Autoetnografia di un congresso. Rischi e virtù della partecipazione rom

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Stimolare il dibattito politico, culturale e scientifico attorno alla “questione rom” in Italia e a Torino. Questo era uno degli obiettivi del  convegno Pathways of Roma housing inclusion. Il confronto più ricco è stato sicuramente quello con l’Assemblea Gattonero Gattorosso, di cui fa parte anche una collega della European Academic Network of Romani Studies (EANRS), che ha finanziato l’evento. Gattonero Gattorosso ci accusava, attraverso uno scambio di commenti virtuali, di aver disegnato un programma che appariva come una passerella per il Comune, al quale peraltro avevamo anche chiesto il patrocinio dell’evento. Associato all’endorsement c’era l’accusa di deliberata esclusione dei rom tra gli speaker, critica condivisa tanto dall’Assemblea Gattorosso Gattonero, quanto da Marcello Zuinisi dell’Associazione Nazione Rom e Radames Gabrielli dell’associazione Nevo Drom.

Per cercare di dissipare ogni dubbio abbiamo scelto di incontrarci con qualche rappresentante dell’Assemblea Gattonero Gattorosso. L’abbiamo fatto la sera prima del convegno. Secondo Gattonero Gattorosso, la nostra posizione critica nei confronti del progetto di ricollocamento abitativo “La città’ possibile” non sarebbe stata sufficientemente forte; dichiaravano che la  sovra-rappresentazione delle istituzioni gli avrebbe permesso di nascondersi dietro dati falsi e ideologie. Abbiamo ribadito la nostra posizione e rassicurato circa i risultati delle nostre ricerche, costruiti proprio con i rom di Lungo Stura Lazio. Visto che consideravamo cruciali e importanti anche le loro posizioni, li abbiamo invitati ad intervenire all’interno del panel dedicato alla città di Torino. Ci siamo lasciati con la sensazione di condividere gran parte delle posizioni.

La contestazione

Durante l’apertura del convegno però l’ostruzione da parte degli esponenti di Gattorosso Gattonero ci ha spiazzati. Si è manifestata con una differenza imprevista di linguaggi. Il gruppo è intervenuto interrompendo il Professor Marco Buttino, che ci ospitava mettendoci a disposizione gli spazi dell’università, e ha “preso la parola” utilizzando il convegno come “una piazza”. Alcuni di loro hanno aperto uno striscione con la scritta “Il Comune sgombera i campi e lucra sui rom”, hanno proiettato un video girato in occasione dello sgombero avvenuto il 26 febbraio nel campo di Lungo Stura Lazio e, togliendo la parola agli oratori, hanno letto una lettera. A nulla sono valsi i tentativi di riprendere i lavori e l’invito a rispettare il diritto di parola degli oratori. La replica del professor Marco Buttino ha colto nel segno: “Condivido tutto ciò che avete detto, tranne una cosa: dite che a nessuno interessa dello sgombero, ma siete davanti proprio ai pochi che se ne interessano!” Conclusa la lettura della lettera, gli esponenti di Gattorosso Gattonero hanno ripetutamente interrotto la dottoressa Turrino durante la lettura del comunicato di Elide Tisi la vicesindaco di Torino, che a poche ore dal convegno aveva comunicato la sua assenza per improvvisi impegni istituzionali. Chiusa questa parentesi di contestazione, i rappresentanti di Gattorosso Gattonero hanno abbandonato l’aula, disertando anche il panel organizzato per approfondire le questioni della città di Torino.

Principio nº10: “Partecipazione attiva dei rom”

Come anticipato, già nei giorni prima del convegno, siamo stati oggetto di critiche, molte delle quali dai toni decisamente coloriti e dai modi informaticamente violenti e denigratori: “pratiche di confronto” che costituiscono esempio classico di quello che viene definito cyber stalking.

Sforzandoci di non guardare ai modi e con l’obiettivo di confrontarci sulla sostanza, possiamo dire che la richiesta formulata dall’associazione Nazione Rom di far parlare 30 donne sgomberate da Lungo Stura Lazio, o quella simile formulata dagli attivisti di Gattonero Gattorosso, così come le molte altre formulate attraverso e-mail o commenti online  possono essere in qualche modo ricondotte, come ha mostrato in maniera attenta e equilibrata proprio qui Stefano Piemontese, al nostro mancato rispetto del principio “nulla per noi senza di noi”.

Un principio dalle importanti implicazioni etiche e politiche, uno slogan che vanta una illustre storia e una parata di genitori nobili; un principio dal presente ancora più radioso, visto che viene costantemente richiamato per democratizzare le politiche, ad esempio negli interventi di rinnovamento urbano delle grandi città europee.

Nel caso dei rom, questo principio è stato formalmente acquisito a tutti i livelli istituzionali: dai 10 Principi di base comuni sull’inclusione dei Rom pubblicati dalla Commissione Europea fino alle Strategie Nazionali per l’Inclusione dei Rom dei singoli paesi. L’adozione di questo principio ha permesso una sempre maggiore visibilità e partecipazione di singoli, gruppi associativi e coalizioni rom a livello comunitario, ma anche nei contesti nazionali e internazionali.

Nel ragionare sull’elaborazione e l’implementazione delle politiche abitative, il tema della rappresentanza e della partecipazione dei rom è quindi questione essenziale, a cui abbiamo deciso di dedicare una sessione ad hoc del nostro convegno. Centrale, certo, ma non scontato, perché come l’esperienza romana analizzata durante il convegno mostra chiaramente (“Leadership, partecipazione e rappresentanza per l’implementazione delle politiche abitative“, di Ulderico Daniele e Nazzareno Guarnieri), le esperienze di ricerca nei territori restituiscono una immagine ben più articolata e complessa, a volte anche ambigua, delle pratiche partecipative o delle forme di costruzioni della leadership e della rappresentanza.

Ritornando allo slogan da cui siamo partiti, la questione essenziale da affrontare ci sembra stia in quel “noi” che caratterizza, e nobilita, la formulazione. L’utilizzo di questo slogan allude infatti all’esistenza chiara e precisa di un “noi”, una comunità che si riconosce in una identità specifica e condivisa e che, sulla scorta di questo, condivide anche interessi e bisogni e quindi rivendicazioni politiche. Una comunità omogenea quindi, priva di articolazioni e stratificazioni.

Le vicende concrete nei territori, quelle che con la ricerca abbiamo potuto ancora parzialmente conoscere e comprendere, ci raccontano però situazioni ben diverse, a partire dal dato di fatto, antipatico quanto necessario da considerare, che in molti contesti locali alcuni leader e rappresentanti rom sono già da anni ben accreditati presso le amministrazioni locali e partecipano in molte delle attività e dei progetti che queste mettono in campo.

Tra rappresentanza e ventriloquismo post-coloniale

Il dato della rappresentanza e della partecipazione di alcuni fra i rom non può essere considerato, almeno in una certa misura, come una novità radicale o un obiettivo mai individuato, ma, al contrario, è un elemento che ha ormai una storia alle sue spalle e che quindi, più che rivendicato di principio, merita di essere oggi messo in discussione. Obiettivo che abbiamo assunto per la sessione dedicata alla rappresentanza nel nostro convegno.

In alcune occasioni, si tratta di quella partecipazione strumentalizzata da chi, in buona o in cattiva fede, utilizza la presenza di un\a rom\nì come strumento simbolico e concreto per legittimare posizioni e pratiche, creando quella figura del rom\nì da congresso o da conferenza stampa che noi abbiamo deciso di non di mettere in gioco. Dal nostro punto di vista, questo tipo di partecipazione va invece riletta sotto la categoria del ventriloquismo, pratica dalle conseguenze decisamente coloniali con la quale istituzioni, associazioni e militanti utilizzano a puri scopi di autolegittimazione la presenza di uno o più rom, nascondendo dietro il “noi” del testimone di turno quelle che sono le proprie opzioni e pratiche politiche.

Per evitare questo rischio, anche nella situazione di crisi degli sgomberi di Lungo Stura, abbiamo deciso di rispondere negativamente alle richieste di associazioni e soggetti pro-rom e abbiamo invece mantenuto la nostra scelta iniziale, arbitraria e contestabile certo, di valorizzare la ricerca sul terreno e le expertise sul tema dell’abitare, che a nostra conoscenza nessuno studioso rom ha affrontato in Italia, al di là delle legittime rivendicazioni.

Se gli interlocutori rappresentano se stessi

Come in altre occasioni, non si è potuto non notare la distanza e lo scollamento che esiste fra quella che si autorappresenta come una elite rom e quelle che dovrebbero essere le realtà sociali rappresentate. L’elite di rappresentanti e leader gode di collegamenti e accreditamento presso le amministrazioni locali, nazionali e internazionali, e con l’ampia rete dell’associazionismo rom e non rom; un capitale simbolico e politico notevole che però non si fonda su mobilitazioni, percorsi di protesta interni ai gruppi rom (i chiaroscuri della recente manifestazione di Bologna ne sono una prova ulteriore) o su processi chiari e trasparenti di costruzione della leadership, spesso nemmeno su pratiche chiare e trasparenti di comunicazione e condivisione.

In uno scenario come quello italiano, il capitale di relazioni e di contatti di cui l’autonominata rappresentanza disponde, un capitale fornito e valorizzato dalle elite gagè (non rom) locali, finisce per diventare uno strumento che rafforza carriere individuali, di singoli “partecipatori”, ovvero coinvolti nei processi politici e, anche se raramente, presente nei media. Un processo che però almeno fin qui non può essere considerato come il prodotto, nè come la scintilla in grado di stimolare la costruzione di mobilitazione, e, di seguito, di forme di partecipazione e di rappresentanza, all’interno dell’universo rom.

Leader e rappresentanti finiscono quindi per essere coloro i quali vengono riconosciuti e accreditati dai gagè, e non dai rom, in questo ruolo. Intanto nei contesti locali, la fiducia e l’interessamento nella partecipazione politica cresce lentissimamente, spesso sotto la pressione delle domande gagè, che siano quelle dell’associazionismo o delle istituzioni, e solo raramente sotto forma di coinvolgimento soggettivo e di gruppo. Il “noi” dello slogan da cui siamo partiti rischia allora di diventare in questi scenari davvero una costruzione retorica, un capitale da utilizzare soggettivamente che non si basa però su alcuna comunanza di intenti né di interessi.

I pericoli dell’etno-politica all’italiana

Ma, al di là del dubbio in merito alla sua esistenza, c’è da chiedersi poi se e perché sarebbe auspicabile che quel “noi” diventi soggetto politico. È opinione degli organizzatori e di molti altri studiosi, nonché di alcuni rappresentanti dell’associazionismo rom, che nel nostro paese la situazione dei rom sia almeno in parte imputabile ad una serie di misure eccezionali che le istituzioni hanno varato esclusivamente per i rom, basandosi sull’idea che esista una differenza radicale e irriducibile tra cittadini rom e cittadini non rom. Le classi per i bambini nomadi, i campi per le popolazioni nomadi sono il prodotto più evidente di come il riconoscimento di una identità culturale abbia in realtà prodotto forme di segregazione fisica e simbolica allontanando i rom dalla società italiana fino a renderli il capro espiatorio perfetto nelle situazioni di crisi.

Se tutto questo è vero, ci chiediamo allora perché sul piano della partecipazione e della costruzione della rappresentanza politica si sostiene la costruzione di una identità esclusiva e separata, con i suoi esclusivi canali di riconoscimento e di interazione; ci chiediamo perché quel “noi” dalle radici deboli e poco chiare, dovrebbe costruirsi, sul piano del dibattito politico, confermando un confine etnico-culturale, anziché cercare nei territori e nelle vertenze un confronto diretto con altri soggetti che, a prescindere dalle appartenenze, sperimentano le stesse condizioni di difficoltà.

Attorno a noi, nelle questioni legate ai gruppi rom ma non solo, vediamo sempre più radicarsi la nouvelle vague post-coloniale che costruisce sulla presenza e la voce di testimoni la legittimazione scientifica e politica di singoli e gruppi; come molti prima di noi hanno fatto notare, il problema è che i testimoni, il “noi”, portano con se un inattaccabile statuto morale e politico che li colloca al di là di qualsiasi dibattito, di qualsiasi possibilità di analisi, occultando quindi dietro la retorica testimoniale i processi sociali e politici entro cui anche quelle retoriche e quei discorsi hanno preso forma.

A Torino è successo qualcosa di molto simile: gli attivisti di Gattonero Gattorosso hanno chiesto di far partecipare i rom al convegno, ma sono finiti a recitare loro stessi una lettera sullo sgombero; hanno sbandierato un “noi”, peraltro assente anche nella rappresentazione del conflitto, e hanno finito così per nascondere i processi di costruzione del sapere e del potere, che, è bene ricordarselo, prendono forma anche all’interno dei movimenti di contestazione.

Al prossimo convegno speriamo di poter ascoltare il racconto della formazione dell’Assemblea Lungo Stura Lazio come esperienza di democrazia partecipata che, seppur nata al di fuori di un mandato accademico, coinvolge anche colleghi ricercatori.

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