Autoetnografia di un congresso. Come, dove e perché parlare dei campi rom?

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È in un certo senso gratificante riuscire ad organizzare un evento accademico che riesca a stimolare dibattito politico e culturale, entrando, anche se in modesta misura, nella cronaca della città. Con il convegno “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti” siamo forse riusciti in questa operazione, non tanto per nostri meriti, ma per una serie di fattori e situazioni contingenti che oggi vogliamo riconsiderare, provando anche a dire la nostra su una serie di dibattiti politici, culturali e, perché no, scientifici, che attorno a questo evento si sono sviluppati.

Quello che è successo prima, durante e anche dopo il convegno ci è sembrato, come forse ogni spaccato di vita, indicativo per le dinamiche sociali più ampie, quelle che caratterizzano “la questione rom”. Non volevamo perdere la ricchezza delle riflessioni di quei giorni, oberati da impegni e schiacciati dalla stanchezza. Ci siamo quindi proposti di sperimentare, anche solo in pillole, una nostra autoetnografia, mettendo in campo le nostre interpretazioni e valutazioni, distaccate e professionali, rispetto agli eventi di quei giorni.

Abbiamo iniziato a creare e immaginarci l’evento nei coffe break di una conferenza in Romania, a Timisoara. Avevamo ormai discusso le nostre ricerche di dottorato, ognuno nella propria università. Per anni ci siamo incontrati e confrontati proprio in occasione di workshop ed eventi, chiamati a presentare i nostri avanzamenti. Questa volta presentavamo ricerche concluse e sentivamo il bisogno di provare a colmare quel vuoto che si faceva sempre ingombrante e che ci impediva di mettere a valore i loro risultati, limitandone la portata. Avevamo all’attivo già diversi sforzi che andavano nella direzione del “bridging the gap” tra policy makers e ricercatori. A onor del vero noi stessi in tempi e momenti diversi siamo stati ricercatori, abbiamo lavorato come operatori e abbiamo scelto di essere attivisti, imparando a portare la complessità nel ruolo che eravamo chiamati a ricoprire.

Come ricercatori, membri italiani dell’European Academic Network of Romani Studies (EANRS), abbiamo iniziato a confrontarci provando ad elaborare una strategia che favorisse il dialogo e lo scambio di saperi, forti dei nostri lavori sul campo prodotti grazie alle relazioni e alle interazioni con i gruppi rom e sinti con i quali abbiamo fatto ricerca. Consapevoli però dei nostri limiti, legati principalmente agli scarsi rapporti con le istituzioni e alla frustrazione del non riuscire a produrre un cambiamento abbastanza forte. In effetti, ci trovavamo spesso a parlare “tra di noi”, cioè con professionisti che la pensano in modo simile, ma che non hanno il potere di cambiare le politiche. Siamo quindi andati a Roma ad incontrare UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) e alcuni suoi rappresentanti, abbiamo illustrato loro i risultati delle diverse ricerche e ragionato insieme su come metterli a servizio delle politiche. Abbiamo riflettuto sulla Strategia Nazionale d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti (di cui l’UNAR è responsabile) e insistito sulla necessità di avviare l’implementazione a partire dal coinvolgimento più diretto di tutte le amministrazioni locali e dei ricercatori, parte non contemplata, tra l’altro, nella stessa strategia. In sintesi la nostra scommessa, personale e di gruppo, è stata e continua ad essere quella di provare a valorizzare la ricerca nel rapporto con le istituzioni. Un rapporto che si è dimostrato tortuoso a partire dalla difficoltà di essere coinvolti come portatori di conoscenza già dal processo di costruzione delle policy.

Forse anche le città (impossibili) imparano

A ottobre abbiamo deciso di partecipare ad un bando aperto agli oltre trecento membri del Network e finanziato dal Consiglio d’Europa che appoggiava eventi volti a colmare il vuoto tra la ricerca e i policy makers. Già dai primi appuntamenti abbiamo individuato nell’abitare un tema centrale, sia perché la chiusura e il superamento dei campi nomadi sono ormai nell’agenda di molte amministrazioni, sia perché attraverso la questione abitativa era per noi possibile affrontare altri aspetti altrettanto significativi, ad essa trasversali.

Ad esempio, non possiamo non considerare le relazioni di potere e usura che spesso regolano la presenza delle persone all’interno degli insediamenti spontanei. Così come è impensabile prescindere dalle dinamiche estremamente complesse che caratterizzano i processi di rappresentanza degli stessi rom. Ancora, pensare a progetti sociali di “accompagnamento all’autonomia abitativa”, (come vengono denominati nelle gare di appalto rivolte al terzo settore e con tutte le riflessioni che solo tale dicitura comporterebbe) significa analizzare la formulazione dei criteri di accesso a tali percorsi e le conseguenze degli stessi sia sulle vite delle singole persone che sulle relazioni all’interno del gruppo interessato dall’intervento sociale. Molti interventi di questo genere prevedono infatti criteri di selezione ed accesso che non sempre garantiscono equità e sono variabili a seconda della stagione elettorale o delle scelte politiche contingenti durante il mandato di una stessa amministrazione.

Ragionare sulla casa è quindi necessario ma non sufficiente per non incorrere in interventi che di primo acchito possono sembrare accattivanti ma che, ad una analisi maggiormente attenta, evidenziano criticità complicano i percorsi di fuoriuscita dai campi nomadi o dalle baraccopoli.

Workshop “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti”

Il convegno ha avuto un respiro nazionale ed internazionale. Abbiamo infatti cercato di coinvolgere e invitare amministratori e ricercatori di diverse città italiane, piccoli centri e grandi metropoli, che negli anni si sono sperimentate con progetti e piani di inclusione abitativa. Realtà italiane ma non solo. Alcune di queste città avevano già implementato progetti di transizione abitativa, altre stavano riproponendo la logica del campo, seppur pensato in condizioni migliori e meglio attrezzato; altre erano, e drammaticamente ancora sono, ferme nella riflessione e nell’azione in questo ambito.

Uno degli obiettivi del convegno era quello di mostrare mediante un’analisi articolata cosa accade in alcune realtà, i rischi insiti ad alcune scelte e le possibilità che altre esperienze rappresentano, per dare una spinta a coloro i quali si confrontavano con il problema abitativo dei gruppi rom senza sapere cosa fare. Nel convegno sono stati attentamente scelti interlocutori che portassero punti di vista diversi sulla stessa realtà locale, in modo da alimentare il dibattito, esplicitare i conflitti emersi a seguito dei diversi approcci. Per dare spessore e contribuire all’analisi abbiamo arricchito la discussione introducendo due casi internazionali, quello di Madrid in Spagna, e quello di Cluj Napoca in Romania, casi in cui il tema dell’abitare segregato dei rom è al centro del dibattito pubblico da tempo.

La scelta di organizzare questo evento a Torino è stata voluta per due ragioni. In primo luogo, conosciamo bene la realtà torinese perché qui che abbiamo svolto alcuni dei nostri studi e ritenevamo quindi cruciale posizionarci nel dibattito in corso presentando i risultati delle nostre ricerche. In secondo luogo, sentivamo la necessità di richiamare l’attenzione sul progetto di ricollocamento abitativo “La città possibile” che già da alcuni anni vede impegnata il comune di Torino.

Torino, Lungo Stura: finita un’emergenza, se ne fa un’ altra

Il controverso progetto di inclusione sociale chiamato “La città possibile”, seppur pubblicamente presentato dagli amministratori e dai rappresentanti delle associazioni coinvolte come un esempio di superamento dei campi nomadi, presenta una serie di criticità che meritano una dettagliata analisi.

Quello che sta succedendo oggi nella baraccopoli di Lungo Stura Lazio è sotto gli occhi di tutti, ma per comprenderlo è utile fare un passo indietro, ricostruendone la storia. La baraccopoli si snoda lungo il fiume e ospita tra le 800 e le 1000 persone, che negli anni hanno costruito baracche e trovato riparo, nascosti tra la vegetazione e la Stura. Si tratta di un’area occupata, che è andata espandendosi fino a diventare la più grande baraccopoli della città. Nel 2012 l’area è stata oggetto di un’operazione di bonifica e pulizia che ha visto impegnati gli stessi abitanti, in collaborazione con l’associazione Terra del Fuoco, nell’ambito del progetto di Legambiente “Puliamo il mondo”. Il passaggio successivo alla bonifica dell’area è stato il censimento delle famiglie, avente come obiettivo quello di individuare le presenze e le competenze degli abitanti, ipotizzando per questi l’inserimento in un progetto chiamato “L’occhio del ciclone” che mirava a superare il campo attraverso la costruzione di un villaggio meglio attrezzato ed ecosostenibile.

Sgombero in Lungo Stura Lazio, febbraio 2015 - Foto di Francesco del Bo

La promotrice del progetto, l’associazione Terra del Fuoco, si era accreditata, guadagnandosi la fiducia delle istituzioni grazie soprattutto all’intervento di autocostruzione e autorecupero del Dado, considerato e acclamato come buona pratica. La presentazione ufficiale de “L’occhio del ciclone” è avvenuta in occasione di un convegno organizzato dalla stessa associazione che rivendicava la necessita’ di ricevere finanziamenti per il progetto che ricalcava in parte Il Dado. Finanziamenti assolutamente indispensabili, visto che la fine dell’ “Emergenza nomadi” aveva di fatto congelato i fondi e tolto ogni certezza economica e lavorativa agli operatori impegnati nel campo.

Tra il 2012 e il 2013 si è assistito ad una fase di stallo, coincisa con il licenziamento di molti operatori dell’associazione. Nell’estate del 2013 la città ha aperto un bando delineando le linee guida di quello che avrebbe dovuto essere l’intervento volto al superamento della baraccopoli. Linee guida che forse in modo del tutto casuale o forse no, ricalcavano il progetto “L’occhio del ciclone”. A vincere l’appalto è stato un raggruppamento di enti del terzo settore (Cooperative Valdocco, Stranidea, Liberitutti, associazioni Terra del Fuoco, A.i.z.o e Croce Rossa Italiana) che insieme a Comune e Prefettura da fine 2013 sono impegnati nel progetto “La città possibile”.

Alcune famiglie selezionate e hanno firmato un patto di emersione e risultano quindi beneficiarie del progetto. Altre, per vari motivi, sono state escluse. Per alcune di queste famiglie escluse questo ha comportato la demolizione della propria baracca. Il 26 febbraio infatti le ruspe sono entrate nella baraccopoli e hanno fatto piazza pulita di una parte dell’area, lasciando gli abitanti senza un tetto, seppur di legno o cartone. Del resto purtroppo, su e giù per l’Italia la storia si ripete un po’ ovunque. Questa premessa consente di giustificare la ragione del clima caldissimo che sta vivendo la città, che entro dicembre 2015 deve liberare completamente l’area di Lungo Stura Lazio dai rom che vi abitano da più di 10 anni.

Nei prossimi due articoli affronteremo due temi che sono emersi con forza nella conferenza: quello della partecipazione e dei processi di rappresentanza di rom e sinti, e quello dell’equilibrio tra ricerca e attivismo.

Foto di copertina: abitazione privata a Milano, di Luca Meola.

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