Uno spettro si aggira per l’Europa, ma è ancora senza un nome

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All’indomani dell’exploit del “No” al Referendum greco, i leader europei che in questi ultimi sette anni hanno imposto con burocratico rigore e cocciuta ostinazione ricette neo-liberiste che – diciamolo apertamente – sono figlie della più diretta tradizione della scuola di Chicago [1], si sono risvegliati sudati e con un groppo in gola.

Un popolo, quello greco, che tutti dipingevano come confuso e impaurito, ha reagito con coraggio e passione, raramente visti da altre parti nel continente unito, mettendoli in seria difficoltà e – chissà – facendogli sorgere il dubbio che se è un popolo intero a ruggire in coro contro l’austerità, forse qualche errore occorre ammetterlo, forse è ora di sporgersi e guardare oltre il grigio pareggio di bilancio.

La folla che ha invaso piazza Syntagma ieri sera e recitava “meglio qualsiasi altra cosa che la Merkel” era gioiosa, nonostante il tuffo del Paese in acque sconosciute. Si tratta della stessa folla che rischia, potenzialmente, di  essere una miccia capace di risvegliare quell’Europa sonnolenta che, dagli studenti ai lavoratori, dall’inizio della crisi nel 2008 ad oggi, si è vista tagliare stipendi, opportunità, ideali e le stesse ragioni per sentirsi europei ed europeisti.

Le riforme dell’austerità – ricetta inutile o dannosa per sanare una crisi – hanno raggiunto il loro preciso e malcelato obiettivo iniziale, svuotando le classi medie e garantendo un allargamento significativo della forbice tra ricchi e poveri.

La “controriforma” di fine anni ‘70, giunta dopo i decenni floridi del pensiero keynesiano [2] fattosi realtà, è cominciata con il governo Thatcher. Dopo un rallentamento nel decennio scorso, quando per un attimo si era intravista un’Europa vagamente attenta ai diritti e al welfare, la controriforma neoliberista è riesplosa forte e vigorosa sotto l’odierna guida tedesca proprio sfruttando l’onda buona della crisi del 2008. Nel suo cammino è stata accompagnata da uno stuolo di sostenitori, più per codardia che per credo, presenti in quasi ogni altro governo nazionale dell’Unione Europea.

Parallelamente, i grandi ideali crollavano e qualsiasi richiamo alla terminologia socialista o comunista veniva abbandonato nel passato o diagnosticato come “lapsus storico”.

Insomma, negli ultimi sette anni di crisi, mentre il vento riprendeva a soffiare forte nelle vele del neo-liberismo, cominciava in Europa una lenta ma costante dispersione e riaggregazione di nuovi ideali. Persi quei termini forti ormai impronunciabili, il mare di gente insoddisfatta e sempre più tagliata fuori dalle decisioni europee si radunava in poli nuovi, diversi, populisti e non di rado preoccupanti: nascevano l’UKIP di Nigel Farage in Inghilterra, Alba Dorata in Grecia e Jobbik in Ungheria. Oltre a casi più atipici come quello del Movimento 5 stelle.

Al contempo, si rafforzavano le correnti anti-europeiste in molti altri partiti, come la Lega Nord in Italia e il Front National in Francia, che sapevano e sanno sfruttare abilmente il malcontento generato dai periodi di crisi economica e sociale. Tutto questo mentre le sinistre europee, più o meno disorganizzate, svuotate di significato e non di rado contraddittorie, si perdevano nei rivoli dei dibattiti interni, senza accorgersi che, se solo avessero saputo reclamarlo, avrebbero potuto guidare la mobilitazione sociale e politica contro un credo economico sbagliato.

I grandi partiti della sinistra europea, invece, si sono adagiati sulle vittorie del passato e i benefici del sistema neo-liberista. Sono diventati, affascinati dal successo di quelle “sinistre-liberiste” (un puro ossimoro) di Clinton e Blair, partiti di centro capaci di aggregare le masse perché attenti a non deluderle,  raramente abili a trascinarle, fieri alleati dei partiti europei di destra che cominciavano la loro ideologica battaglia per riportare al suo massimo splendore il credo neo-liberista. Il PD in questo è stato maestro, ma non di certo l’unico.

Larga parte del popolo ha virato lontano dalla moderazione, cadendo affascinata da slogan che riducevano tutti i danni dell’Europa a uno o pochissimi elementi, tra i quali ovviamente stravince il “problema immigrazione”. Discorsi già sentiti? Da secoli e millenni, eppure ci si ricasca sempre!

Nel frattempo ci provava anche la sinistra soprannominata “estrema”, quella semplicemente più vicina all’idea originale della sinistra, a raccogliere malcontento e riorganizzarlo in azione consapevole. Eppure è difficile, lo è sempre stato, aggregare le persone sotto un credo che spieghi chiaramente cos’è che non funziona ma che allo stesso tempo non propone nessuna soluzione immediata e con la quale  identificarsi a prima vista.

Questo non a dire che le soluzioni della sinistra non esistano, ma senza alcun dubbio sono meno roboanti, fanno meno presa e trascinano infinitamente meno di un rapido e diretto “via gli immigrati e il problema è risolto”.

E così il popolo europeo si è spaccato tra i pochi a sinistra che erano disposti a dare tutto per un credo complesso, articolato e difficile da spiegare (e senza un nome, che è un dettaglio ma forse è proprio il suo problema principale), i tanti che sceglievano di adeguarsi ai partiti di centro seguendo l’idea del “male minore” e un’altra buona fetta che si distaccava e seguiva a muso duro e testa bassa chiunque proponesse una chiara, netta e rabbiosa ricetta contro questa crisi.

La sinistra, quella vera, ha avuto un insperato e inatteso successo proprio laddove la gente, per esasperazione, ha deciso di dargli credito nonostante la difficoltà concettuale: nella stremata ma coraggiosissima Grecia.

Efsyn (Grecia)

E benché il referendum sia stato di per sé unicamente simbolico (si è votato su proposte di accordi già scadute), potrebbe avere un effetto esplosivo e portare persino l’Europa a togliersi parzialmente dalle fauci del neo-liberismo. Il messaggio greco non è la volontà di uscire dall’Europa, ma un desiderio ardente di un’Europa più equilibrata e più attenta ai bisogni di quell’elemento che  la rende un continuo e straordinario esperimento politico: il suo variegatissimo popolo.

D’altro canto, questo successo potrebbe essere un misero fuoco di paglia: secondo i suoi detrattori, Tsipras finora si è mosso con una tattica a metà tra il più abile degli scacchisti e il più sfacciatamente fortunato dei giocatori inesperti. È da qui in poi che si gioca la vera partita, e sarà da qui in poi che vedremo quale sarà la vera natura della “rivoluzione greca”. È innegabile però che il referendum sia stato un enorme momento di mobilitazione politica ed è questo capitale che sceglieranno, e sceglieremo, se dilapidare o usare al meglio.

E qui sorge un dubbio. È possibile aggregare le persone attorno ad un “No” che arriva compatto da sinistra? La risposta greca è che questo è possibile eccome, ma solo se la situazione è esasperante e si raggiunge il livello di “meglio qualsiasi cosa rispetto a questo”.

Eppure tra chi ha votato “No” in questo referendum e chi è sceso in piazza  in altre decine di contestazioni in Europa (l’ultima delle quali a marzo a Francoforte, col movimento Blockupy), c’è un credo comune e che risuona forte. Un credo che, mentre si scansa un po’ combattuto e un po’ vergognato da parole quali “socialismo” o “comunismo”, è fiero di affondare le sue brevi ma forti radici nel movimento No Global, in quello Occupy, nel movimento degli Indignados e nelle contestazioni ai G8. E poi ancora nelle ragioni di Stiglitz, nelle analisi economiche di Piketty, nei testi di Naomi Klein e finalmente anche in un partito al governo: nella Syriza di Tsipras e – ahimé non più – di Varoufakis.

È un “No” che, pur in perenne dibattito su tanti aspetti, sottintende almeno tre proposte decise che potrebbero essere riassunte come:

  1. Stop al neo-liberismo in Europa e ovunque nel mondo; sì al ritorno di una politica di crescita keynesiana, al welfare, alla tutela dei contratti dei lavoratori, alla tutela dei soggetti emarginati;
  2. Stop ad una politica economica elitaria orientata solo e unicamente alla crescita; sì ad una politica economica condivisa orientata all’equilibrio o alla decrescita;
  3. Stop all’aggressione industriale all’ambiente; sì alla tutela dell’ambiente e ad una crescita capace, come minimo, di non danneggiarlo ulteriormente.

E questo solo per citare alcuni dei punti chiave. Ne rimangono molti altri cruciali, più o meno dibattuti. Ma è questo,  un  “No” al Referendum, che il popolo greco, primo tra quelli dell’Unione Europea, ha saputo gridare con furore.

Eppure questo non ha un nome.

Dall’altra parte della barricata, dove stanno il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble [3], non serve un nome. Alla fine dei conti, non è mai servito, nella storia, un’autodefinizione per la corrente ideologica dominante. Se volessimo, il nome c’è, eccome: la loro corrente ideologica si chiama neo-liberismo, sebbene per precisa volontà di immagine sia quasi taboo e non si possa dire. Il libero mercato prima dei diritti fondamentali, il capitale prima della democrazia. Una formula del tutto simile a quella  che sotto il Washington Consensus i governi statunitensi imponevano negli anni ‘70 e ‘80 agli stati sudamericani: la democrazia ha un limite, quello del mercato. Togliete dall’equazione armi, deportazioni e colpi di stato, tenete tutto il resto e il risultato è identico [4].

È  dal basso, dove la gente si aggrega, che serve, ora più che mai, un nome. Non per una questione di marketing, ma perché diventi possibile creare senso di appartenenza e sintetizzare le ragioni di un popolo in una parola. Non si potrà chiamare socialismo né comunismo, neppure qualsiasi cosa di vagamente assonante. Prende forma in Podemos o Occupy, ma non è sufficiente. Questo idealismo, serpeggiante e mai sopito, sembra la classica Untitled Song che ogni tanto riesce a risuonare fragorosa come ieri in piazza Syntagma. Ha quasi vent’anni, ma non ha ancora un nome sotto il quale riconoscersi e aggregare il popolo europeo.

E un “No”, da oggi, non basta più.

Approfondimenti

  1. La “scuola di Chicago”, guidata da Milton Friedman e George Stigler, predicava negli anni ‘70, ben prima dell’austerity, che il mercato deve essere libero dalle regole e dai vincoli statali. Ha profondamente influenzato la politica statunitense nei confronti dell’America Latina nonché quella di molti altri governi.
  2. John Maynard Keynes (1883-1946) rimane tutt’ora il principale oppositore teorico al modello liberista e del “mercato che si autoregola”. Riscrivendo la teoria economica a seguito della crisi del 1929, convinse i governi occidentali ad adottare progressivamente misure in cui lo Stato si attribuiva un ruolo di regolatore interventista nello scenario economico. Una gestione del sistema mercato definita “keynesiana” permise sovente di tenere livelli di bassissima disoccupazione e costante crescita, al pari di una riduzione delle disuguaglianze di reddito, dal 1945 al 1975 circa, il “trentennio d’oro” europeo e, soprattutto, statunitense. Ad oggi viene ancora indicato come il “padre” della teoria in antitesi al neo-liberismo.
  3. Il primo, Jean-Claude Juncker, è un politico lussemburghese, Presidente della Commissione Europea e citato in alcuni recenti leaks in cui sembra implicato in una poco chiara gestione dei patrimoni in transito in Lussemburgo e in altri paradisi fiscali. Il Secondo, Wolfgang Schäuble, è il Ministro delle Finanze del governo Merkel, schierato apertamente e frontalmente contro le richieste di compromesso provenienti dalla Grecia in questi ultimi mesi. Entrambi provengono da una fortissima tradizione neo-liberista e incarnano, secondo i movimenti anti-austerità, quell’’Europa élitaria, dominata dal lobbying e completamente incapace di percepire e reagire alle necessità del popolo.
  4. A proposito del paragone tra Grecia e America Latina leggi l’articolo apparso sul The Guardian “How could Greece and Argentina – the new ‘debt colonies’ – be set free?” e il post del blog di Channel 4 “Will Syriza’s Greece go the same way as Chile under Allende?“.

Immagine di copertina: It’s a no, di Jan Wellmann. 

Laureato in Scienze Internazionali all'Università di Torino e al Master in Cooperation and Development dello IUSS Pavia, è appassionato di storia e politica dell'Africa. Ha lavorato con l'ONG padovana Karibu Afrika, con la FAO e con altre organizzazioni, principalmente in Italia e in Kenya. Attualmente è PhD Candidate alla De Montfort University di Leicester, dove si interessa di economia dello sviluppo, in particolare degli effetti dell'austerity in Europa e America Latina, degli aiuti condizionati ai paesi in via di sviluppo, della capacità della società civile organizzata di diventare resistente contro la povertà, la disoccupazione e le crisi economico-finanziarie.

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