Profughi siriani in Turchia. Ospiti o rifugiati?

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“Ho visto una nuvola di polvere colorata che avanzava giù per la valle, all’altezza del confine siriano. Ho fermato il furgone per continuare a guardare in quella direzione. Poi ad un tratto, mentre la nube si faceva sempre più vicina, mi resi conto che si trattava di rifugiati siriani. Fu allora che iniziai a piangere”. Era il novembre 2014 e, seduta in quello stesso furgone che sfrecciava sulle strade del sud della Turchia, stavo andando a visitare i campi dove vivevano coloro che erano stati abbastanza fortunati da sopravvivere sia al regime di Assad, sia all’ISIS. “Si trattava in prevalenza di donne esauste, bambini in lacrime, e vecchi malati appoggiati al bastone”, continuò a raccontare l’autista. Per qualche minuto rimase in silenzio, poi aggiunse: “Nel mio furgone c’è posto solo per quindici persone, ma quel giorno dovetti fare spazio a quarantacinque persone. Le portai a Batman (città nel sud-est della Turchia vicino al confine siriano, ndr.) in un solo viaggio. Poi tornai indietro e grazie all’aiuto di altre persone della città, trasportammo altre 500 persone all’incirca. Era l’unica maniera possibile perché riuscissi a prendere sonno quella notte”.

Secondo i funzionari del comune di Batman, nelle zone curde del sud della Turchia la maggior parte dell’aiuto ai rifugiati siriani è stato organizzato da privati cittadini e da alcune piccole organizzazioni. Ancora verso la fine del 2014 né l’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), né l’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e nemmeno il governo turco avevano ancora fornito alcun tipo di sostegno alle amministrazioni locali. Nel 2012 il numero dei rifugiati si poteva contare ancora in migliaia, ma durante i tre anni successivi i rifugiati avevano cominciato ad arrivare a grandi ondate.

Il prolungamento della crisi politica e l’ascesa dell’ISIS ha aumentato il numero di sfollati, sia interni sia verso altri paesi confinanti (prevalentemente Turchia, Libano e Giordania). Più dura il conflitto, minori sono le probabilità che i profughi ritornino alle proprie case in tempi brevi: troppe città sono state distrutte, bombardate e occupate; mentre il tessuto sociale del paese e delle sue istituzioni politiche ha subito una devastazione che potrà essere riassorbita solo a lungo termine.

La recente impennata degli arrivi e la stabilizzazione dei profughi dentro i confini turchi presentano sfide senza precedenti. Mentre il governo continua a mantenere aperte le sue frontiere con la Siria, il dibattito interno sulla legge dell’immigrazione diventa sempre più aspro. Qual è lo status di questi rifugiati? Quali sono i loro diritti? Chi deve farsi carico, anche economicamente, degli aiuti umanitari?

Secondo le stime dell’UNHCR, dall’inizio del conflitto siriano, la Turchia ospita, dopo il Libano, il numero più cospicuo di profughi siriani: circa due milioni. Tuttavia a nessuno di loro è stato riconosciuto pienamente lo status di rifugiato. La Turchia applica la Convenzione di Ginevra del 1951 ma, diversamente da altri stati firmatari, considera ancora dei criteri geografici. Questo significa che lo status di rifugiato viene concesso solo a un numero (insignificante) di richiedenti asilo provenienti dagli stati europei, mentre ai rifugiati provenienti da altre zone, inclusa la Siria, viene concessa solo la “protezione temporanea”.

Al giorno d’oggi, in Turchia esistono venti campi profughi, eppure la maggior parte dei rifugiati vive in grandi città come Istanbul, Ankara e Izmir dove, in molti casi, hanno raggiunto i loro parenti. È soprattutto nelle grandi città che i profughi possono trovare un lavoro, nella speranza di assicurare alle loro famiglie una vita dignitosa fuori dai campi.

Il governo turco inizia a rendersi conto che i siriani non sono più “ospiti” accampati al confine col loro Paese, pronti a tornare indietro, come veniva sostenuto all’inizio, ma che la loro sistemazione sul territorio nazionale deve concepirsi in maniera più stabile. Di fronte a questa situazione il governo inizia ad annunciare che non pagherà i servizi di base ai profughi (sanità, case, acqua) con i soldi dei contribuenti turchi. Attualmente le spese per i rifugiati ammontano a 5 miliardi di dollari, a cui la comunità internazionale ha contribuito solo per il 5%.

Nonostante tutti gli sforzi, la Turchia ha esaurito tutta la sua capacità logistica  ed economica. Sempre più spesso il governo viene accusato di prendersi cura degli “altri” anziché fare l’interesse dei suoi cittadini più poveri. Le tensioni sociali cominciano a presentarsi sotto forma di razzismo, xenofobia e in alcuni casi anche di violenza. I rifugiati siriani sono diventati socialmente visibili: alcuni elemosinano con i loro figli nelle piazze delle grandi città; altri svolgono lavori irregolari, poiché non sono autorizzati a lavorare legalmente (motivo per cui vengono accusati di abbassare i salari). In queste settimane il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali sta valutando quali settori dell’economia turca sarebbero in grado di assumere i profughi siriani, in maniera da rilasciare permessi di lavoro almeno ad una parte di questa popolazione. La scelta di permettere ai rifugiati siriani di lavorare legalmente sembra essere un passo sensato che può garantire un accesso equo al lavoro e ai diritti fondamentali.

Nonostante la Turchia abbia investito economicamente più di quanto abbiano fatto il resto dei Paesi per offrire lo status di “protezione temporanea” e le infrastrutture atte a garantirlo, la domanda che circola sia nei talk show sia nei circoli accademici e politici è: perché la Turchia si sta assumendo la maggior parte della responsabilità? Dove sono i suoi partner internazionali? Gli stati firmatari della Convenzione di Ginevra del 1951 dovrebbero sostenere economicamente lo sforzo della Turchia e allo stesso tempo accogliere i rifugiati nei loro territori. Invece, la maggior parte degli stati occidentali non sta condividendo né gli oneri né la responsabilità di questa situazione. Altrettanto discutibile è il fatto che la Turchia continui a considerare i rifugiati come ospiti temporanei, e la gestione della crisi umanitaria come un problema di politica interna.

I siriani sono dei rifugiati, nessuno di loro è un ospite. Solo quando questo sarà chiaro, la Turchia sarà in grado di fornire un’assistenza motivata dalla preoccupazione morale nei confronti dei più deboli, piuttosto che subordinata ai suoi affari internazionali o nazionali.

Per approfondire su questo tema consulta il working paper dell’autrice “Whose Responsibility is the Syrian Refugee Crisis? From Justice between States, to Justice for Refugees” e guarda il suo intervento su Begün TV.  In occasione della Giornata Mondiale dei Profughi, durante l’evento “N-either Refugees, N-or Guests. Refugees in Camps and in the Urban Space in the Turkish Context”, tenutosi presso il Centro di Ricerca “Mirekoç” dell’Università di Koç (Istanbul) l’autrice ha l’autrice ha presentato le foto in questa galleria.

È dottoranda specializzata in teoria politica presso il dipartimento di Scienze Politiche della Central European University di Budapest, ricercatrice Marie Curie presso l'Università di Koç, Istanbul, e visiting scholar presso la New York University di New York. Di formazione filosofa, si dedica allo studio delle questioni morali e politiche legate alle migrazioni.

1 Comment

  1. Grazie. Il tuo articolo non è solo chiaro, ma molto importante. Assediati o credendoci tali nella nostra piccola ed ancora privilegiata fortezza europea, bombardati da coloro che sfruttano il tema dell’immigrazione per scopi di volgare politica (da Salvini a Marine Le Pen a tanti altri) non ci rendiamo conto del disastro che ci circonda e delle tragedie per le quali noi siamo solo l’ultima inospitale sponda.

    Questa dei profughi siriani è una vicenda terribile di cui sappiamo troppo poco ed è bene parlarne.

    Pasquale Pasquino
    New York University

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