Uno sguardo sull’Africa. La società civile perduta

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Il piccolo mondo di Lodwar, nel nord del Kenya, rischia di essere scosso alle fondamenta dalla scoperta del petrolio in Turkana. Consolidata è invece la presenza sul territorio di quelle che sembrano milioni di ONG e agenzie per lo sviluppo di ogni sorta. Lodwar, nel suo piccolo, è costellata di indicazioni che portano qua all’IOM, laggiù a Save the Children, a destra al World Food Programme e a sinistra all’International Rescue Committe.

Da ormai più di trent’anni questa realtà convive con il mondo della cooperazione e  si è adattata o adagiata su di esso. Nel 2014, durante la (mancata) stagione delle grandi piogge, il numero di persone che vivono in condizioni di insicurezza alimentare ha superato la media annuale. Colpa sicuramente degli effetti dei cambiamenti climatici, particolarmente feroci sulle già assetate terre del Turkana. Ma è impossibile evitare di chiedersi come questo nugolo di agenzie, tutte impegnate direttamente o indirettamente nella sussistenza alimentare dei Turkana, non siano riuscite in trent’anni a incidere minimamente sul problema.

Le giustificazioni da parte del mondo della cooperazione sono molteplici. Tra quelle ragionevoli troviamo la sindrome da dipendenza. Il panorama descritto da chi ha visitato Lokitaung è sconcertante. Dove il World Food Programme ha ovviato al problema della sicurezza alimentare in modo diretto, come da missione dell’agenzia, portando rapidamente scorte e beni di prima necessità, gran parte della popolazione ha pensato che fosse superfluo, a quel punto, preoccuparsi di come procurarsi da vivere. Ci penseranno le Nazioni Unite, si sono detti.

D’altra parte questo circolo vizioso è venuto a crearsi anche per la stessa responsabilità di agenzie di sviluppo che non sono riuscite a incidere sui fattori che causano l’insicurezza alimentare. Numerosi progetti si sono prefissati di affrontare il problema idrico, cruciale nel sostentamento degli animali e delle poche terre coltivabili del Turkana, ma senza ancora riscuotere alcun successo.

Donna turkana presso un pozzo per l'accesso alla falda acquifera
Donna turkana presso un pozzo per l’accesso alla falda acquifera. Foto di Marco Gottero.

Come mai? Diversi e sconfortanti i motivi: l’eterno discutere delle alternative per poi metterne in pratica mezza e lasciarla abbandonata a sé stessa dopo poco; il sovrapporsi di progetti simili che finiscono solo per confondere e sfibrare le comunità; il difficile dialogo con le autorità locali, non di rado interessate a intascarsi i proventi in qualsiasi modo e ben poco disposte a dare qualsivoglia potere ai veri attori del territorio (i pastori e i contadini su tutti); la pesante ombra del governo nazionale, che sfalda i progetti locali dando concessioni a chi gli è più comodo, sovente alle compagnie petrolifere.

Lodwar è stata soprannominata da un bravo ricercatore keniota “la città dei dieci workshop al giorno”. Questa frase rende sicuramente l’idea dell’eterno discutere tra le diverse agenzie impegnate sul territorio. L’elevato numero di organizzazioni operanti sul campo, accompagnato da uno scarso coordinamento, conducono ad uno spreco di risorse e ad una pericolosa sovrapposizione di ruoli. Da ricordare che, nonostante lo sforzo in termini di workshop, la soddisfazione dei finanziatori non è assolutamente garantita, considerando che spesso vogliono, chiedono e pretendono tutt’altro.

La ragione alla base del fallimento è però strutturale, ed è quella che affligge i numerosissimi progetti di cooperazione a sud del Sahara: si perpetra un modello di mercato che si regge sull’offerta, non sulla domanda, perché da soddisfare, alla fine dei conti, sono i donatori (con report, foto e testimonianze di progressi sul campo), non i beneficiari dei progetti.

In questo clima, la popolazione del Turkana non è esente da colpe. Guardando più a fondo, questo popolo è altrettanto responsabile dei suoi stessi mali. La Palestina di oggi può essere un buon termine di paragone per un esercizio di analisi. I palestinesi sono stati vittime di colonialismo non meno di molti africani e si trovano da più di sessant’anni a dover reggere i tentativi di Israele di annullarli come popolo e come Stato. Ciò nonostante, sono stati capaci di creare una diffusa coscienza collettiva, di formare un sottobosco sociale di fortissima compattezza, tali da resistere sia fisicamente che psicologicamente a questa situazione. Non solo: in un ambiente oggettivamente impossibile, riescono comunque a commerciare, studiare, discutere, crescere. All’interno della Palestina le differenze sono sicuramente enormi e non è facile sintetizzarle, ma è innegabile che ci sia uno scarto notevole nella presa di coscienza e nell’attivismo sociale rispetto al Kenya e ad altri paesi sub-sahariani. E, aspetto ancora più significativo, in Palestina i progetti di cooperazione – che numericamente superano di gran lunga quelli keniani – si caricano spesso di un significato politico preciso. In Africa, invece, prendono segno neutro. Quest’ultimo, considerato segnale positivo nell’approccio della cooperazione, è in realtà un indicatore di superficialità.

La ragione per cui la cooperazione da queste parti non ha significato politico è perché la politica stessa, più che mai in Turkana, è stata tolta completamente dalle mani della popolazione, e perché la politica ha svuotato la popolazione stessa di strumenti critici d’analisi. Più volte è stato scritto che in Africa manca una classe media. La verità, probabilmente, è che non manca solo una classe media economicamente parlando, ma manca ancora di più una classe media intellettuale.

Se in Palestina è nata e resiste una fortissima coscienza civica che lotta e fa fronte (ma si potrebbero fare altri esempi dall’America Latina), questa manca quasi completamente a sud del Sahara. Gli intellettuali africani, lungi dall’essere meno preparati, innovativi o competitivi di quelli Europei, sono isolati. Diventano schegge impazzite, dei lampi nel buio, a volte riescono a non essere profeti in patria, facendo sentire  la loro voce in Europa e in America. Nel migliore dei casi si affermano tra le poche élite africane che spingono per il vero cambiamento del continente, quelle descritte da Chimamanda Ngozi Adichie nei suoi libri, quelle di cui fanno parte, pur su schieramenti intellettuali diversi, Dambisa Moyo e il keniano Byniavanga Wainaina. Nel peggiore dei casi, come insegna la storia di Ken Saro-Wiwa, vengono fatti impiccare dal loro stesso governo.

Chimamanda Ngozi Adichie © Beowulf Sheehan/PEN American Center
Chimamanda Ngozi Adichie e Binyavanga Wainaina © Beowulf Sheehan/PEN American Center

Eppure quarant’anni fa gli intellettuali africani, da Kwame Nkrumah a Julius Nyerere, passando per Patrice Lumumba, erano i fautori e i trascinatori verso le indipendenze e il ritorno alla cultura africana, quella vera, radicata nel territorio. Poi è arrivata puntale la corruzione, sono tornati gli interessi occidentali, mai sopiti. E’ scoppiata l’era dello sfruttamento di qualsiasi risorsa ambientale, della distruzione dei magnifici ecosistemi del continente, dell’industrializzazione disordinata e aggressiva. Poi l’urbanizzazione, gli slum pieni fino a scoppiare, l’arrivo degli investitori cinesi e l’inizio di una nuova, ennesima, era di povertà. Fisica, economica e soprattutto intellettuale. Ed è su questo terreno senza cultura che attecchisce facilmente un estremismo gratuito e violentissimo come quello di Al Shabaab e di Boko Haram.

L’occidente è il primo responsabile dell’assenza di una classe media intellettuale africana. Lo è dal momento in cui ha scelto di far fare carriera agli Idi Amin, dal momento in cui con la Shell ha “convinto” il governo nigeriano a impiccare Ken Saro-Wiwa. Gli stessi leader africani (dai presidenti fino ai ministri regionali) sono sovente i secondi responsabili della povertà mentale. Hanno privato i loro paesi dei migliori intellettuali e politici, hanno soffocato qualsiasi esigenza della loro popolazione e non in ultimo perpetrano il terribile modello della politica – di questo tipo distorto di politica – come carriera di successo. Chiunque, a Lodwar, vuol diventare politico. Politico qui equivale ricchezza. Non si è più abituati a chiedere null’altro. Superfluo dire che i politici keniani sono i più pagati al mondo, e non proporzionalmente rispetto al PIL pro capite, ma in assoluto. La perpetrazione dello sterminio intellettuale africano è il male peggiore afflitto a questo continente. Un male in cui oggi sono in egual misura responsabili stranieri e africani stessi. Un male che fa comodo ad entrambi perpetrare senza scrupoli.

Quando capita di confrontarsi con i ragazzi turkana, anche delle campagne, che stanno studiando all’Università, la sensazione è di prendere una boccata d’aria fresca dalla cima di una montagna. Sono ragazzi molto in gamba, competenti, consapevoli e capaci di agire e cambiare il loro futuro. Parlano tre o quattro lingue, conoscono a menadito sia la loro realtà che quella internazionale, sono consci di barriere, possibilità, rischi (come quelli rappresentati dal petrolio) e strade da intraprendere. Ma quando li si saluta, ci si accorge che sono soli. Per ognuno di loro, ci sono dieci genitori analfabeti dimenticati dai governi, venti ragazzi di strada che passano il tempo a bere e rubare, trenta giovani che cascano affascinati nella retorica dei gruppi estremisti religiosi, cento politici che tagliano le gambe al loro futuro. E ovunque si guardi, ignoranza.

Nelle loro comunità i giovani rappresentano motori di cambiamento, e ne sono consapevoli. Spesso l’intera comunità – come alcune che è capitato di incontrare – diventa ben conscia dei problemi e delle risorse a disposizione. Ma anche quando comincia all’interno della stessa a sbocciare un nocciolo di resistente coscienza collettiva, la sua voce viene sommersa dalle offerte delle agenzie di sviluppo, coperta dal fragore delle violenze compiute in nome dell’Islam o di Cristo, tramortita dai piani governativi che ignorano qualsiasi esigenza locale.

In conclusione, vista dal sonnolento ma turbolento Turkana, l’Africa sub-sahariana sembra pronta a entrare in un’altra era di passività. Economicamente, il futuro che le si presenta sarà di crescita rapida e verticale, guidata da investimenti asiatici, ma senza nessun effetto trickle down (lo “sgocciolamento verso il basso” dei benefici economici) che possa intaccare anche solo lontanamente le finanze delle classi più povere. Politicamente, sembra essere spaccata in due e destinata ad essere terra di conflitto religioso, con il Sahara terra di conquista degli estremisti e a sud del deserto un mondo senza sufficienti strumenti per contrastare le distorte ideologie religiose. È sull’educazione delle classi medie che l’Africa si gioca, ora più che mai, la sua battaglia più importante. È solo da queste che potrà riemergere la sua società civile perduta.

Laureato in Scienze Internazionali all'Università di Torino e al Master in Cooperation and Development dello IUSS Pavia, è appassionato di storia e politica dell'Africa. Ha lavorato con l'ONG padovana Karibu Afrika, con la FAO e con altre organizzazioni, principalmente in Italia e in Kenya. Attualmente è PhD Candidate alla De Montfort University di Leicester, dove si interessa di economia dello sviluppo, in particolare degli effetti dell'austerity in Europa e America Latina, degli aiuti condizionati ai paesi in via di sviluppo, della capacità della società civile organizzata di diventare resistente contro la povertà, la disoccupazione e le crisi economico-finanziarie.

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