Kenya: la scoperta del petrolio e i sogni di gloria

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Lodwar è il più grande centro del Turkana, regione che si appoggia ad est sull’omonimo e bellissimo lago, tagliata da una Rift Valley ancora poco profonda, nel nord del Kenya. La regione del Turkana, solitamente considerata dagli abitanti di Nairobi come il posto più remoto e sfortunato dell’universo, è un mondo di terre semiaride e polvere, pastori, capre e cammelli. Fanno eccezione pochi centri urbani. Lokichokio, raccontata da Le Carré ne “Il giardiniere tenace”, sede di molte ONG e agenzie ONU, è principalmente attiva nell’industria del soccorso al rifugiato di turno. Lokitaung, dove tra compound di spagnoli e qualche scaramuccia tra locali, la vita scorre placida, aspettando il prossimo convoglio del World Food Programme. Infine Lodwar, la capitale, con la sua pista d’atterraggio, i suoi due voli giornalieri del “540” da Nairobi, le sue tante chiese e un paio di moschee.

Lodwar, a dispetto della diffidenza con cui viene dipinta dal resto del Kenya, è un centro vivace e colorato, con ristoranti affollati che servono buona carne fritta e chai, un club – lo youngstar – dove il venerdì sera si raduna una folla rumorosa e danzereccia. Tre banche dominano il panorama delle vie centrali e, sparpagliati qua e là, molti turkana appollaiati sul loro ekicholong, uno sgabello di legno intagliato, che sorvegliano le loro capre mentre queste scorrazzano per il centro incuranti delle macchine, del bus per Kitale in partenza, dei pick up carichi di miraa.

Turkana Cultural Festival. Lodwar 2014. Foto di Marco Gottero
Turkana Cultural Festival. Lodwar 2014. Foto di Marco Gottero

Lodwar è anche il centro del cambiamento per il Kenya del 2015. Di recente sono stati scoperti interessanti giacimenti di petrolio in varie zone del Turkana, e tra poco, molto poco, qui si comincerà a trivellare sul serio. Investitori cinesi, dallo sguardo lungo e dalle capacità economiche pressoché illimitate, hanno utilizzato il loro forte potere politico per convincere il governo keniano a imbarcarsi nel progetto LAPSSET (Lamu Port – South Sudan – Ethiopia corridor): un ambizioso canale di collegamento tra il porto di Lamu (che nonostante sia patrimonio UNESCO sembra sia destinata a diventare uno scintillante attracco di navi cargo e petroliere) e la terra dei Turkana (dove il petrolio a breve vedrà la luce del sole rovente) fino a spingersi verso i due confini nazionali – entrambi molto poco sicuri – del nord del paese, rispettivamente con il Sud Sudan e l’Etiopia.

Il LAPSSET prevede la costruzione di una strada, che dovrebbe diventare il secondo asse portante del Kenya dopo la Mombasa-Nairobi-(Kampala), di un oleodotto, per rifornire il porto di Lamu sia col petrolio del Turkana, sia con quello acquistato da Juba, e probabilmente anche di una ferrovia. Il tutto all’interno di un progetto ancora più ampio, che vorrebbe una direttrice est-ovest per tagliare tutta l’Africa sub-Sahariana, permettendo di spostarsi comodamente da Lamu fino a Douala, in Camerun: il Great Equatorial Land Bridge.

Le aspettative in Turkana sono molto alte, ma non mancano i timori. Nonostante le rassicurazioni della Tullow Oil, compagnia petrolifera inglese che sta procedendo con le trivellazioni esplorative, affiorano i dubbi. Il rischio che la regione possa diventare più simile al delta del Niger piuttosto che alla Norvegia è concreto, e non certo per fattori climatici: la ripartizione del potere (o la discutibile gestione dello stesso) sia a livello locale che nazionale fa temere scenari apocalittici simili a quelli nigeriani.

Il progetto, immensamente ambizioso, dovrebbe inoltre attraversare territori quali il Tana River e il distretto di Garissa, di recente sedi di attentati terroristici da parte di Al-Shabaab, movimento insurrezionalista somalo caratterizzato da una forma di islamismo esasperato e molto lontano da quello storicamente presente sulla costa keniana.

Il progetto LAPSSET

Lo stesso movimento è responsabile del massacro al centro commerciale Westgate di Nairobi del 21 settembre 2013, nonché del terribile massacro all’Università di Garissa (2 aprile 2015), dove 147 studenti hanno perso la vita. La loro unica colpa era quella di frequentare un istituto collocato geograficamente proprio là dove l’Africa si sta rompendo: su quella linea immaginaria che ormai taglia da est a ovest il continente e sulla quale incontriamo, nell’ordine: Al Shabaab (in Somalia e Kenya); i ribelli Séléka (nella Repubblica Centrafricana); Al Qaeda nel Maghreb Islamico (in diverse zone del Sahara); Boko Haram (Nigeria, Niger, Cameroon).

Ognuno dei movimenti sopracitati ha storia, ragion d’essere e scopi diversi, anche se recentemente sembrano avvicinarsi per ragioni strategiche sempre più l’uno all’altro. Ciò non toglie che il progetto LAPSSET così concepito sembri un serpente adagiato sul bordo di un vulcano, in quella terra di mezzo che per metà è sotto il controllo di milizie islamiste e che per l’altra metà sottostà a governi più o meno legittimi, alle prese con scottanti questioni di politica interna ed estera (il Sud Sudan in particolare), di land-grabbing, di diritti dei popoli indigeni, di campi profughi ribollenti (Dadaab su tutti).

In ultima analisi, non solo il serpente si è appisolato nel posto sbagliato, ma la terra sembra anche franargli sotto la pelle. La domanda da porsi è se questo progetto, nato sotto l’egida degli investitori asiatici, non rappresenti qualcosa di più di un mero investimento esagerato nel cuore di un continente dalle diverse complessità. Forse, tra chi vorrebbe farlo, c’è la speranza che il LAPSSET possa essere una cerniera per ricucire l’Africa là dove si è strappata, soprattutto dal punto di vista religioso.

Il timore che possa produrre un nuovo taglio, più profondo, è tuttavia molto concreto: mentre il governo keniano va fiero dell’immenso cambiamento proposto e lo inserisce nel suo piano Vision 2030, rimane da capire come effettivamente verrà realizzato, a che prezzo – non solo economico – e a quali condizioni politiche, ambientali e sociali.

Laureato in Scienze Internazionali all'Università di Torino e al Master in Cooperation and Development dello IUSS Pavia, è appassionato di storia e politica dell'Africa. Ha lavorato con l'ONG padovana Karibu Afrika, con la FAO e con altre organizzazioni, principalmente in Italia e in Kenya. Attualmente è PhD Candidate alla De Montfort University di Leicester, dove si interessa di economia dello sviluppo, in particolare degli effetti dell'austerity in Europa e America Latina, degli aiuti condizionati ai paesi in via di sviluppo, della capacità della società civile organizzata di diventare resistente contro la povertà, la disoccupazione e le crisi economico-finanziarie.

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