Autoetnografia di un congresso. Per una ricerca politicamente impegnata

di

Sin dagli anni settanta molti studiosi delle scienze sociali hanno iniziato ad adottare paradigmi critici, radicati nelle tradizioni  anarchiche, marxiste e femministe. Ormai da decine di anni nelle scienze sociali si propone e si legittima ricerca socialmente e politicamente impegnata (spesso indicata sotto il termine generale di ricerca-azione); si criticano alcune metodologie e le voci che esse riducono al silenzio si riflette sulla negoziazione delle relazioni di potere sul campo, proponendo profili di studiosi a metà tra l’accademia e l’attivismo.

Ci sembra importante ricordarlo, non esistono solo l’accademia fredda e opportunista, da una parte, e l’attivismo emotivamente carico, dall’altra. Nel lavorare con i rom siamo mossi da questo sentire più profondo dell’impegno e del desiderio di cambiamento, contro le disuguaglianze, contro la discriminazione, contro la marginalità imposta dai sistemi politici che oggi subiamo. Il convegno Pathways of Roma housing inclusion è stato un pezzo, una modalità, un esperimento per lavorare in quella direzione, accanto ad altri percorsi passati e futuri, di ciascuno di noi o del nostro gruppo.

Ecco perché quando l’Assemblea Gattonero Gattorosso ci ha accusati di baronismo, ci è venuto il dubbio che non avessero letto una riga di quello che ciascuno di noi ha scritto e che non avessero proprio capito quale fosse la nostra posizione nell’accademia. La delusione, ma anche il desiderio di farsi meglio capire, sono arrivati anche perché alcuni di noi si trovano molto vicini ai movimenti anarchici, presenti e presidianti in alcune lotte che essi portano avanti. Passando al di là della poco costruttiva polarizzazione tra attivismo e accademia, preferiamo identificarci con un’espressione che descrive solitamente l’agire dell’etnografo: “switching hats”. Cambiare cappelli significa poter ricorrere ai molteplici linguaggi e ruoli ai quali abbiamo accesso, nei quali riusciamo a calarci, per agganciare più attori. In questo particolare caso abbiamo cercato di sfruttare quel poco di potere che il nostro status da precari accademici ci concede per portare avanti un pezzettino della lotta contro le disuguaglianze.

A noi, organizzatori, sembrava chiaro che la nostra attività di ricerca è sempre stata impegnata socialmente e politicamente, ha sempre dimostrato un approccio critico alle dinamiche del potere subite soprattutto da quei gruppi rom che si trovano nelle condizioni più estreme. Il nostro intento col convegno era proprio quello di chiamare le amministrazioni ad assumersi pubblicamente la responsabilità delle proprie azioni davanti ad interlocutori critici e diversamente posizionati.

Abbiamo voluto rendere più evidente il nostro impegno contro gli sgomberi, in particolare a Milano, a Roma, a Torino. E non solo, per la partecipazione dei rom nel processo della ricerca e nel policy making a Milano, a Bologna, a Piacenza. Allora abbiamo deciso di pubblicare alcuni spezzoni significativi delle nostre ricerche (e anche di altri colleghi) sul blog della conferenza. Solo per citare alcuni esempi, segnaliamo gli articoli “I cicli degli sgomberi e i loro effetti”, presentando alcuni lavori di Greta Persico, la ricerca di Chiara Manzoni a Torino, “Questo campo fa schifo” di Ulderico Daniele, oppure il processo di costruzione del Piano di Azione Locale del comune di Bologna, al quale ha contribuito Oana Marcu. Ma così come molti membri dell’assemblea non si sono fermati ad ascoltare le nostre posizioni durante il convegno, non hanno forse nemmeno trovato il tempo di leggere gli articoli e le ricerche.

Ricerca e attivismo: quali equilibri?

La ricerca-azione ha dalla sua parte, rispetto ad altri contesti di produzione del sapere, l’esigenza della trasparenza del processo e al suo cuore la riflessività, anche rispetto alle dinamiche di potere come strumento per discutere, sia quelle intrinseche al lavoro etnografico, sia quelle che si stabiliscono tra partecipanti e ricercatori. Noi siamo tenuti, dalle prassi della scrittura a rendere espliciti e ad analizzare criticamente i processi che noi stessi abbiamo innescato nei campi del sapere. Un’eredità collegata allo statuto delle nostre scienze “deboli” come l’antropologia e la sociologia, che hanno sempre dovuto legittimare la propria scientificità.

Da tempo i ricercatori sociali politicamente impegnati esplorano i modi per comunicare e rendere attiva la conoscenza che producono, per avere un impatto diretto sui processi, per combattere l’esclusione sociale, al di là della scrittura che tradizionalmente l’accademia richiede. Da una parte, le metodologie partecipate rendono attiva la riflessione nella relazione con i gruppi “studiati” (in questo caso più che studiati, diventano co-costruttori della conoscenza). Da un’altra parte, per smantellare pregiudizi e far conoscere, scriviamo articoli divulgativi, organizziamo mostre, spettacoli teatrali, produciamo video, scriviamo sui social media e organizziamo presidi. Ma tutto questo basta? Secondo noi no, perché finché non avremo un impatto sui chi ha il potere e la responsabilità dell’intervento pubblico, lasceremo fuori una delle parti più importanti in gioco. E sicuramente alcuni di quelli che si trovano da questa parte non leggono gli striscioni (e nemmeno le ricerche). Il formato del convegno con universitari e politici era un esperimento in questa direzione, i cui risultati vengono criticamente analizzati in parte qui, in parte nel report finale che abbiamo prodotto per l’ente finanziatore: la European Academic Network of Romani Studies (EANRS) della Commissione Europea e del Consiglio d’Europa. Questo tipo di sperimentazione, abbinata alla pratica riflessiva, sta proprio al cuore della ricerca-azione, della ricerca politicamente impegnata.

Ricercatori sul campo nel contesto del lavoro di strada (2009) - Foto di Luca Meola
Ricercatori sul campo nel contesto del lavoro di strada (2009) – Foto di Luca Meola

Un problema reale sfuggito a tanti

Come ogni sperimentazione anche per questa non vi era alcuna garanzia di riuscita poiché, come abbiamo a più riprese sottolineato, in Italia, oggi, occuparsi del tema abitativo dei gruppi rom non è una questione né semplice né politicamente neutra. Nonostante il grande sforzo, crediamo di aver solo in minima parte raggiunto l’obiettivo che avevamo fissato per il convegno: far sedere allo stesso tavolo pubblici amministratori e ricercatori per confrontarsi su uno stesso tema da prospettive differenti e potenzialmente complementari. Per vari motivi la maggior parte dei pubblici amministratori invitati non hanno preso parte al convegno, in alcuni casi nonostante l’impegno a portare una propria riflessione. In altri casi gli amministratori hanno chiesto ai rappresentanti del terzo settore di intervenire al proprio posto, evidenziando una pratica che abbiamo visto essere diffusa anche nell’implementazione delle politiche: la delega, che è troppo spesso delega di responsabilità, di competenze e di visibilità a quei soggetti del terzo settore che, mentre pretendono rappresentare la società civile (in questo caso, rom), sono paradossalmente dipendenti dai finanziamenti delle amministrazioni locali.

Al di là delle contraddizioni, questa dinamica evidenzia l’esistenza di una certa collaborazione tra amministrazioni e terzo settore. Al contempo, dal nostro punto di vista, è importante sottolineare la carenza di una relazione analoga tra l’amministrazione e il mondo della ricerca: una relazione che potrebbe essere utile all’analisi delle prassi con cui vengono realizzate le politiche. Questo non significa necessariamente che non vi siano forme di riflessione congiunta, ma evidenzia la necessità di stimolare e rafforzare una praxis, l’azione-riflessione, attraverso sguardi plurimi, che attingono al sapere multidisciplinare di cui è portatrice la ricerca.

Molti mancavano all’appello ma per chi ha partecipato alle sessioni parallele, per i pubblici amministratori ed i ricercatori che hanno preso parte attivamente anche alle attività di confronto del pomeriggio negli world café, è stato evidente il senso ed il valore aggiunto dall’incontro con linguaggi altri e competenze integrate.

Alcune amministrazioni presenti hanno portato la loro esperienza di collaborazione con la ricerca, che può svolgere sicuramente anche solo  una funzione anche “tecnica”, di facilitazione di processi, di valutazione partecipata delle politiche (come nell’esempio della valutazione partecipata condotta dall’Università Babes Bolyai a Cluj Napoca) oppure nella progettazione di processi di consultazione con le comunità rom (come nel caso della costruzione del Piano d’Azione Locale di Bologna) o nella scelta di non voler affrontare da sole un percorso di conoscenza e dialogo con i gruppi rom presenti sul proprio territorio (come nel caso della provincia di Bergamo).

Se è vero che vi sono differenti linguaggi con i quali accademia e amministrazioni nominano e descrivono i fenomeni ed i contesti nei quali operano, il convegno ha messo in chiaro che vi possono essere luoghi di parola e confronto nei quali è possibile dire ed ascoltare, provare ad immaginare strumenti, metodi, processi di cambiamento e corresponsabilità. L’ambiente asettico dell’università, simile agli spazi ad aria condizionata degli uffici delle pubbliche amministrazioni, hanno il vantaggio di poter attirare partecipanti più istituzionali, in cerca di vetrine e prestigio, in un contesto nel quale si sentono relativamente tutelati. Ci dobbiamo ancora sforzare, ricercatori ed attivisti, a trovare i linguaggi e i contenitori per accogliere e far parlare la rabbia, la delusione e la frustrazione di chi subisce ingiustizie, tutelandoli contro il rischio di manipolazione e incomprensione.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Diritti e cittadinanze

Torna SU