifiutata vengono rispediti in Serbia, e da lì riprendono la rotta verso l’Austria attraverso Croazia e Slovenia.

Confine ungaro-serbo, settembre 2015. Foto di Edd Charlie
Confine ungaro-serbo, settembre 2015. Foto di Edd Charlie

Dal canto loro la Croazia e la Slovenia hanno seguito l’esempio ungherese. La Slovenia a metà ottobre non solo ha dichiarato che avrebbe messo un limite al numero dei rifugiati che può accogliere, ma ha creato una sorta di corridoio per trasferirli il più velocemente possibile verso l’Austria e sta valutando la costruzione di un altro muro al confine con la Croazia. A settembre, la Germania ha chiuso le proprie frontiere a chiunque non fosse in possesso di un passaporto UE o di un visto valido, ritrattando l’ipotesi di accoglienza di poche settimane prima. Per scoraggiare gli arrivi, anche Austria e Svezia hanno ripristinato i controlli alla frontiera. Mentre la Bulgaria sta costruendo un muro spinato al confine con la Turchia, lungo la frontiera di terra tra Turchia e Grecia migliaia di siriani si sono radunati per chiedere alle autorità greche di creare un corridoio umanitario verso il loro Paese.  

Nonostante l’ostilità dei governi balcanici nei confronti dei rifugiati, la società civile – per cui guerre e migrazioni appartengono a un passato molto recente – hanno dimostrato grande spirito di solidarietà. Finora i serbi sono stati molto ospitali nei confronti delle persone che arrivano a piedi, sugli autobus o sui treni dalla Macedonia e il governo ha anche vietato una manifestazione contro gli immigrati, organizzata da due gruppi di estrema destra. Il paese è a corto di liquidità e gli stipendi del settore pubblico sono stati tagliati su richiesta del Fondo Monetario Internazionale, ma nessuno sta facendo troppe storie per via delle spese extra per assicurare un passaggio sicuro alle persone in difficoltà. L’UNHCR riconosce che la società civile e le autorità in Serbia meridionale stanno cercando di garantire un aiuto umanitario di base, registrazione e riparo per i richiedenti asilo che arrivano ogni giorno.

Tuttavia, mentre l’Europa riflette e discute sulla possibilità di chiudere le frontiere e mettere dei limiti a Schengen, le persone continuano ad arrivare e premere ai confini di Fortress Europe. La politica della regolazione e gestione dei flussi di rifugiati con misure restrittive da parte dei paesi sulla rotta balcanica può continuare a tenere solo fino a quando la Germania e pochi altri Paesi si dimostrino disponibili ad aprire le frontiere ai nuovi arrivati.

Trafficanti, abusi polizieschi e sistemi di asilo fallimentari

I rifugiati che scappano dalla guerra e dalle persecuzioni intraprendono questo viaggio nella speranza di trovare salvezza in Europa, per ritrovarsi alla mercé di sistemi di asilo fallimentari, di politiche migratorie inesistenti o eccessivamente rigide e diventare vittime di incidenti, abusi ed estorsioni, anche da parte della polizia, come denunciato l’estate scorsa da Amnesty International. Molti rifugiati hanno testimoniato di essere stati percossi dalla polizia (turca, greca, macedone, serba) e costretti a dormire senza coperte, senza cibo né acqua. Quando e se riescono a raggiungere l’Ungheria, sono a rischio di detenzioni arbitrarie in condizioni di simil-prigionia, con poliziotti che si comportano come guardie carcerarie.

I Balcani sono da decenni zona di passaggio usata dalle mafie per il traffico di droga ed esseri umani: donne destinate a prostituirsi sulle strade europee o migranti che vogliono entrare in Europa e che trovano nei trafficanti l’unico interlocutore che offre loro il servizio che cercano. La redditività del traffico di esseri umani ha miracolosamente fatto risorgere i gruppi mafiosi dell’era Milosević, rinforzando le aree grigie delle economie balcaniche.

La Macedonia è un Paese particolarmente pericoloso, secondo l’UNHCR: le persone rischiano incidenti camminando lungo i binari dei treni, sono alla mercédel maltempo ma soprattutto di abusi e minacce da parte di criminali e trafficanti. Le autorità ai passaggi di frontiera in Macedonia e in Serbia impediscono a molti l’ingresso; non esitano a picchiare e manganellare le persone. Molti sono costretti a pagare mazzette per continuare il viaggio (dai 10 ai 50 euro a persona, a volte di più). Centinaia di migranti nei centri di accoglienza macedoni, tra cui bambini e donne incinte, hanno accesso limitato all’assistenza sanitaria e sono privati della possibilità di avanzare una richiesta di asilo.

I sistemi di asilo della regione, per nulla efficienti, lasciano moltissime persone in un limbo legale. In Serbia, nel 2014, solo una persona ha ottenuto asilo e in Macedonia solo dieci hanno ottenuto lo status di rifugiati. Eppure negli ultimi anni il numero di persone richiedenti asilo nei Balcani Occidentali è quadruplicato. Sono state presentate in Serbia più di 20 mila richieste solo nella prima metà dell’anno. Con l’aumentare del numero di migranti che si ritrovano intrappolati in una no-man’s land balcanica, la pressione su Serbia e Macedonia aumenta: l’analisi di Amnesty International è che queste pressioni, come quelle su Italia e Grecia, possono essere risolte soltanto con un più ampio ripensamento delle politiche migratorie e di asilo europee. L’UNHCR ha premuto per un miglioramento dei sistemi di asilo nella regione fin dai primi anni ‘90. Ora che la situazione è più critica che mai, le sue vecchie proposte sono tornate drammaticamente attuali.

Per i Balcani, abbandonati a se stessi, è una crisi politica

In assenza di una strategia europea coerente, ogni stato della regione è abbandonato a se stesso, costretto a definire le proprie regole da solo. La crisi umanitaria sta sottoponendo la regione a una grande prova e sta portando a un rapido deteriorarsi delle relazioni tra i Paesi, i cui politici stanno avidamente canalizzando acredini di lunga data e accumulando capitale elettorale grazie agli scontri con i vicini. Molti di questi paesi fanno fatica a garantire la gestione quotidiana dei flussi di persone. A causa di carenze strutturali nella politica dei confini, talvolta ricorrono all’impiego delle forze armate e questo non può che esacerbare le tensioni nei rapporti con i Paesi vicini. L’odiosa retorica che è tornata alla luce come risultato della crisi dimostra che le tendenze nazionaliste non sono affatto scomparse.

Lo scorso settembre, i leader della regione si sono radunati a Vienna per un summit con Austria e Germania: speravano di ottenere linee guida e risorse economiche per gestire la situazione. Il risultato è stato quantomeno deludente: la promessa di qualche milione di euro e tante belle parole sulla solidarietà.

Ungheria, campo improvvisato, settembre 2015. Foto di Edd Charlie.
Ungheria, campo improvvisato, settembre 2015. Foto di Edd Charlie.

Il governo serbo ha dichiarato di non avere le risorse per costruire la grande quantità di centri di accoglienza per i migranti. I tre attuali non saranno in grado di far fronte alle esigenze di migliaia di persone che non possono più dormire all’aperto: oggi, la capacità di accoglienza del Paese è solamente di 800 persone. C’è anche un pericolo di accumulo di persone a ridosso della frontiera nord, come conseguenza della costruzione del muro ungherese, come sta succedendo a Calais.

La Macedonia, periferia sud della rotta balcanica, all’inizio cercava di tenere le persone in transito al di fuori dei propri confini. Nella speranza di compiacere Bruxelles, ha sospeso le restrizioni sugli ingressi, tra esitazioni e incidenti con la polizia. La Slovenia ha dichiarato che continuerà a permettere ai migranti di attraversare il Paese, ma ha avvisato l’Europa che lo sforzo per trovare le risorse necessarie potrebbe essere insostenibile per un Paese di due milioni di persone.

Fino a questo momento, la Macedonia e la Serbia sono state piuttosto costruttive nella gestione della crisi e hanno mantenuto aperti i propri confini ma potrebbero facilmente cambiare politica se la chiusura dei confini dei paesi vicini dovesse diventare insostenibile, in un disastroso effetto domino. La cosa più grave è che questa confusione era evitabile. Ognuno dei Paesi dalla rotta balcanica è un paese candidato all’ingresso nell’Unione Europea, o sta disperatamente tentando di ottenere quello status. Sono tutti docili sulla questione migratoria ma nessuno a Bruxelles sembra interessato a elaborare un piano coerente di collaborazione, tanto meno assegnar loro dei fondi per gestire l’emergenza. Se il numero di ingressi non dovesse diminuire, si entrerà davvero in uno stato di emergenza e le belle parole sullo “spirito europeo” non saranno più sufficienti.

Niente leadership né fondi

I Paesi europei, da parte loro, stanno facendo fatica a gestire il crescente numero di persone che bussano alle loro porte. Il problema dei rifugiati è però un problema europeo e come tale andrebbe affrontato: la magnitudo della crisi impone un’azione collettiva che vada oltre i ventotto Paesi membri.

Ora che l’UE ha stabilito dei punti di registrazione nella regione, le leggi sulle richieste di asilo sono state rese più stringenti. La Germania ha approvato una legislazione più restrittiva a ottobre; la Svezia ha intenzione di discutere una misura simile. Anche l’Austria vorrebbe stabilire nuove condizioni.

Il 25 ottobre scorso il Presidente Juncker ha convocato un meeting dei Capi di Stato e di Governo a Bruxelles per affrontare la questione dei rifugiati nei Balcani. L’obiettivo dell’incontro era di trovare un accordo su azioni comuni, per evitare una tragedia umanitaria. Non era solo la catastrofica situazione di decine di migliaia di rifugiati che hanno bisogno di assistenza di base ad avere bisogno di essere affrontata con la massima urgenza, era  lo stesso concetto  di unità europea a venire messo in discussione. Il mini-summit ha trovato un accordo su un piano in 17 punti, ma non ha dato risposte alle due grandi domande: come aiutare a controllare i confini lungo la rotta balcanica, e come trovare fondi per nuovi centri di accoglienza e centri di registrazione. Ha anche evitato di affrontare la spinosa questione di come riallocare i rifugiati bloccati nei Balcani occidentali.

Il summit è stato un passo nella giusta direzione, ma i Balcani occidentali, in particolare la Macedonia e la Serbia, dovrebbero essere parte di una soluzione ampia e condivisa della crisi, essere trattati come dei partner a tutti gli effetti, e avere il diritto di sedersi al tavolo di discussione. Non solo perché un giorno faranno parte dell’UE, ma anche perché, per ragioni geografiche, è necessario che vengano inclusi fin da ora nelle decisioni. Se i Balcani occidentali venissero inseriti nel meccanismo di riallocazione, i rifugiati verrebbero trattati in modo più ordinato, la pressione sui confini diminuirebbe, e l’UE guadagnerebbe ulteriori destinazioni di accoglienza per i rifugiati (come Albania e Kosovo).

L’Unione Europea deve interrogarsi su dove sia il limite morale. Dividersi, ignorare il problema, costruire muri, non sono soluzioni degne dell’Europa. Questa solidarietà, rinnovata per necessità, ha portato sollievo a breve termine, ma ci si interroga sulla sua tenuta nel tempo. È necessario ulteriore duro lavoro per trovare una soluzione a lungo termine – non solo per il bene dei rifugiati, ma anche per il bene dell’Europa.

Laureata in Scienze Internazionali all’Università di Torino con una tesi sulle problematicità dell’intervento internazionale nelle guerre balcaniche degli anni ’90. Dopo aver vissuto a Belgrado e New York, si è ristabilita a Torino dove si occupa di microcredito e comunicazione per il no profit.

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