Nello spazio di una soglia: umanità plurali tra Ventimiglia e Menton

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Prologo: storia di un sentiero

Tra Ventimiglia e Menton, le ultime città rispettivamente dell’Italia e della Francia, ci sono due località più piccole, Grimaldi da un lato e Garavan dall’altro, unite da un sentiero montano che, per secoli, è stato percorso da chi valicava la frontiera in un senso o nell’altro alla ricerca di una vita migliore. Enzo Barnabà è un abitante del posto, uno storico locale tra i maggiori conoscitori del sentiero: vi sono transitati gli antifascisti, compreso – pare – il futuro presidente Sandro Pertini, gli ebrei in fuga dalle leggi razziali, gli ex jugoslavi negli anni Novanta, i tunisini nel 2011 e, senza mai una vera sosta, tanti altri migranti (Urbach 2015). Sembra che almeno 150 persone vi siano perite nei primi dieci anni del dopoguerra, in quello che era noto, appunto, come “Passo della Morte”, un percorso che è tornato a far parlare di sé nel 2014, quando alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato il film-documentario “Io sto con la sposa”, di Gabriele Del Grande, Antonio Augugliaro e Khaled Soliman Al Nassiry. Il film, prodotto con un crowfounding sul web di migliaia di donatori, racconta il vero “finto matrimonio” organizzato dai registi per portare da Milano a Stoccolma alcuni siriani in fuga dalla guerra: per evitare possibili controlli al confine, passando dalla Liguria alla Costa Azzurra i protagonisti attraversano, appunto, quel cammino aggrappato alla montagna, a picco sul Mediterraneo.

Quel tracciato non è mai stato realmente posto in disuso, ma ha vissuto varie vicende, la più recente delle quali è dell’aprile scorso, quando la “Società Operaia di Mutuo Soccorso” di Grimaldi e l’associazione “Randonneurs du Pays mentonnais” hanno ripulito il tragitto, ribattezzato per l’occasione «Sentiero della Speranza / Sentier de l’Espoir» (Barnabà 2015). Dopo poche settimane, tuttavia, invece che di trekker ed escursionisti, la sua frequentazione è tornata ad essere massicciamente di migranti, ovvero di tutte quelle persone che, bloccate sui treni transfrontalieri, non si sono date per vinte nella volontà di raggiungere la propria meta (la Francia stessa o, più frequentemente, l’Inghilterra ed altri Paesi dell’Europa centro-settentrionale) e hanno tentato l’accesso a piedi, arrampicandosi a quota 1000 e poi discendendo sul fianco scosceso di Menton.

Lassù, con la Francia a portata di sguardo e il proprio intento a portata di traguardo, il filo spinato del confine italo-francese è solo l’ultimo ostacolo – almeno così si spera – di un viaggio infinito e doloroso, di una fuga cominciata anni prima, talvolta fin dalla nascita. Lassù, ad un passo dall’obiettivo, eppure abbastanza lontani da qualsiasi ombra burocratica o in divisa, lasciare un graffito sulle pareti delle baracche montane – il proprio nome, la data, il Paese d’origine – è un modo per dimostrare di essere ancora in vita e di essere arrivati fin là, è affermazione di sé, attestazione di volontà, indizio e sprone per chi vi passerà in seguito, tessera d’un mosaico multietnico che va formandosi ad ogni passaggio. Lassù, con la morte quasi vinta e la speranza quasi realizzata, ci si riconosce come esploratori di un percorso spaziale e mentale che Gloria Anzaldúa chiamava «el camino de la mestiza», ovvero quel “viaggio” geografico ed interiore che fornisce l’abilità di stare a cavallo fra due o più culture, che permette «di risanare la scissione che sta alle fondazioni delle nostre vite, della nostra cultura, dei nostri linguaggi, dei nostri pensieri» (Anzaldúa, 1987: 123).

Il presidio sugli scogli: un tentativo di ibridazione

Il confine tra Ventimiglia e Menton diventa una linea di frattura durante la prima metà di giugno 2015, precisamente tra l’11 e il 12, quando molti migranti originari del Sudan e dell’Eritrea vengono bloccati dalla polizia francese mentre tentano di passare la frontiera e immediatamente riammessi in Italia. Sono giorni di tensione in varie zone del Paese: ufficialmente il Trattato di Schengen è sospeso per questioni di sicurezza in occasione del G7 che dal 6 all’8 giugno si tiene in Germania, per cui tutti i migranti in transito per l’Italia restano bloccati nelle stazioni ferroviarie di Roma e Milano. Sebbene quello tedesco sia un evento programmato da tempo, viene a crearsi una vera emergenza umanitaria per migliaia di persone accampate per giorni in affollati bivacchi, dove bambini e adulti condividono i medesimi spazi e sui quali hanno tentato di lucrare alcune forze politiche xenofobe che hanno parlato di “invasione” (non giustificata dai numeri) e di possibili epidemie (di cui non si sono registrati focolai d’alcun tipo).

Qualcosa di molto simile era già accaduto alla fine di marzo del 2011, quando, dinnanzi ad un centinaio di migranti provenienti dalla Tunisia, la Francia chiuse le frontiere per circa tre settimane, spiegando, nelle parole dell’allora Ministro degli Interni Claude Guéant, che il suo governo faceva «un’applicazione letterale e rispettosa dello spirito degli Accordi di Schengen» (“Le Monde” 2011).

Quest’anno, però, a Ventimiglia si è verificato un episodio nuovo: per resistere a uno sgombero, un gruppo di migranti ha trovato riparo sugli scogli, evitando così l’identificazione e, di fatto, dando vita a quello che sarebbe stato poi nominato “Presidio Permanente No Borders”. In poco tempo sono arrivate persone solidali dalla Liguria e da altre zone d’Italia e di Francia, e sugli scogli sono sorte tende e teli per ripararsi di giorno e di notte: con contributi internazionali, sono stati raccolti abiti e alimenti, è stata allestita una cucina e sono stati costruiti bagni e docce, sono state portate connessioni internet e alimentatori solari per ricaricare i telefoni, sono state organizzate lezioni di lingua e di geografia e sono state fornite informazioni legali sulle politiche di frontiera. Gli abitanti del presidio hanno definito il proprio spazio “La Bolla” e, come è scritto in un ciclostilato omonimo – una sorta di bollettino a metà tra il diario e il comunicato – hanno sottolineato che «dentro la bolla le regole di quest’Europa non entrano».

Ventimiglia, presidio No Borders (giugno 2015). Foto di Teresa Maffeis

La definizione di “bolla” è suggestiva, ma il suo valore non è assoluto perché dipende dal punto di osservazione. In generale, nell’estate 2015 Ventimiglia è tutt’altro che una bolla, anzi è, come ha osservato Wu Ming, «il punto di ricaduta di una serie di tensioni che sono palpabili in tutte le città». All’interno del presidio, invece, la percezione è opposta: si tratta di un luogo separato dal resto del mondo, «un’occasione che permette di liberare energie ed idee» (Wu Ming 2015). Per fugare ogni possibile rischio estetizzante, però, è da sottolineare che il confine resta un luogo di contraddizioni, uno spazio in cui non è confortevole vivere, «una herida abierta dove il Terzo mondo si scontra con il primo e sanguina», osservava già Anzaldúa (p. 3). Eppure, questa sottile striscia di filo spinato è anche un possibile “terzo spazio”, un luogo politico per eccellenza, dove alimentare uno stato in-between o, per dirla con il termine in lingua nahuatl usato da Anzaldúa, uno stato nepantla, cioè quella condizione sconcertante e disorientante dell’attraversamento dei confini tra culture, tra status e generi, tra periodi temporali:

Quello che sta succedendo da circa una settimana sulla scogliera di Ponte San Ludovico, a Ventimiglia, sulla frontiera tra Italia e Francia, è uno dei più potenti, e vincenti, eventi politici degli ultimi anni. I circa duecento migranti accampati su quel tratto di pietre, hanno dato vita a una dinamica completamente nuova, diversa da quelle che siamo abituati a vedere in queste situazioni (purtroppo frequenti da queste parti) e, riteniamo, profondamente rivoluzionaria. […] Di fronte a questo scenario, un dato estremamente importante (e per nulla scontato in questo clima politico), è una solidarietà dal basso ininterrotta, che ha permesso loro di consolidare la loro posizione. (Blog “Presidio Permanente No Borders Ventimiglia”).

Ventimiglia, presidio no-borders (luglio 2015). Foto di Teresa Maffeis

In altre parole, più di un caposaldo, il presidio diventa uno spazio di trasformazione; più di un trinceramento, si offre come la trave maestra di un ponte. Il presidio si pone come il cuore di una terra di mezzo che va dalla “Caritas” di Ventimiglia alla “Fédération des musulmans du sud”, alla “Association pour la Démocratie à Nice”, al gruppo “Fraternité du savoir”, alla “Croce Rossa” e molti altri, le cui appartenenze e identità si dissolvono vicendevolmente. È uno spazio del mutamento che, sebbene non sia scevro della fatica del nepantla, ovvero dal disorientamento psichico e dal logoramento fisico, proprio da tale incertezza ricava il propellente per avviare un improcrastinabile viaggio di scoperta e di metamorfosi.

Durante le assemblee di organizzazione del campo, gli interventi sono in italiano, francese, inglese, arabo. È un po’ macchinoso ma necessario. Nelle pause date dalle lingue che non capisco, mi convinco sempre di più che questo posto è uno dei migliori da cui guardare l’Europa. (Ciclostilato “La Bolla”).

In quella parentesi di spazio e di tempo, si sono avuti cortei per le strade di Ventimiglia (il 20 giugno, mentre per un raduno a Menton il 22 agosto la Prefettura francese ha negato il permesso), proiezioni di film (come il 9 luglio, con il documentario “No comment”, girato a Calais), concerti (come il 13 luglio, con la musica delle band Viale Lizzadro e Civico Mondo), workshop e assemblee con attivisti di altre realtà No Borders (dal 24 al 26 luglio), performance artistiche (come il 7 settembre) e manifestazioni in altre località sotto gli slogan “Ventimiglia Everywhere” e “Ventimiglia in ogni città”. Ciò che non si è mai interrotto, tuttavia, sono gli arresti, i respingimenti e, soprattutto, le minacce di sgombero, in una vera e propria lotta di logoramento che ha avuto termine solo il 30 settembre con lo sgombero forzato del presidio.

La mattina di quest’ultimo giorno, centinaia di agenti della polizia e dei carabinieri italiani hanno evacuato il presidio e svuotato il campo. I migranti sono stati portati alla Croce Rossa, mentre gli attivisti solidali sono stati identificati e denunciati. L’immagine più forte, tra le immagini forti di quel giorno, è sicuramente quella di una ruspa che, insieme ad altri mezzi della nettezza urbana di Ventimiglia distrugge e trascina via tutto ciò che era stato allestito nei mesi di occupazione.

Tuttavia, come osserva Javier González Díez (2015), quest’azione di forza non pone fine alla vicenda: «Alla stazione e sulla statale continuano i controlli, e il rimpallo di persone fra Italia e Francia riprende come prima. Non è stata trovata una soluzione al destino di queste persone, e nessuno ha fatto nulla per risolvere la questione politica che ne sta dietro. Lo sgombero non ha risolto il problema, e viene da chiedersi se davvero ci sia la volontà di farlo».

L’irrigidimento del confine: un anacronismo continentale

Il blocco francese è stato ufficialmente attuato in base all’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica francese sulla cooperazione transfrontaliera in materia di polizia e dogana, firmato a Chambery il 3 ottobre 1997. Tuttavia, come hanno verificato alcuni membri dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) durante un sopralluogo avvenuto il 24 e il 25 giugno,

Alla stazione ferroviaria di Ventimiglia sono presenti circa 200 persone migranti che dormono in un campo provvisorio allestito dalla Croce Rossa in alcuni locali inutilizzati adiacenti alla stessa stazione. La maggior parte di loro sono di nazionalità sudanese ed eritrea, hanno già provato più volte a passare il confine con la Francia e quasi tutti non sono stati identificati né in Italia né in Francia. Quasi nessuno di loro ha presentato domanda di asilo in Italia. (ASGI 2015).

Questo punto è cruciale perché, non essendo registrate in Italia, queste persone avrebbero il diritto di farlo in Francia, ma siccome questo è reso impossibile, gli esperti dell’ASGI ritengono che siano stati compiuti degli illeciti. A conferma di ciò, gli attivisti rilevano, inoltre, che i migranti:

Vengono bloccati dalle forze di polizia francesi sul treno dopo l’ingresso in Francia oppure alla stazione Garavan o a quella di Nizza (individuati nelle sale di attesa ovvero sui binari dei treni in partenza), ma sono numerosi i casi di persone fermate a Parigi e riportate a Ventimiglia. In tutti i casi, i cittadini stranieri riportano di un’assoluta impossibilità di comunicare con la polizia francese e, quindi, di esprimere tra l’altro l’eventuale volontà di richiedere asilo o di dichiarare la propria minore età. In tutti i casi il fermo del cittadino straniero sul treno in territorio francese avviene sulla base di controlli non rivolti a tutti i presenti, ma basati sul riscontro visivo di alcune caratteristiche somatiche. (ASGI 2015).

Ventimiglia, presidio no-borders (settembre 2015). Foto di Teresa Maffeis

La razzializzazione del controllo in ferrovia o sul treno ricorda in maniera inquietante certe pratiche dell’apartheid, come già in altre occasioni, ad esempio al Brennero nel mese di aprile, quando un poliziotto di frontiera ha dichiarato alla stampa: «Si “selezionano” i viaggiatori impedendo l’accesso ai treni. Io ho chiesto ai superiori: ma questa selezione che basi ha? Basta entrare in una stazione: la cernita è fatta sulla base del colore» (Meletti 2015). Già di per sé, la condizione del migrante è caratterizzata da uno stato di sospensione, da una “doppia assenza” (Sayad 2002), che lo rende doppiamente nullo, ma l’applicazione di procedure militari ai migranti e la spersonalizzazione condotta lungo i confini interni ed esterni dell’Europa porta a delineare una vera e propria strategia continentale di «obliterazione a priori», di negazione dell’altro, il quale diventa, appunto, “non-persona” (Dal Lago 2009) e che, spiega Bourdieu (in Sayad 2002), colloca il migrante «alla frontiera dell’essere e del non-essere sociali. Fuori luogo, nel senso di incongruo e di inopportuno». È su questa linea di confine che oggi fluttua l’insieme dei migranti globali: quanto più la condizione del migrante diviene complessa, quanto più i diritti fondamentali vengono proibiti, tanto più permanente si mantiene questo status. L’erosione dei diritti di cittadinanza li relega on the border, ovvero verso margini che non sono più all’estremo del territorio, ma – dice Balibar (2004) – che «sono stati trasferiti al centro dello spazio politico».

Tra l’Accordo di Schengen e la Convenzione di Dublino vanno quindi ridefinendosi frontiere, spazi di sovranità e forme di cittadinanza, in un regime di controllo a geometria variabile che, spiega Mezzadra,

assai più che a consolidare le muraglie di una “fortezza”, e dunque a segnare una rigida linea di demarcazione fra il dentro e il fuori, sembra puntare a governare un processo di inclusione differenziale dei migranti. (Mezzadra 2005).

Come ha tentato il Presidio di Ventimiglia per alcuni mesi, una strada alternativa è nell’ibridità, ovvero in pratiche e nozioni che, in quanto «antiessenzialisti e [volti al] pluralismo, diversità, eterogeneità e créolité» (Grillo 2000), offrono innanzitutto una critica potente ai tradizionali concetti di cultura, nazione e identità.

Fonti e approfondimenti

Dottore di ricerca in antropologia culturale presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, dove ha discusso la tesi "All'ombra del vulcano. Antropologia del rischio di un paese vesuviano" (2013). È stato “cultore della materia” in antropologia visuale presso l’Università “Federico II” di Napoli e “chercheur associé” presso il “Laboratoire d’Anthropologie et de Psycologie Cognitives et Sociales” dell’Université de Nice-Sophia Antipolis (Francia). Attualmente è docente a contratto in antropologia urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Il rapporto che le comunità umane hanno con i loro luoghi e il loro paesaggio, soprattutto nel Sud Italia, è al centro delle sue ricerche. Si occupa di pianificazione dell'emergenza e online scrive, oltre che per "WOTS?", anche per "Frontiere News" e "Lavoro Culturale".

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