Rifugiati: quali sono le responsabilità di Fortress Europe?

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In un recente articolo pubblicato sulla piattaforma della società civile ungherese MIGSZOL (Migrant Solidarity Group of Hungary), il professore della Central European University Prem Kumar Rajaram propone alcune idee sulla questione dei rifugiati, tra le quali quella che non sia responsabilità degli Stati trovare una soluzione alla crisi. La sua posizione si può riassumere con il seguente paragrafo:

Inquadrare il problema in termini di responsabilità statale crea situazioni nelle quali la vita umana diventa secondaria rispetto alle questioni economiche e sociali, reali o immaginarie, che gli Stati privilegiano. La crisi dei migranti in Europa non può e non deve essere vista come un problema di responsabilità statale. Gli schemi interpretativi usati in questo senso sono ristretti e limitati. Non è una questione di responsabilità, ma di dare precedenza alla vita e alla dignità umana sugli Stati e i loro sistemi morali antiquati. La risposta a questa situazione deve sicuramente superare gli Stati, renderli irrilevanti, per lavorare in base alla solidarietà umana e annullare le distinzioni tra cittadini, migranti e rifugiati.

Una lettura più approfondita dell’articolo mostra come non sia chiaro né il motivo per cui la crisi dei rifugiati non sia, e non debba essere, una questione di responsabilità statale, né quale sia la contro-proposta dell’autore.

Il dibattito sulle questioni migratorie è molto vivo a Budapest, e pesantemente influenzato dalle politiche nazionaliste e pericolose di Viktor Orban. In un simile contesto, non è sorprendente che le posizioni più liberal implichino una riduzione (direi quasi un azzeramento) delle responsabilità e del coinvolgimento degli Stati in questi fenomeni.

Innanzitutto, Rajaram mette in evidenza, e a ragione, come i paesi europei stiano portando avanti i propri interessi e progetti politici particolari, scaricandosi le responsabilità della ‘crisi’ l’uno sull’altro. La Germania vuole aiutare i siriani, ma loro soltanto; la Slovacchia accetta esclusivamente i cristiani; l’Ungheria è ‘esentata’ dall’accogliere i rifugiati dal momento che “nessuno vorrebbe fermarsi qui in ogni caso”, come ha dichiarato  Viktor Orban. Tra l’altro, il premier ungherese ha sostenuto  quella dei profughi fosse una questione riguardante soltanto la Germania, e che l’unica responsabilità del suo paese fosse quella di registrarli e permettere loro di transitare sul suo territorio. Questi sono soltanto alcuni esempi dell’approccio politico europeo, per nulla unitario. Ora, il semplice fatto che gli Stati cerchino il più possibile di liberarsi di questo onere scaricandolo sui propri vicini dovrebbe servire a rafforzare la responsabilità degli Stati, anzichè a giustificare la loro inerzia, specialmente di fronte a una crisi umanitaria di tali dimensioni.

Del resto, i paesi firmatari della Convenzione di Ginevra sui Rifugiati (1951) sono legalmente e moralmente tenuti a proteggere i diritti umani di coloro che rischiano di essere perseguitati nel proprio paese. È successo invece che la maggior parte dei rifugiati siriani, che oggi rischiano la vita in mare o sui camion per raggiungere l’Europa, sin dall’inizio della guerra nel 2012 cominciarono a migrare in massa dalla Siria e finirono nei campi profughi della regione: Turchia, Libano e Giordania.

Si tratta del fenomeno che ho definito in un precedente saggio come ‘regionalismo programmato’. In sintesi, i paesi della regione, dopo avere accolto quattro milioni di rifugiati negli ultimi anni, hanno raggiunto il limite massimo di spesa dei propri contribuenti e di tolleranza dei propri cittadini nei confronti di grandi masse di persone in difficoltà. Un caso esemplare è il Libano, dove il numero di rifugiati equivale a un terzo della popolazione locale: è come se l’Ungheria, che ha circa undici milioni di abitanti, accogliesse tre o quattro milioni di rifugiati nell’arco di pochi anni. I cittadini dei paesi della regione si chiedono, giustamente: per quale motivo la Turchia ha accolto due milioni di rifugiati e i Paesi europei soltanto poche centinaia di migliaia in totale (equivalenti al 3% circa dei profughi siriani)?

Allo stesso tempo, i paesi occidentali hanno messo in atto meccanismi di controllo (visti, centri di detenzione, muri di filo spinato) per arginare la mobilità delle persone rifugiate e mantenerle circoscritte alle regioni di provenienza. Sapendo di non avere un futuro nei paesi della regione, i rifugiati che possono permettersi di pagare migliaia di dollari ai trafficanti di esseri umani intraprendono il pericolosissimo viaggio verso un’Europa che ha fatto di tutto per tenerli fuori dai propri confini fino a quel momento. Appena mettono piede in Europa, si attiva il diritto delle persone di stabilirsi e ricevere asilo o status di rifugiato.

Fino ad oggi gli Stati occidentali hanno evitato in ogni modo possibile di assumersi responsabilità a riguardo, ma è giunto il momento che trovino una soluzione, un modello di ‘condivisione dell’onere’ per distribuire le persone rifugiate lì dove ci siano risorse e competenze per accoglierle. Mi sembra evidente che i paesi europei siano decisamente in ritardo nell’assumersi le proprie responsabilità, e dovrebbero farlo al più presto, obbligati da vincoli morali e di diritto internazionale. Gli Stati sono attualmente i principali attori incaricati di applicare le leggi nazionali ed internazionali, compresi i trattati riguardanti i diritti umani. Quando scoppia una guerra, le persone devono andare da qualche parte, qualsiasi, per salvarsi la vita: e ovunque vadano, si troveranno sottoposti alla giurisdizione di un altro paese. Anche se esistono organi superiori (come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, o la Convenzione di Ginevra) che proteggono i diritti fondamentali dei rifugiati, sia che siano in transito, sia che decidano di fermarsi, sono gli Stati che hanno la responsabilità morale e legale di riconoscere quei diritti e di applicare le decisioni di quegli organi.

Per questo motivo, assumere che la crisi dei rifugiati non riguardi la responsabilità degli Stati può avere delle ripercussioni pericolose. Ad esempio, come ho già scritto in un precedente articolo, è moralmente intollerabile trattare i rifugiati come ‘ospiti’. Un ospite è qualcuno che si può rimandare a casa propria in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Un rifugiato, invece, ha uno status legale che gli dà diritto a vedere protetti i propri diritti fondamentali, tra i quali vi è il diritto di non respingimento (ovvero il divieto che il richiedente asilo o il rifugiato sia respinto verso luoghi ove la sua libertà e la sua vita sarebbero minacciati), oltre ad altri tipi di diritti, sociali ed eventualmente di cittadinanza.

Non è una questione di beneficio personale o collettivo, ma di dovere: un dovere di cui gli Stati si sono chiaramente fatti carico firmando insiemi di leggi internazionali. Il problema fondamentale è che questi insiemi di leggi (come le Convenzioni di Ginevra) furono concepiti in risposta a guerre tradizionali combattute fra stati sovrani, in campo aperto. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati, in particolare, venne ratificata per trovare una soluzione al problema dei rifugiati europei dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. A cavallo tra il XX e il XXI secolo però i conflitti armati si sono molto diversificati: oggi la maggior parte delle guerre nel mondo sono guerre ‘asimmetriche’, in cui eserciti regolari affrontano movimenti partigiani o di liberazione che si mescolano con la popolazione civile. In pratica, nelle guerre asimmetriche accade che la Convenzione diventi uno strumento tanto fragile quanto lo è diventata l’autorità dell’entità statale firmataria. Invece gli Stati, o almeno il resto della comunità internazionale la cui autorità è rimasta intatta (e che a queste guerre asimmetriche assiste o interviene), hanno il dovere di agire all’interno di questi vincoli giuridici.

Il secondo argomento proposto dall’autore sostiene che la vita e la dignità umana dovrebbero avere la precedenza sugli Stati, ‘renderli irrilevanti’, parzialmente per via del fatto che queste precedono l’esistenza degli Stati stessi. Si sostiene che in qualche modo la solidarietà umana dovrebbe eclissare le datate distinzioni tra migranti, rifugiati e cittadini. L’idea romantica di superare queste distinzioni e scavalcare gli Stati sembra un’argomentazione in piena regola a favore dello stato di natura hobbesiano. Non è questa l’occasione per discutere se lo Stato sia la forma migliore di ordine politicamente organizzato. Una questione più pertinente è invece se lo Stato, e alcuni Stati in particolare, siano sufficientemente inclusivi. Come ho sostenuto prima, la realtà attuale è composta di Stati con un incredibile potere discrezionale nell’affrontare i problemi relativi all’immigrazione e alla determinazione dello status di rifugiato, nonostante l’esistenza di un contesto di diritto internazionale che li vincola (in teoria, ma spesso non nella pratica) in diversi modi.

In questo contesto è opportuno ricordare che non vi sono precedenti nella storia umana al benessere del mondo occidentale contemporaneo. Il problema è che il benessere è una caratteristica tipica di alcuni paesi del mondo e non di tutti. Questo non significa che si debba invocare l’abolizione degli Stati, ma che i paesi più benestanti debbano dimostrare una maggiore responsabilità nei confronti di quelli più poveri. Perché questo accada, un buon punto di partenza sarebbe distinguere tra: rifugiati (secondo la definizione della Convenzione di Ginevra), persone che hanno diritto ad assistenza immediata in termini di protezione dei diritti umani, migranti economici, cittadini dello Stato, etc. Fare queste distinzioni è importante sia perché ogni categoria ha diritti e doveri differenti, sia per evitare di applicare ai profughi il discorso politicizzato applicato ai migranti economici. Rendere meno chiare queste categorie (e parlare ad esempio di “crisi dei migranti” come fanno molti giornali italiani e stranieri) non ha altro fine che creare confusione.

La solidarietà umana, che abbiamo visto manifestarsi generosamente intorno alla stazione ferroviaria di Keleti, nel cuore di Budapest, tra rifugiati che dormono all’aria aperta e cittadini che portano donazioni e beni di prima necessità, ha sicuramente privilegiato il rispetto per la vita e le relazioni umane, al di là delle questioni di ordine economico o sociale regolate dallo Stato. Tuttavia, la generosità e le buone intenzioni, senza una controparte statale politicamente ben organizzata, portano con sé i limiti che i cittadini europei hanno incontrato cercando di aiutare i migranti: caos, scontri violenti tra polizia e civili, tensioni tra gruppi di migranti, donne che partoriscono all’aria aperta, bambini che annegano in mare sotto i loro occhi, o soffocati dentro un camion. Senza contare il dilemma etico del volontario in queste situazioni: le persone che si attivano per aiutare i migranti si trovano divise tra la possibilità di lavorare per uno Stato che registra i rifugiati e li chiude in campi di accoglienza, e quella di aiutare i rifugiati a muoversi liberamente e raggiungere la propria destinazione anche infrangendo le leggi del proprio paese, diventando così equiparabili a dei trafficanti. Queste situazioni non possono essere contrastate solamente con la solidarietà umana. Gli Stati sono i principali attori a potere e dovere assumere un ruolo di gestione della crisi, agire con decisione e rispettare i trattati che hanno firmato. La legittimità democratica della loro azione coercitiva deriva non soltanto da come trattano i propri cittadini, ma anche da come trattano qualsiasi altra persona che si trova sul loro territorio, siano essi migranti, rifugiati, residenti senza cittadinanza e così via.

Per tutte le ragioni qui elencate, i paesi occidentali sono decisamente tenuti a rispondere all’arrivo dei rifugiati assumendosi la responsabilità di quello che è successo nell’estate 2015 e di quello che succederà nei prossimi cruciali mesi. È di fondamentale importanza che siano i legittimi attori politici a gestire l’emergenza umanitaria, mentre noi (la società democratica che legittima le azioni degli Stati, all’interno o all’esterno del loro territorio) dobbiamo chiedere conto delle azioni o inazioni dei nostri governi.

Mentre il dramma dei rifugiati sta raggiungendo dimensioni epocali, qualificandosi come la più grave crisi umanitaria di rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati europei hanno l’opportunità di dimostrare che hanno imparato dai propri errori e che sono in grado di onorare gli obblighi morali e legali assunti all’epoca, mettendo in atto meccanismi inclusivi e non perdendo di vista la solidarietà umana. Gli Stati (e non i migranti stessi, come viene pericolosamente sostenuto dai mezzi di comunicazione di destra e dai partiti populisti europei) sono tenuti a rispondere ai propri cittadini, con spiegazioni, giustificazioni e azioni circostanziate. Da queste risposte dipenderà quello che verrà scritto nei libri di storia su cui studieranno i nostri figli.

Articolo a cura di Federica Dadone. Immagine di copertina: Milano 1942 (© Hulton-Deutsch Collection/CORBIS). Deir ez-Zor, Siria 2015 (oroom.org).  

È dottoranda specializzata in teoria politica presso il dipartimento di Scienze Politiche della Central European University di Budapest, ricercatrice Marie Curie presso l'Università di Koç, Istanbul, e visiting scholar presso la New York University di New York. Di formazione filosofa, si dedica allo studio delle questioni morali e politiche legate alle migrazioni.

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