Via Asti Occupata. Resistenza, sgomberi e lotta per la casa

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Oggi, giovedì 12 novembre, mi preparavo ad inviare un mio articolo a WOTS? sull’occupazione di Via Asti da parte di alcune famiglie rom. Invece, come accade spesso nella vita, questa mattina la realtà ha fatto irruzione nei miei programmi come la polizia ha fatto irruzione nell’ex-caserma occupata, sgomberando tutti gli occupanti. Perciò, in questo articolo ho messo insieme le due cose: una cronaca sull’occupazione e sui suoi abitanti e il racconto degli eventi di oggi. E’ difficile tenere insieme i due discorsi, ma ci proverò, andando con ordine.

Il 1º novembre alcune famiglie sono entrate nell’ex-caserma di via Asti 22, a Torino, e hanno occupato una delle palazzine vuote con l’intenzione di renderla una casa. Non è la prima occupazione abitativa di questi mesi a Torino, una città che sta vivendo una drammatica crisi sociale; né si tratta della prima occupazione da parte di famiglie bisognose che si organizzano per rivendicare il loro diritto ad un’abitazione dignitosa in cui vivere.

Le persone che hanno occupato via Asti sono rom romeni sotto sgombero dal campo di Lungo Stura Lazio, e sotto sfratto dagli alloggi temporanei forniti dal Comune all’interno di un progetto di “ricollocazione abitativa” costato 5 milioni di euro e chiamato La città Possibile, su cui abbiamo scritto precedentemente. Questo mega progetto è ora in conclusione, senza aver minimamente raggiunto gli obiettivi di integrazione promessi, ma avendo solo contribuito all’abbattimento delle baracche del campo che, se pur in condizioni terribili, è stato per molte persone l’unica casa che potevano permettersi.

Quando le famiglie sono arrivate in via Asti non erano le uniche né le prime persone a trovarsi lì: parte dell’ex-caserma era infatti occupata da sei mesi da alcuni membri di Terra del Fuoco, una delle 6 associazioni chiamate a gestire proprio il  progetto  “La Città Possibile”. Insomma, un’occupazione dell’occupazione con un forte significato politico, di rivendicazione ma anche di contestazione per la gestione fallimentare di un progetto che alla cosiddetta “integrazione” ha contribuito ben poco.

La dignità nella normalità

I nuovi arrivati, appoggiati dal collettivo Gattonero Gattorosso, sono stati accolti con iniziale allarme e poi con sostanziale indifferenza. Nei primi incontri tra le due parti in causa i rappresentanti dell’associazione prima hanno tirato in ballo la non abitabilità dei locali, un’argomentazione che per delle persone sopravvissute per anni sulla riva di un fiume senza acqua né luce è sembrata ridicola; poi hanno offerto una mediazione con le istituzioni per prorogare gli sfratti dagli alloggi temporanei forniti dal Comune. Tuttavia le famiglie sono rimaste compatte nel loro intento e si sono adoperate sin da subito per rendere accogliente la struttura. La palazzina est di via Asti si è trasformata in un piccolo condominio: ogni porta una famiglia, ogni famiglia con qualcosa per trasformare quegli spazi in una casa: letti, divani, materassi, tavoli, sedie, piccoli fornelli e pentolame.

Nei primi giorni erano presenti soprattutto adulti e ragazzi, ma dopo i primi aggiustamenti sono arrivate anche donne e bambini dal campo. La caserma ha quindi iniziato a cambiare un po’ aspetto. Entrando nel grande portone e oltre la cancellata una prima cosa appariva evidente: la separazione tra le due parti. Terra del Fuoco da un lato del grande piazzale centrale, le famiglie dall’altro; i ragazzi rom che giocavano a pallone sulla sinistra e sedie e tavolini dell’associazione sulla destra. Le porte delle famiglie rumene erano aperte per chiunque volesse mostrare un gesto di solidarietà o volesse conoscere la loro situazione. Il senso di rivalsa era forte verso quelle che erano percepite come delle ingiustizie: i soldi spesi senza nessun beneficio, la minaccia degli sgomberi e l’incertezza di cosa aspettarsi per l’inverno in arrivo.

Alcune famiglie  vivono a Torino da dieci anni, altre sono arrivate da tre o quattro anni. Tutte sono alla ricerca di una vita migliore rispetto alla Romania, il paese dove hanno abbandonato la povertà e le disuguaglianze ereditate dalla transizione dal socialismo reale al capitalismo, dove i furbi hanno avuto il libero mercato, e gli ultimi nient’altro che la sopravvivenza. Alcuni degli occupanti hanno un lavoro come badante o operaio, molti vendono nei mercati cittadini ciò che recuperano dai bidoni durante la notte, altri hanno alle spalle solo storie di lavori precari e sfruttamento. Arrivando in via Asti si aspettavano di migliorare la propria vita: c’è chi ha perso il lavoro e poi la casa, chi abitava in altre città e si è trasferito a Torino dopo essere rimasto disoccupato credendo di trovare migliori opportunità.

Le famiglie di via Asti mi hanno raccontato la loro delusione per le promesse fatte dalle istituzioni e poi non mantenute: ad esempio le famiglie che hanno ricevuto gli alloggi temporanei, che già sono state minacciate di sfratto. Tutti sono stati invitati ad andarsene entro il 30 novembre. Il fatto è che nessuno ha chiesto favori o trattamenti speciali, ma solo di essere ascoltato nelle proprie necessità, e di non essere preso in giro da progetti i cui benefici, alla fine, arrivano solo a pochissimi. “Sono i soldi per la nostra inclusione – mi hanno detto – e ora dove sono finiti? Non ho un lavoro, non ho i documenti, non ho un posto dove andare”. Il campo è distrutto, i progetti di riqualificazione già in moto, i soldi già finiti. E le famiglie?

Mentre parlavo con alcuni gli altri restavano in silenzio, alcuni si avvicinavano per ascoltare, erano solidali, pronti a collaborare anche se sapevano che non sarebbe stato facile. Speravano che la presenza degli altri occupanti li proteggesse dall’essere mandati via.

Dopo una settimana dall’inizio dell’occupazione c’è stata invece una serata di festa per stare insieme e condividere cibo e musica. Ho visto facce nuove, facce conosciute, salutato e baciato persone che non vedevo da un po’. Gli stanzoni erano stati “addomesticati”, arredati con poche cose, mentre tante altre aspettavano in grandi sacchi e borse ancora da sistemare. L’aria era calda delle stufe e dei fornelli al lavoro. L’atmosfera era più rilassata, nell’aria profumo di buon cibo, una grande tavolata apparecchiata nella prima stanza. In cima ad un armadio c’era un portatile e attorno un capannello di persone che guardavano dei video. Erano le immagini dell’ultimo sgombero di Lungo Stura Lazio, terminato proprio quella mattina, sabato 7 di novembre. “Hanno buttato giù anche la mia casa” mi dice Danie, sorridendo con amarezza. Semplicemente,  il campo è stata casa loro per tanto tempo e ora non c’è più, raso al suolo per sempre approfittando dello spostamento delle famiglie.

Quando ci siamo seduti a tavola a condividere sarme, zuppa, patate, insalate, le immagini scorrevano ancora sul portatile.Il clima era di festa ma quello che era successo faceva ancora male, ogni tanto le voci si placavano per ascoltare la cronaca che proveniva dal computer. Poi Jean si è alzato per proporre dei brindisi “a chi ci ha aiutato ad occupare questa nuova casa”, alle famiglie che si erano impegnate e che dovevano stare unite, con l’intenzione di resistere a lungo. Già, perché il difficile era quello: restare uniti e rafforzare un’occupazione e una convivenza che dessero dignità alle persone. E i fatti di oggi hanno dimostrato quanto fosse necessario.

Quel sabato c’erano tanti ospiti, la sala era piena e qualcuno è rimasto senza sedia. Sedie e tavoli erano stati presi dal piazzale, in prestito dall’associazione che non se l’è sentita di dire di no ma che, per quel che ho visto, non era presente alla festa. Ho scoperto più tardi che alcune famiglie non avrebbero voluto chiedere i tavoli in prestito, per mantenere le distanze rispetto a chi era sembrato accoglierli con freddezza, ma poi c’è stato chi, con un moto di rivendicazione, non ha rinunciato a chiedere qualcosa che sarebbe servito a tutti. La festa  si è trasferita nei locali in basso, proseguendo con la musica fino a notte.  Nell’andare via ci siamo trovati davanti una simpatica sorpresa: il portone d’ingresso era chiuso da un catenaccio nuovo di zecca con lucchetto gigantesco. Qualcuno ha chiuso tutti dentro. Forse tutto sommato erano contenti di avere dei coinquilini!

I rom si sgomberano prima

Questa mattina presto si è diffusa rapidamente la notizia che  la caserma di via Asti era sotto sgombero. I poliziotti sono arrivati alle 8 di mattina sfondando a calci le porte delle stanze occupate dalle famiglie mentre i bambini dormivano ancora. Chi era uscito di casa per andare a comprare qualcosa al mercato è stato avvisato ed è tornato in tutta fretta. Hanno avuto il tempo di prendere poche cose, la polizia ha permesso di fare entrare i furgoni delle famiglie nel piazzale per caricarli di materassi e vestiti. Due ragazzi sono stati portati in questura, ufficialmente per verifiche sui documenti. E mentre iniziavano ad arrivare le persone per cercare di dare una mano e capire, le strade sono state chiuse e le camionette e auto della municipale hanno bloccato gli ingressi.

Uno sgombero in grande stile avviene dopo solo 11 giorni dall’arrivo delle famiglie rom, mentre un’altra occupazione, quella delle associazioni, era in corso da ben sei mesi. E a me viene in mente solo una parola: razzismo.

Tutto è avvenuto in pochi giorni. Anche se a Torino gli sgomberi di altre occupazioni si susseguono di settimana in settimana, non ho mai assistito a una reazione così veloce dell’amministrazione. Forse  questa vicenda dall’evidente significato politico e dal contenuto fortemente simbolico ha attratto troppa attenzione, e nel frattempo qualcuno si è scordato che si trattava solo di persone reali che chiedevano di vedere rispettati i propri diritti.

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È ormai tarda mattinata, un corteo composto da attivisti, clown army, studenti antagonisti e famiglie si è fatto largo per le vie del centro con in testa lo striscione “Contro sgomberi e sfratti. Casa per tutti/e”. Non eravamo una gran folla, tante persone non sono potute essere presenti perché avvisate all’ultimo, ma siamo riusciti comunque a prenderci il nostro spazio. Una ragazza, guardando i palazzi chiari e rigorosi di piazza Vittorio Emanuele mi ha detto che non era mai stata qui, che non conosceva questa parte della città. Ho pensato alle contraddizioni di Torino, una città che non si vuole mostrare a tutti, e che allo stesso tempo cerca di non vedere chi è fuori dai circuiti roboanti della promozione giornalistica e mediatica, una città che non vede chi resiste ai suoi margini contribuendo silenziosamente ai suoi ingranaggi.

Siamo arrivati in piazza Castello, si è anche fatto il giro con i furgoni carichi dei beni delle famiglie, e poi ci siamo riuniti al centro della piazza, proprio sotto al monumento all’esercito sardo che ogni volta, da sarda, mi lascia così perplessa. Finalmente qualcuno ha preso la parola. La delusione era grande tanto quanto la voglia di denunciare l’ennesima ingiustizia di un sistema che risponde con la violenza a chi rivendica il diritto ad una casa. C’è chi ha raccontato la sua storia tra uffici, burocrazia, documenti che non arrivano, promesse non mantenute mentre pensava al suo bambino di 4 mesi che solo per un colpo di fortuna stamattina non era nei locali sgomberati; chi si è ripromesso di continuare a lottare per portare avanti questa battaglia.

È passata l’ora di pranzo.  Il sole è incredibilmente luminoso e forte per una giornata torinese di metà autunno. Ci siamo guardati, ripromettendoci di continuare la lotta. Ma ora diventa difficile capire che succederà. Nel frattempo le famiglie hanno cercato di organizzarsi per essere accolte dai parenti. Sulla solidarietà si può ancora contare, ma quanto ancora dovranno lottare queste persone per avere accesso ad una casa?

Approfondimenti

Laurea in Pedagogia all'Università di Cagliari. Dottoranda in Sociologia e Studi Politici all'Università degli Studi di Torino. Si interessa principalmente di marginalità e contesti urbani, integrazione sociale, politiche di welfare abitativo.

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