Land grabbing italiano in Senegal: sviluppi di un conflitto occultato

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Durante l’ultimo anno WOTS ha collaborato alla stesura di un nuovo rapporto di ricerca sul caso di land grabbing dell’impresa Senhuile: “Senegal: Come si accaparra la terra” (scarica qui il PDF). Il rapporto è stato scritto da ricercatori, giornalisti e attivisti italiani e successivamente pubblicato dai seguenti gruppi italiani, senegalesi e internazionali che da anni lavorano assieme per dimostrare che il progetto Senhuile è dannoso e illegittimo: Re:Common, in collaborazione con il Collectif pour la Défense du Ndiaël, GRAIN, l’Investigative Reporting Project Italy (IRPI), l’associazione SUNUGAL, e ovviamente WOTS.

Il fascicolo dimostra che il controverso progetto di agribusiness dell’azienda senegalese Senhuile continua essere al centro di un conflitto e non accenna a placare la divisione sociale ed i danni ambientali che ha provocato. Il progetto, avviato cinque anni fa da investitori italiani e senegalesi, è stato sin dal suo inizio fortemente contestato da molte comunità di pastori e agricoltori che vivono sulle terre che il governo senegalese ha concesso all’azienda.

La protesta di queste popolazioni è stata amplificata da diverse organizzazioni, nazionali ed internazionali impegnate nella lotta al fenomeno del land grabbing. La stessa Re:Common, ma anche Action Aid, l’Oakland Institute, GRAIN e il Cadre de Refléxion et d’Action sur le Foncier au Sénégal (CRAFTS) hanno a più riprese, e in collaborazione con ricercatori accademici, pubblicato dei rapporti ed avviato una campagna internazionale a sostegno delle popolazioni colpite dal progetto. Infatti, nonostante il governo centrale abbia dichiarato che il progetto sia di “pubblica utilità”, l’investimento è stato caratterizzato da diverse irregolarità tanto che oggi in Senegal il nome della ditta Senhuile è diventato sinonimo di accaparramento di terra (il land grabbing).

Sin dall’inizio, la storia del progetto è stata segnata da  una serie di eventi drammatici che Senhuile ha cercato di relegare dietro il passaggio a una “nuova gestione” tutta italiana. Nel 2011, alcune comunità di pastori e agricoltori hanno scatenato una protesta perché contrarie alla delibera del governo locale, che attribuiva all’azienda 20 mila ettari di terra (una superficie più grande del Comune di Milano) nell’allora comunità rurale di Fanaye, nella valle del fiume Senegal. Durante gli scontri avvenuti nel mese di ottobre 2011 due manifestanti hanno perso la vita e altri sono stati feriti. Successivamente il progetto è stato sospeso e spostato nella riserva naturale di Ndiael, una località più a ovest di Fanaye, nel delta del fiume Senegal. Questa volta sono stati dei decreti presidenziali a concedere 20 mila ettari all’azienda, dopo aver declassato le terre della zona periferica della riserva naturale in zona coltivabile.

Allo spostamento dell’investimento nella riserva naturale di Ndiael, avvenuto a seguito di ambigue negoziazioni e decisioni politiche, sono seguiti altri scontri che hanno portato all’arresto di diversi abitanti della zona e alla decisione di far presidiare la zona da militari e guardie private. Inoltre alcuni bambini sono annegati nei canali di irrigazione del progetto, privi delle dovute protezioni, e ad oggi nessuna indagine è stata effettuata dalle autorità preposte. Ma sono soprattutto i sospetti di finanziamento illecito che hanno scosso la credibilità della Senhuile. Quest’ultimo rapporto dimostra le reiterate inadempienze dell’azienda insieme ai suoi tentativi di negare il conflitto sociale scatenato dal progetto, attraverso operazioni di pubbliche relazioni e piccoli progetti sociali di dubbia efficacia. Inoltre, il rapporto mostra ancora una volta che il progetto di agribusiness si è impantanato in una situazione di profonde contraddizioni e di conflitto che non solo persiste, ma si è addirittura aperto sul fronte sindacale dei lavoratori.

Ad aprile 2014 la Senhuile ha prima licenziato e poi denunciato per appropriazione indebita il suo amministratore delegato, Benjamin Dummai, arrestato subito dopo. Dummai, che attraverso la ditta Senethanol ha delle partecipazioni societarie in Senhuile, afferma di aver fatto causa a sua volta alla Senhuile per 14 capi di imputazione, tra cui l’aumento fittizio del capitale sociale a fini fraudolenti e il riciclaggio di denaro.

Come se non bastasse, nelle ultime settimane gli investitori italiani hanno dichiarato che le loro proprietà terriere senegalesi non si limitano ai 20 mila ettari nello Ndiael: oltre ad aver formalmente mantenuto i diritti per i 20 mila ettari di Fanaye, la Senhuile ha acquisito da circa due anni 5 mila ettari nelle zone rurali della municipalità di Fass Ngom. Eppure l’anno scorso la società è riuscita a malapena a coltivare 1.500 dei 20 mila ettari nello Ndiael, sollevando seri interrogativi sul perché le autorità abbiano concesso loro tanta terra. A questo proposito circolano voci insistenti sulla possibilità che il progetto possa essere “girato” a un’importante società statunitense o dell’Africa Occidentale, elemento che giustificherebbe un così vorace interesse di Senhuile per appezzamenti di terra che non vengono valorizzati.

Come si può leggere da questa mappa che raffigura la riserva di Ndiael dopo la rilocalizzazione del progetto Senhuile, nelle aree occupate dall’impresa, gli agricoltori e i pastori locali non riescono più a svolgere regolarmente le loro attività di sussistenza a causa della crescente perdita di terra e della mancata libertà di movimento e circolazione causata dalle recinzioni e dai canali. A riprova che questi due usi estensivi della terra, l’agribusiness e la pastorizia, non possono coesistere in questo modo, è stato proprio l’elemento spaziale riscontrato nelle preoccupazioni e le critiche mosse dagli abitanti della zona contro il progetto Senhuile.

Mappa: Spazi contesi per pratiche incompatibili: La Pastorizia e il progetto Senhuile nella Riserva di Ndiael (Davide Cirillo)
Mappa: Spazi contesi per pratiche incompatibili: La Pastorizia e il progetto Senhuile nella Riserva di Ndiael (Davide Cirillo)

La Tampieri, società italiana che ha costituito Senhuile e che ne ha preso il controllo diretto dopo la destituzione di Dummai, ha trascorso l’ultimo anno puntando sulla comunicazione con l’obiettivo di ingraziarsi le simpatie degli abitanti dei villaggi ubicati nei territori del progetto. Eppure le ricerche ed interviste effettuate dagli autori del rapporto mostrano uno scarto importante tra ciò che l’azienda dichiara e ciò che si è osservato sul campo. Apparentemente il programma di responsabilità sociale d’impresa vantato dalla società è molto deficitario e non ha contribuito a placare la divisione sociale generata dall’investimento. Inoltre il programma di responsabilità sociale é basato su documenti d’intesa firmati dalla vecchia gestione – da cui la nuova vuole tanto prendere le distanze – e da rappresentanti delle popolazioni di dubbia legittimità con cui la vecchia gestione  si relazionava prima e la nuova gestione si relaziona oggi.  Nessuna attività volta ad informare in maniera esaustiva le popolazioni coinvolte sulle conseguenze e gli impatti presenti e futuri del progetto sulle loro vite perché apparentemente: le sorti del progetto erano poco chiare ai fautori del progetto stesso.  

Lorenzo Bagnoli, giornalista free lance di IRPI, che si sta occupando di questo caso, ha dichiarato: “Dopo tre anni dall’ottenimento della licenza in Senegal, il progetto Senhuile-Senethanol ha provocato, oltre alle sollevazioni dei locali, una guerra tra azionisti. Tra Dummai e la Tampieri in quest’ultimo anno c’è stato uno scambio di accuse che getta ombre inquietanti sulla gestione del progetto, sia riguardo la vecchia che l’attuale gestione. Tampieri finora ha speso almeno 30 milioni di euro, eppure l’andamento del progetto rischia di avere ripercussioni anche sull’immagine dell’azienda. La reazione rabbiosa di Dummai al suo licenziamento lascia presagire che il conflitto tra le parti andrà avanti ancora a lungo. L’imprenditoria locale, interessata più ad avvicinarsi al potere che al reale scopo alimentare del progetto, ha già raccolto i primi frutti”.

Durante una conversazione con un’attivista di GRAIN, che da anni segue da vicino questo caso avevo espresso le mie preoccupazioni in questi termini che credo possano aiutare a riassumere il pensiero di molte persone impegnate su questo caso: “Quale che sia la posizione di ognuno in merito a questioni quali lo ‘sviluppo’ o la gestione della risorsa ‘terra’, non è accettabile che una pluralità di soggetti continui a mostrare le realtà fattuali di campo e le prove concrete d’irregolarità incessanti commesse dall’impresa, ed essa si limiti a negarle o nascondere le divisioni, contraddizioni e conflitti in atto. Sono ormai 5 anni che persiste un conflitto legato a questo progetto. Non si può andare avanti cosi”. 

Fonti e approfondimenti

  • Negli ultimi anni sono stati scritti una serie di rapporti di ricerca sul caso Senhuile: Le Formiche Verdi sognano ancora in Africa, scritto da Davide Cirillo e Awa Yade nel 2012, contiene un approfondimento sul land grabbing e due casi studio in Senegal, tra cui il caso Senhuile. Nel 2013 Re:Common, GRAIN e il CRAFTS pubblicano Chi c’è dietro Senhuile-Senethanol un rapporto che cerca di evidenziare la complessa architettura societaria e la rete di interessi che sta dietro Senhuile e Senethanol. Nel 2014 sono stati pubblicati altri due rapporti su questo caso: No Land No Future, di Action Aid, e Surrendering Our Future: Senhuile-Senethanol Plantation Destroys Local Communities and Jeopardizes Environment dell’Oakland Insitute.
  • Re:Common, è un’organizzazione che si adopera per sottrarre al mercato e alla finanza il controllo delle risorse naturali.  GRAIN, una piccola organizzazione internazionale che lotta contro il land grabbing; e il CRAFS è un’alleanza nazionale senegalese di 30 organizzazioni contadine e della società civile che lottano per una riforma partecipata della disciplina di gestione fondiaria in Senegal. Sunugal è un’associazione socio-culturale italiana nata per iniziativa di un gruppo di cittadini senegalesi con l’obiettivo di favorire iniziative di scambio tra i due paesi.
  • La mappa illustra la riserva di Ndiael a seguito della rilocalizzazione del progetto Senhuile. Tra gli elementi rappresentati troviamo i villaggi che la abitano, alcuni punti d’acqua, l’area periferica della riserva attribuita alla compagnia e i principali percorsi di pascolo che intersecano le terre su cui l’impresa si sta gradualmente installando. Un ettaro di terra corrisponde alle dimensioni di un campo da calcio.
  • Il video “Voices of Ndiael è stato prodotto da WOTS? ed è stato usato per la campagna internazionale di advocacy a sostegno dei gruppi dello Ndiael contrari al progetto. Inoltre è stato proiettato il 14 Maggio all’edizione 2015 del festival del cinema sui diritti umani di BolognaIl video rappresenta una promessa mantenuta nei confronti degli abitanti dello Ndiael che hanno dedicato del tempo alle attività di ricerca. Al termine di ogni intervista veniva loro chiesto se dopo tante domande rivolte a loro, essi avessero qualche domanda per me. Ogni volta la domanda era la stessa: “Che cosa puoi fare per fermare il progetto?” A questa domanda la mia risposta era: “Io non ho il potere di fermare questo progetto. Quello che posso fare però è di raccontare la vostra storia e di portarla a conoscenza del maggior numero di persone possibile.” 

Joint PhD Student Human Geography (University of Padova); Social & Cultural Anthropology (Vrije Universiteit Amsterdam). Master of Art in International Relations (University of Torino). Membro del Centro Interdipartimentale di Studi sull’Africa Occidentale (CISAO). Si occupa di sviluppo locale e sistemi agroalimentari con particolare attenzione alla pianificazione e valorizzazione dei territori rurali e gestione delle risorse. Le sue aree geografiche di interesse primario sono l'Africa Saheliana e la Cina con particolare attenzione a temi quali l’accaparramento di terre e i flussi migratori ed economici tra Cina e Africa.

1 Comment

  1. Vorrei segnalare questo recente rapporto di ARC2020 (Agricultural and Rural Convention 2020) sul fenomeno del land grabbing in Romania: https://drive.google.com/file/d/0B_x-9XeYoYkWUWstVFNRZGZadlU/view. Ultimamente, durante le mie “visite etnografiche” nel quartiere rom di un villaggio rurale nel sud della Romania, ho iniziato ad ascoltare sempre più aneddoti su come, durante la transizione degli anni 90, la terra sia sparita: svenduta dai piccoli proprietari senza le abilità di gestire un processo produttivo che prima era nelle mani delle collettivizzazioni; acquisita da notabili locali attraverso metodi non proprio ortodossi; e infine comprata da multinazionali francesi, danesi, italiane a cui i fondi europei co-finanziano l’acquisto di macchinari agricoli che, stando alle parole di un uomo del villaggio “Ci stanno rubando il lavoro: potrebbero dare da mangiare a 100 famiglie, invece investono sui macchinari”. Sí, perché a quanto pare (ma non ne sono sicuro ora) il co-finanziamento non é accompagnato da nessuna “clausola sociale”. In piedi in mezzo al quartiere rom del un villaggio, circondato da una fertilissima campagna rumena a 2 km dal Danubio, a uno viene da chiedersi: “Devo essere in un paese di contadini senza terra. Ce n’è così tanta, eppure le persone fanno la fame. Sarà per questo che la metà del villaggio parla spagnolo e l’altra italiano?”. Insomma, mi ero fatto l’impressione, ancora prima di imbattermi in questo rapporto, che le migrazioni rumene, rom e non rom, sono anche il prodotto del furto della terra: si tratta di migrazioni dalla campagna alla città provocate dai danni collaterali delle libera circolazione dei capitali. Il problema è che gli stessi sistemi di potere (governi e multinazionali dell’Europa occidentale) che alimentiamo la meccanizzazione, l’agricoltura estensiva e la concentrazione della terra nelle mani di pochi in Europa orientale, poi usano i flussi migratori che loro stessi contribuiscono a generare come meccanismo del terrore che, alla fine dei conti, è l’unico sistema che attualmente li tiene in piedi.

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